La vita personale e le vicende degli ultimi cento anni palpitano e si illuminano nel racconto dal decano della sociologia europea, il professor Franco Ferrarotti.
Dal mondo contadino ai nostri giorni: in poche battute, grazie a un’intelligenza vivacissima, commenti e giudizi affilati come una lama di coltello, affrontano il senso delle rovine postmoderne della storia e del destino umani.
Professore, io partirei dall’inizio, Dove nasce e come trascorre la sua prima infanzia? Qual è il suo primo ricordo?
Sono nato in campagna, la prima settimana del mese di aprile, nel 1926. Sono nato prematuro, malaticcio, nel territorio del Comune di Palazzolo, provincia di Vercelli, lungo il Po, in un cascinale detto «La fornace», sommerso e trascinato via, anni dopo, dal grande fiume in una notte di malumore e di burrasca. È stata, per me, una grande fortuna nascere, secondo di quattro fratelli alti, robusti e rubicondi, piuttosto magrolino e malaticcio. Mio padre, che a occhio calcolava esattamente il peso di un cavallo, non mi dava più di un anno di vita. La morte di un bambino non era gran cosa. Se ne faceva un altro… Era il mondo della penuria, il mondo dei risparmi all’osso: si rivoltavano i cappotti; nelle latrine si usava la carta dei vecchi giornali (quella igienica era considerata troppo cara per la bisogna…). Uno dei miei primissimi ricordi infantili riguarda una discussione fra i miei genitori e il medico condotto di Palazzolo, che mi aveva in cura. I miei si rendevano conto che avevo bisogno di aria buona e che questa non la trovavo certamente nella Bassa vercellese, con le sue interminabili notti nebbiose d’inverno e l’afosa zanzariera estiva. Pensavano di mandarmi a Robella dai bisnonni Ursula e Battista, nella grande casa in pietra, la casa avita dei Ferrarotti, sperduta nel bosco. È vero: non c’era la luce elettrica; ci si arrangiava con la lanterna a petrolio o l’acetilene. Il medico non ne voleva sapere. Diceva che il fagotto, che ero io, sarebbe arrivato cadavere e che lui non avrebbe firmato il certificato di morte. Per fortuna, un altro dottore di famiglia che batteva in bicicletta la zona di Trino, Desana, Robella e anche Palazzolo, era d’accordo con i miei, è così fui portato nel traballante barroccio dai bisnonni. Questo medico condotto si chiamava Luigi Pezzana; anni dopo, da deputato della Terza legislatura, lo feci nominare Cavaliere del lavoro dal Presidente della Repubblica.
Lei è nato nel vercellese, una terra di contadini. Ha avuto contatti con quel mondo, aneddoti, storie?
Mi considero figlio (a volte, lo ammetto, come tutti i figli, piuttosto ingrato e sbrigativo) della grande tradizione dell’oralità contadina. Scrivere, a mio parere, è un atto nevrotizzante, quasi contro natura. Del resto, uno impiega tutta la vita a imparare a scrivere; poi, quando finalmente possiede lo strumento, non ha più l’energia per usarlo a dovere. Io mi considero tuttavia un contadino. Più dei miei libri, forse, considero gli alberi i miei figli adottivi. Ma il mondo contadino è duro, feroce, faticoso e polveroso. Solo mezzi intellettuali, pronti a tutto pur di avere visibilità e successo, come Pier Paolo Pasolini, figlio di un militare di carriera, possono farneticare e scrivere di una mitica, salvifica civiltà contadina. Io sono stato salvato dalla cattiva salute, dalla debole costituzione fisica. Ero un impiccio, in un mondo di lavoratori dall’alba al tramonto. Inidoneo ai lavori campestri, cosa potevo fare? Studiare? Ma nessuno lo considerava un lavoro. Ho goduto di tutte le malattie infantili, dalla pertosse o tosse asinina, al morbillo e agli orecchioni. Ho avuto, in tenera età, due polmoniti bilaterali. Mi applicavano sul dorso due mattoni, debitamente scaldati nel forno a legna. Se dopo sette giorni il paziente non dava un colpo secco di tosse che gli strappasse la ragnatela del catarro (la famosa «settima»), non c’erano né antibiotici, né penicillina; il bambino era spacciato.
Come ha trascorso la vita sotto il fascismo?
