Gabriele Tinti è il poeta italiano vivente più noto al mondo. Marchigiano, è riuscito, al contrario del suo corregionale Leopardi, a liberarsi della provincia e a conseguire una celebrità internazionale che sebbene Tinti schivi e sia restio ad ammettere, leggendo questa intervista e i suoi componimenti appare invece ampiamente meritata. Tinti è un gioiello. Come lui, tanti pittori italiani, da Arrivabene a Samorì, da Padovani a Cetera, da L’Altrella a Scassellati e a tanti altri, che onorano il nostro distratto Paese, che dovrebbe nutrire più attenzione per i suoi artisti e uomini migliori.
Come vive in questa società frenetica che lascia poco spazio alla vita e alla riflessione, a quella tempesta che la sconvolge quando si libera del carico del mondo mediante l’uso di una libertà eccessiva e prorompente – la sua vena poetica creativa, geniale e disinteressata, forma di restituzione al mondo per quello che le ha dato?
Sono afflitto da ogni tipo di malanno e quelli che non ho penso comunque di averli. Orazio a proposito dell’essere al mondo dell’uomo scriveva: strenua nos exercet inertia, ci fa soffrire un torpore smanioso, una depressione smaniosa. Non siamo cambiati poi molto in questi duemila anni.
Come vive il sentimento della sua atmosfera personale? Che cosa c’è dentro di lei, che cosa registra del mondo esterno, come la prende e come nasce il suo pensiero nei confronti dell’esterno?
Il rapporto con il mondo parte dal rapporto con il nostro corpo. Viviamo da sempre in noi stessi come una dissociazione tra mente e corpo. Ci sentiamo disarmonici, incompleti, continuamente cerchiamo un qualche completamento. Il nostro è un senso di alienazione e di estraneità. Abbiamo necessità di fuggire dalle trappole materiali di questa vita vissuta come “terra straniera” (Marc’Aurelio). Per gli gnostici proviamo questa sensazione perché siamo effettivamente estranei a questo mondo.
C’è un reale? Esiste la materia? O è profondamente un’illusione, la proiezione di una coscienza limitata di fronte all’Assoluto?
Misuriamo tutto con i nostri sensi. Le cose come tali sono reali perché esistono, possiamo averne esperienza. Le cose come oggetti d’amore sono invece ombre destinate a sfuggirci. Pulvis et umbra sumus, non siamo che ombra e polvere. Credo in Orazio ma la sensazione di estraneità di cui parlavo prima rimane e alimenta il dubbio.
Sente il dolore? Che cos’è per lei il dolore e come lo vive?
Il dolore è la coscienza di essere al mondo. Noi tutti ci costruiamo nel dolore. Nietzsche cristianamente diceva che è grazie al soffrire che accresciamo il nostro sapere. Perché è nel dolore che forziamo i nostri limiti, è in quei momenti che ci mettiamo in guardia e in allerta. Grazie alla sofferenza ci solleviamo al di là di noi stessi, proiettiamo i nostri desideri, gli impulsi, trasfiguriamo o sprofondiamo nelle nostre paure.
Creare è una sorta di rapimento? Come si riprende da quello stordimento? Le parole a chi appartengono? Come sono nate? E come nascono in lei? Da quale scaturigine?
Non c’è altro luogo dal quale partire se non dalla propria vita, dall’esperienza. La poesia nasce da quest’unico deposito. Si realizza poi nell’entusiasmo, nei momenti di benessere corporale. È quando non sei inchiodato alla realtà del dolore che tutto ciò che hai accumulato emerge, viene liberato.
Liberando le parole del pugile, del Galata morente, lei si è imprigionato nel loro ductus. È ostaggio della letteratura. Ma è solo vivendo questo martirio che la sua esistenza diviene vocazione. La vita è un darsi come nodo per liberare gli altri e forse la propria alterità, ciò che è il proprio nulla e il proprio fondamento, il Dio che parla e muore nel proprio rimuovere da sé ogni fondamento. Oppure controlla quello stato di coscienza alterato similmente all’Anacreonte raffigurato simposiasta moderato, cittadino modello che non perde il controllo nemmeno nell’ebrezza del banchetto e l’ubriachezza del cantore è soltanto accennata dal leggero barcollio del capo?
Anacreonte probabilmente non era come lo volevano far passare. La celebrazione in scultura a cui allude è retrospettiva, vuole presentare il poeta come modello virtuoso di un ideale sociale, rimuove il vero Anacreonte che, così viene chiaramente descritto dalle fonti antiche, era amico dei tiranni e degli aristocratici, edonista, bevitore incallito e animatore di banchetti. Uno dei maggiori poeti di tutti i tempi assieme a Marziale. Il controllo, o l’illusione di averne, avviene quando la vita si ferma e lascia lo spazio alla scrittura.
In un’intervista afferma: “Il mio genere è l’epigramma e la forma breve classica, i cui maestri furono Marziale e il lirico greco Archiloco. Nel libro con Ballen diverse poesie riprendono il distico elegiaco, lo strumento della lamentazione funebre, della necessità di dire; pur consapevole della pochezza della parola, ne sono ossessionato, vi cerco salvezza e bellezza”.
