Il virus che conosciamo come Covid-19 inizia a spargersi nell’aria l’11 settembre del 2001, dalle emissioni inquinanti delle due torri gemelle distrutte da due aerei a New York. Non vi risulta? Bene, significa che ancora leggete qualche articolo serio e non siete soggetti al virus della disinformazione. Eppure i tre attentati, con quattro aerei di linea dirottati e lanciati contro gli Stati Uniti venti anni fa, sono alla base dell’inondazione di fake news che da quel momento in poi fanno parte costantemente della nostra vita digitale quotidiana. La menzogna circola in rete insieme a molte altre relative agli attentati che causarono la morte di 2.977 persone, tra cui 344 vigili del fuoco e 71 agenti di polizia. L’enorme mole di bufale in rete ha allontanato l’attenzione dalle vere bugie, quelle “ufficiali”, quelle di Stato, di cui venti anni dopo bisogna ancora occuparsi. L’Operazione Enduring Freedom a partire dal 7 ottobre 2001 ha provocato secondo il Dipartimento della Difesa statunitense 2.360 morti e 20.363 feriti in Afghanistan e dintorni. L’Operazione Iraqi Freedom dal 19 marzo 2003 provocò 4.424 morti e 31.957 feriti in quella operazione militare. Le vittime afghane sono valutate tra le 170 mila e le 230 mila. Le vittime irachene tra 190 mila e 210 mila. In questi giorni in cui si guarda all’Afghanistan dopo la ritirata strategica in ordine sparso degli Usa e del contingente internazionale a supporto, circola un appello al Presidente del Consiglio Mario Draghi, promosso da Peacelink, affinchè il premier si faccia carico con altri leader mondiali di chiedere la chiusura del campo di tortura di Guantanamo, istituito dall’amministrazione Bush dopo l’attacco dell’11 settembre.
I primi a spargere false notizie sull’attentato dell’11 settembre furono donne e uomini dell’amministrazione guidata dal Presidente degli Stati Uniti George W Bush. Prima negando i trentennali rapporti di affari della famiglia Bush con il clan dei Bin Laden, il governo saudita e i talebani. Poi negando che, in piena chiusura dei voli da e verso gli Usa, ventiquattro membri della famiglia Bin Laden, presenti negli Stati Uniti l’11/9, vennero evacuati poche ore dopo gli attentati senza essere sottoposti ad alcun tipo di indagine. Ma la bugia più grande dell’amministrazione Bush riguarda le famose, famose perchè inesistenti, armi di distruzione di massa irachene, la scusa ufficiale per invadere quel Paese, inventando un legame inesistente tra Al Qaida e gli iracheni. L’attuale presidente Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per declassificare i documenti relativi agli attacchi, dopo un lungo braccio di ferro tra il governo e le famiglie delle vittime, che da anni chiedono in particolare al governo di rendere note le informazioni dell’intelligence a stelle e strisce sul coinvolgimento dell’Arabia Saudita negli attentati. Quando L’FBI avrà declassificato i documenti, nei sei mesi successivi, il governo dovrebbe declassificare anche i registri telefonici e bancari da cui nascono le ipotesi sugli affari petroliferi di un presidente Usa con il nemico numero uno dei “valori” su cui si basa la vita e il modello di produzione economico degli Stati Uniti.
Se è vero che tutte le informazioni sopra riportate sono ormai passate dal rango di sospetti a certezze contenute in un rapporto al Parlamento Usa della commissione Intelligence del Senato, i misteri che restano comunque aperti sugli attentati sono comunque parecchi. Lo sanno bene per primi i familiari delle vittime, che a New York hanno in corso una causa federale su mandato di 3.500 parenti tra vittime, primi soccorritori e sopravvissuti. Nel loro mirino l’incapacità nelle indagine dell’Fbi, che per qualcuno è stata in realtà collusione, e il coinvolgimento dell’Arabia Saudita. 1800 di loro nei giorni scorsi avevano mandato un messaggio senza equivoci a Biden: o togli il segreto dagli atti oppure non presentarti alle commemorazioni per l’attentato. Il Presidente ha firmato, ma l’atto non ha lenito le ferite dei familiari: “Siamo frustrati, stanchi e rattristati dal fatto che il governo degli Stati Uniti per 20 anni ha scelto di tenere le informazioni sulla morte dei nostri cari dietro serratura e chiave”, ha dichiarato a Nbc News Brett Eagleson, il cui padre, Bruce, è morto al World Trade Center. Va ricordato che non solo l’amministrazione di George W. Bush, ma anche quelle di Barack Obama e Donald Trump hanno rifiutato di declassificare i documenti, adducendo preoccupazioni per la sicurezza nazionale. Alle 2977 vittime dirette vanno aggiunte, secondo le autorità sanitarie, altre 1.140 persone che frequentavano l’area colpita da detriti e tossine a cui è stato diagnosticato un cancro e oltre 1.400 soccorritori dell’11 settembre intervenuti sulla scena nei giorni e nei mesi successivi agli attacchi. L’associazione dei familiari delle vittime continua a chiedere anche spiegazioni sulla totale impreparazione all’attacco degli Usa. Sulle presunte connessioni con l’Arabia Saudita degli attentatori trovate in questo articolo il punto delle indagini.