Nel 1926, a un anno e mezzo dal delitto Matteotti, il fascismo si andava consolidando in regime. Grazie al mio carente stato di salute, me la sono cavata abbastanza bene. Sono stato un diligente «balilla escursionista», ma all’epoca non c’erano ancora i «figli della Lupa», che mi hanno sempre sorpreso: nessuno sembra che si sia mai accorto che voleva dire «figli del lupanare». Miracoli del conformismo di massa! Il RAM, cioè le «ridotte attitudini militari» mi hanno sempre salvato, fin dalle elementari, la sola scuola frequentata regolarmente e con successo. Ero sempre, per cinque anni, il capoclasse. Ma non ho mai brillato in palestra. Non mi sono mai arrampicato sulle corde e sulle pertiche. Praticavo con difficoltà la «scala svedese». L’educazione fisica mi sembrava una contraddizione in adjecto. A tutt’oggi non so nuotare. Leggevo. Studiavo. Ma i libri costano. E non sempre si potevano rubare a man salva. Per fortuna, nella mansarda del cadente palazzo dove si abitava, ho trovato il mio paradiso: una quantità di libri polverosi, da anni abbandonati al buio e ai topi, appartenenti forse a qualche antico parente studioso, dai sermoni di Monsignor Capecelatro contro Martin Lutero alle odi di Pindaro, alle satire di Orazio. E poi, Franz Bopp: La grammatica comparativa delle lingue indoeuropee, nell’originale tedesco (Die Vergleichende Grammatik der indoeuropäischen Sprachen), con l’alfabeto gotico. Ero aux anges!
E dalla guerra al dopoguerra?
Paradossalmente, sotto il fascismo chi voleva concentrarsi sullo studio anche intenso, lo poteva fare, addirittura anche come collaboratore della Enciclopedia Treccani., pur presieduta dal filosofo del fascismo Giovanni Gentile. Tipico il caso di Delio Cantimori. Naturalmente, non sono d’accordo con Renzo De Felice, che quelli fossero «gli anni del consenso». Nessuno dovrebbe dimenticare la violenza squadrista, l’olio di ricino e il carcere per gli antifascisti attivi. Giornalisti noti, con stupefacente superficialità, come Indro Montanelli, ricordavano le «colonie elioterapiche». Ma intanto, colonie o meno, il fascismo aveva tolto al popolo italiano la «glandola politica», riducendolo a un popolo di antropoidi. Io intanto crescevo nel bosco, con i taciturni, bisnonni; esploravo il bosco, i rettili, gli insetti. Cominciavo a parlare solo verso i quattro-cinque anni, guadagnandomi la fama di ritardato mentale. Una grande fortuna. Nel mio angolino, indisturbato, osservavo e capivo tutto. Ancora una volta, la debole costituzione fisica mi tornava utile durante la guerra. Non ho mai fatto parte di formazioni partigiane ufficiali, né Brigate Matteotti né Brigate Garibaldi. Ero un gappista; portavo ordini, dinamite, munizioni, a piede libero.
Quale definizione dovrebbe della parola cultura?
Ho appena pubblicato, da Solfanelli, un libro in inglese intitolato The Changing Concept of Culture and its Enemies. Il concetto di cultura può essere inteso, fondamentalmente, in due sensi: a) in senso normativo, come il classico «kalos kai agathos» (il bello e il buono dell’antica Grecia e il ciceroniano Vir Probus Dicendi peritus; b) in senso antropologico, descrittivo, come «stile di vita», come lo ha usato Ruth Benedict in Patterns of Culture, a cui aggiungerei Patterns of Society. Ma sono da vedersi i miei La sociologia organo di autoascolto della società (Armando); La vocazione pubblica della cultura personale (Solfanelli): L’identità dialogica (ETS).
Attualmente il mondo dell’economia ha preso il sopravvento su quello della tecnologia e della politica. Non le pare che uno strumento come la tecnologia al servizio del mondo dell’economia possa essere pericolosissimo? Lei è ottimista o pessimista? Circa la sesta estinzione in atto, coinvolgerà anche la specie umana? A tale proposito, lei afferma in un’intervista:
«Qualunque essere umano, che passi per una volta su questo pianeta, è detentore, titolare, di un diritto di umanità inalienabile, inviolabile. Diritto al riconoscimento che va compiuto e realizzato secondo l’amore e il rapporto reciproco, secondo la reciprocità. Per cui una delle cose straordinarie di oggi è che questa trionfante tecnologia manca di ciò che propriamente fa dell’umano l’umano: il rapporto faccia a faccia, la reciprocità. Si comunica tutto a tutti: a, ma non con. Vale a dire che la comunicazione ha perduto la sua radice, la sua origine, anche etimologica, fondamentale: di significare unione, comunione, comunità. Laddove la comunicazione odierna, rapida, magnifica, stupenda ed efficiente, è autoreferenziale».
Il criterio economico utilitario, oggi, trionfa. Dal PIL si fa dipendere la felicità di una convivenza. Nulla di più erroneo. Si confonde un valore strumentale con un valore finale. Non solo. Il mercato è pienamente legittimo come foro di negoziazione e di scambi commerciali. Ma quando l’economia di mercato è così forte da trasformare la società in società di mercato, non si ha più una società, ma solo l’hobbesiano «bellum omnium contra omnes».
Come si possono cambiare la scuola e il mondo dell’istruzione? Non certo introducendo metodi e tecniche tecnologiche, importate peraltro da altri Paesi, oppure facendo della scuola un’azienda.