Scriviamo, facciamo arte, usciamo da noi stessi creando qualcosa, un’immagine, un testo, per disperatamente durare, per sconfiggere il tempo, per difenderci dalla potenza della morte. Tentativo patetico ma è di questo patetismo che si fonda ogni arte occidentale.
In un’altra, dice: “La poesia nasce con Ermes che era un ladro, un rapitore, un mistificatore astuto. La poesia nasce con lui, nel momento in cui crea la lira come mezzo di protezione contro gli incantesimi pericolosi accompagnandone il suono con il canto a celebrazione del proprio ego e della propria genìa. La poesia nasce come canto quindi non come scrittura. Dopo Ermes, così ci narra il mito, la lira passò ad Apollo ed infine ad Orfeo per poi venire posta da Zeus tra le costellazioni in quanto nessuno, secondo gli immortali, era più degno di possederla. Ecco, la poesia finì lì e a noi non è rimasta altro che una profonda nostalgia per un’età mitica in cui questa riusciva a cantare davvero, un’età in cui efèbi, bardi – presto destinati a scadere in rapsodi ed infine negli scribacchini quali noi siamo divenuti – utilizzavano la parola viva con voce divina”. Con lei, rinasce l’aedo. Non le sembra di ripercorrere la storia della poesia delle origini? Dal canto con la lira o con l’aulos a quello epico e tragico? Di ridare la parola a un tempo passato, riscoperta di ciò che fu eroico nel confronto con un’età che non conserva nulla di eroico se non la corrente ipocrisia degli showman, degli uomini di successo della società dello spettacolo che oggi non solo non rischiano nulla, ma non hanno il coraggio delle proprie parole, usate e abusate, smentite da un giorno all’altro, senza pudore, impedendo che alcuno possa accusarli? Al passato ridà voce e dignità con i mezzi tecnologici più avanzati.
Convengo con lei, nell’affermare che oggi la decima sia la musa favorita. Viviamo nella mediocrità, nella superficialità. L’arte fu, nell’infanzia del tempo, preghiera diceva, probabilmente a ragione, Tristan Tzara. Nell’arte delle origini c’era un continuo scambio con il sacro. Animam pro anima. Cor pro corde (Ovidio). La vita mangiava la morte e viceversa. Nutrirsi di altre creature viventi significava accrescere e ampliare l’esistenza. Il mondo figurativo dell’uomo paleolitico appare come inteso alla espletazione di quel rito. L’uomo con i suoi segni e le proprie immagini replicava nelle pareti delle caverne l’orrore dell’uccisione necessaria alla vita, liberandosi. L’arte era lacerazione portatrice della memoria della violenza esercitata sulle creature esistenti. Era desiderio, preghiera, ferita, piaga, segno prodotto sui simulacri dei corpi degli animali e, talvolta, degli uomini. Tutti noi non vogliamo far altro che provare a rivivere quella intensità di rapporto con il mondo, tornare alle origini. Tuttavia più nulla di sacro abita la terra. La razionalità, il così detto sviluppo tecnologico, la modernità corrompono questo processo, lo impediscono, lo respingono ritraendolo nella sensibilità individuale allontanandolo da quella collettiva e dal vissuto. Siamo irrimediabilmente entrati nel territorio del non originario, del non genuino, dell’artificiale. “Il vero mito è sempre un mito di dei” diceva Walter Otto ma gli dei sono morti, l’uomo ha assaltato il cielo e ne è uscito svuotato.
cover ph. Ernesto Ruscio
Compone poesie ecfrastiche, ispirate ai capolavori dell’arte antica: il Pugile a riposo, il Galata suicida, l’Atleta vittorioso, il Fauno Barberini, il Discobolo, i marmi del Partenone, l’Ercole Farnese e molti altri ancora, collaborando con il Museo Nazionale Romano, i Musei Capitolini, il Museo Archeologico di Napoli, il Museo dell’Ara Pacis, il Getty Museum di Los Angeles, il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum di New York, il LACMA di Los Angeles e la Glyptothek di Monaco. Le sue poesie sono state lette da Robert Davi, Vincent Piazza, Michael Imperioli, Franco Nero, Burt Young, Anatol Yusef, Luigi Lo Cascio, Alessandro Haber, Joe Mantegna, Kevin Spacey, James Cosmo, Stephen Fry, Abel Ferrara e Malcolm McDowell. Nel 2014 è stato invitato a partecipare alla Special Edition Series del SouthBank di Londra. Nel 2016 ha pubblicato Last words (Skira) in collaborazione con Andres Serrano, nel 2020 The Earth will come to Laugh and Feast, New York, in vendita anche in Italia, con testi in inglese e italiano, con la prestigiosa casa editrice americana PowerHouse Books, in dialogo con le foto di Roger Ballen, nel 2021 Rovine (Scheiwiller), in inglese a Londra da Eris Press.
ph. Mauro Maglione