Anche nella dinamica degli attentati restano zone d’ombra che definire soltanto inquietanti significa sottostimare. Certo, data la spregiudicatezza con cui hanno utilizzato le stragi dell’11 settembre non destò molto scandalo l’ipotesi dell’auto attentato, una sorte di golpe interno legato alle pressioni dell’industria militare e all’allegra compagnia dell’esportazione della democrazia a suon di terrore internazionale formata dal presidente Bush, il vicepresidente Dick Cheney, i segretari di Stato Colin Powell prima e Condoleezza Rice dopo, il falco Donald Rumsfield e il direttore della Cia, George Tenet. Il generale Wesley Clark, che aveva comandato delle forze Nato in Kosovo, durante un’intervista del 2007 a Democracynow, spiegò che la guerra contro l’Iraq era stata pianificata molto prima e anche quelle successive rientravano in un disegno già prestabilito. Su questi aspetti nessuna prova oltre gli interessi economici della famiglia Bush con i Bin Laden è stata portata. Noi italiani però abbiamo purtroppo una triste consapevolezza dovuta alle stragi nostrane del secolo scorso, dove l’inettitudine investigativa serve spesso a mascherare il dolo istituzionale. Ripercorriamo perciò insieme i punti che senza ricorrere alle teorie di complotti demo-plutocratico-giudaico-massonici restano ancora oggi senza risposta.
Cominciamo naturalmente da New York, dalle torri gemelle del World Trade Center, ognuna composta di 110 piani. Era un martedì, ore 8,46 locale, quando il volo AA11, partito da Boston, si schianta contro la Torre Nord del World Trade Center. Alle ore 9,03, 17 minuti dopo, un secondo aereo, volo UA175 anch’esso da Boston, entra dentro la seconda delle Torri Gemelle. La Torre Sud è crollata alle 9,59, dopo aver bruciato per 56 minuti. La Torre Nord è crollata alle 10,28 dopo aver bruciato per 102 minuti. Si parlerà di “cedimento strutturale per entrambi gli edifici. In realtà ne crolla anche un terzo, il 7 World Trade Center, 47 piani, colpito dai detriti del crollo della Torre nord, che causaurono incendi, crollando a sua volta alle ore 17,21. Il 7 World Trade Center è il primo grattacielo in acciaio noto per essere crollato principalmente a causa di incendi incontrollati.
Il volo 77 dell’American Airlines partito dall’aeroporto internazionale di Dulles, si schianta alle 9,37 sul lato ovest del Pentagono nella contea di Arlington, in Virginia, causando un crollo parziale del lato dell’edificio.
Il volo United Airlines 93 si schianta invece in un campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania alle 10,03. Secondo le autorità i passeggeri, avendo appreso dei precedenti tre dirottamenti, avrebbero eroicamente attaccato i dirottatori, intenzionati a lanciarsi sulla Casa Bianca o sul Campidoglio, costringendoli a schiantarsi senza colpire il bersaglio. Esistono a conferma dell’ipotesi le registrazioni di molti colloqui telefonici intercorsi tra i passeggeri e i loro familiari nei minuti precedenti la tragedia.
La prima obiezione di base riguarda la competenza come piloti dei 19 componenti il commando terroristico di Al Qaida che ha eseguito gli attentati. Niente nelle loro storie personali negli Usa e nei loro paesi d’origine testimonia della capacità di pilotare aerei così complessi nonostante brevissimi corsi effettuati da alcuni appartenenti al gruppo. Anche sui 19 nomi forniti dall’Fbi non c’è mai stata certezza assoluta.
Associazioni d’ingegneri si sono invece occupate del crollo delle torri, definendo insufficiente la causa del cedimento strutturale indicata dalle autorità. In alcuni casi la dinamica dell’implosione dei piani delle torri gemelle è stata equiparata alle esplosioni controllate effettuate normalmente per demolire palazzi. Secondo alcuni commentatori specializzati nella demolizione dei complotti la logica viene prima dell’evidenza scientifica. Chi scrive non è molto convinto da questa spiegazione, ma è altrettanto vero che a parte ipotesi fantascientifiche (chi avrebbe sistemato le cariche esplosive nei pochi minuti in cui le torri bruciavano prima di crollare? O anche: chi avrebbe potuto sistemare in precedenza le cariche esplosive per ogni piano senza destare alcun sospetto prima e nessuna traccia dopo?) non esistono spiegazioni credibili sul fronte complottista.
Sul volo United Airlines dove i passeggeri si ribellarono ai dirottatori e patriotticamente intervennero sapendo di morire per scongiurare l’attacco terroristico sono stati scritti articoli e libri, girati film. Non ci sono motivi per dubitare che i fatti siano andati come li conosciamo, molto il materiale audio che conferma la rivolta contro i terroristi.
Il mistero più fitto riguarda invece l’aereo schiantatosi sul Pentagono. Già l’obiettivo stesso, il quartier generale del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, si presta a un misto di segretezza e mistero, ma qui davvero i conti non tornano. Intanto immaginiamo una delle zone più video controllate del mondo. Spariscono i filmati di tutti gli esercizi commerciali circostanti.
Solo nel 2006 venne fuori un video ufficiale con immagini sgranatissime e incompatibili con la dinamica descritta successivamente. Altre immagini successive all’impatto mostrano la parte colpita dell’edificio con un buco di un diametro di 23 metri che non trova attinenza con l’apertura alare di 38 metri di un Boeing 757. Va detto però che secondo l’American Society of Civil Engineers questi elementi non sono in contraddizione.
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