Già nel mio libro Scuola, studenti e sistema (Liguori) mi occupavo della crisi della scuola italiana, ancora statica nonostante l’istituzione della scuola media unificata per sostituire il ginnasio-liceo della riforma Gentile, per lo più destinato alle famiglie abbienti. Oggi si pensa di rinnovare la scuola con mezzi puramente tecnici, dalle lavagne luminose agli schermi elettronici. È un vicolo cieco. Manca la motivazione. Questa dovrebbe essere data dai docenti, ma, in una società in cui il valore si misura con il denaro, i docenti, talvolta addirittura aggrediti dai familiari degli studenti, sono demotivati e non possono dare ai loro studenti ciò che non hanno.
Il bene comune, la Comunità… Lei ha conosciuto molto bene Olivetti…
Adriano Olivetti non era né un buon padrone né un capitalista illuminato. Era una mente lungimirante. Aveva capito, fin dagli anni di guerra, che la comunità concreta, territorialmente definita, in cui i rapporti interpersonali sono validi in sé e per sé, è il nucleo vitale della convivenza umana.
Di che cosa parla in “Verso l’uomo autotelico”?
L’uomo autotelico è colui o colei che non si aspetta dal di fuori, dalla pubblicità, dai social, i suoi valori esistenziali, ma, nel silenzio e in solitudine, guarda dentro di sé per scoprire il télos (lo scopo) della propria vita ed essere fedele a questo scopo fino alla morte.
Oggi occorrerebbe un capovolgimento della tradizione filosofica occidentale, Lei dice. Ma non si dovrebbe ripartire proprio dal Sud, dal Mediterraneo, dall’incontro tra Oriente e Occidente?
La questione è troppo complessa per una breve risposta. Alla vocazione del Mediterraneo come «mare fra le terre» e quindi ideale terreno di incontro fra Oriente ed Occidente ho dedicato alcuni libri, a cui mi permetto di rinviarLa.
Non Le pare che il primo male della società attuale sia di aver reciso il rapporto dell’uomo con la natura? Che l’uomo voglia sconfessare la sua essenza di animale?
Il rapporto con la natura non può essere reciso, per la semplice ragione che l’uomo è intelletto e natura, come carne e spirito, anima e corpo. L’errore di Platone consiste nel ritenere che l’anima, il soggetto, possiede il corpo. No. Non è un rapporto di possesso. Il corpo è la residenza del soggetto. Senza il corpo, vale a dire la natura, il soggetto è un miserabile ego platonico-cartesiano, senza fissa dimora.
Lei è piemontese? Il Suo rapporto con Roma?
Da Laterza ho pubblicato due libri su Roma, il primo Roma da capitale a periferia, nel 1970, nel centenario di Roma capitale, ironizzando piuttosto crudamente su una capitale che diventa periferia, su una doppia capitale, Italia e Vaticano, che non riesce ad essere centro unificatore per nessuno dei due. Più tardi, sempre da Laterza, ho pubblicato Roma madre matrigna per dar conto, anche a me stesso, del mio contraddittorio odio-amore per Roma. Sono afflitto da acuta Roma-fobia la mattina presto, schiacciato in un autobus maleodorante. Cado invece in una dolce Roma-filia quando la sera, dal Gianicolo, contemplo un tramonto verde pallido e insieme fulgido come l’ingresso ad una vita più viva.
Ci fa leggere una sua poesia?
Non posso leggerle una mia poesia, posso solo indirizzarla alla raccolta pubblicata da Gattomerlino di Piera Mattei. La parola della scrittura narrativa è polisemica e polimorfica, può essere cambiata e mutata. La parola poetica è la parola dell’assoluto. Se in una poesia cambio un aggettivo, crolla tutto. La poesia è l’espressione di una soggettività da intendersi come prototipo unico, irriducibile ad altro. Per questa ragione la poesia è la sola via di uscita dal disorientamento di una società deconcentrata, elettronicamente privata del rapporto a faccia a faccia, essenzialmente e miseramente autoreferenziale e, pertanto, inevitabilmente portata alla sua auto-consunzione.
In copertina: Franco Ferrarotti
Franco Ferrarotti
Nato nel 1926 a Palazzolo Vercellese, come vincitore della prima cattedra messa a concorso per la sociologia nella storia dell’università italiana, è il padre e il decano della sociologia italiana. È stato il fondatore e l’animatore dell’Istituto di Sociologia dell’Università La Sapienza di Roma, a partire dall’anno accademico 1963/1964. Ma già nel 1951 aveva creato I Quaderni di Sociologia insieme a Nicola Abbagnano, dando vita poi nel 1967 a La critica sociologica, ancora oggi uno dei principali periodici italiani di scienze sociali. Ferrarotti ha insegnato in alcune delle più prestigiose università degli Stati Uniti. È stato nominato Directeur d’études nella Maison des Sciences de l’Homme a Parigi; fellow del Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences; membro della New York Academy of Sciences. È stato consigliere personale di Adriano Olivetti e deputato indipendente al Parlamento per la III Legislatura dal 1958 al 1963. I suoi numerosissimi libri sono stati tradotti in francese, inglese, spagnolo, russo e giapponese.