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Astor, la rivoluzione del tango

Nell’epoca della “sensibilità aumentata” che stiamo vivendo, anche la musica rappresenta una cartina di tornasole del tempo sospeso fin qui attraversato.
Musica senza tempo, come quella di Astor Piazzolla.
Nell’anno del centenario della nascita dell’autore di capolavori immortali come Adios Nonino, Balada para un Loco e Oblivion, il ritorno al cinema è segnato anche dall’uscita nelle sale dell’acclamato documentario “Piazzolla, la rivoluzione del tango” diretto dal regista Daniel Rosenfeld, il cui titolo originale Piazzolla, los años del tiburón già introduce una chiave di lettura sinora inedita del ruolo chiave che il padre del “suono contemporaneo di Buenos Aires” (come lui stesso amava definirlo) ha giocato nella sopravvivenza di un genere oltre i confini tracciati.

Ha senso, ancora oggi, interrogarsi sul fatto che la musica del maestro di Mar Del Plata rientrasse, oggi come allora, negli stilemi del tango? Probabilmente no, perché si rischierebbe di perdere di vista la passione, l’afflato, la dedizione e la ricerca continua che il bandoneonista, argentino di nascita ma newyorkese di formazione, ha tradotto in una nuova forma di intendere il tango come musica principalmente da ascoltare, data dalla convergenza di più generi e risultato della scrittura per formazioni definite “eretiche” dalla critica, come ad esempio l’ottetto elettronico, della quale faceva parte anche il figlio Daniel, oggi unico superstite e testimone di un rapporto con il padre allo stesso tempo intenso ma lacerante.

Come dimostrano infatti le testimonianze dirette e l’autobiografia dettata alla figlia, acquisiti per la prima volta dagli archivi della sua famiglia dal regista, nel corso di tutta la sua vita Piazzolla è stato un musicista senza compromessi, a lungo incompreso ma fermamente convinto che fosse necessario infrangere i dogmi del tango di Carlos Gàrdel, a suo avviso viziato di anacronistico folklore, contaminandolo con l’interplay caratteristico del jazz e l’introduzioni di strumenti atipici quali batteria, chitarra elettrica, organo Hammond, le improvvisazioni di Gerry Mulligan e i riverberi prog-rock che arrivavano da oltre oceano.

La pellicola si snoda lungo il percorso tracciato da documenti inediti come fotografie, nastri vocali (Piazzolla registrava spesso la sua voce) e riprese in super8 che raccontano la vita di Piazzolla dall’infanzia a Manhattan agli esordi musicali al fianco di alcuni dei più grandi compositori musicali dell’epoca; dal rapporto con la famiglia fino alla passione per la caccia agli squali che nonostante i problemi fisici affrontava con la stessa energia delle stremanti performance al bandoneon che lo vedevano al centro del palco; dal rientro a Buenos Aires all’incisione dei suoi capolavori, fino alla rivoluzione degli anni Settanta, con Libertango, l’album del 1974 inciso in Italia con cui si sancisce ufficialmente la nascita del Nuevo Tango; senza dimenticare le contraddizioni e le accuse di opportunismo politico mai fino in fondo chiarite, per l’opacità dei suoi rapporti con il regime cileno di Pinochet e quella foto che lo ritrae in un pranzo alla Casa Rosada al tavolo con il generale Videla in compagnia di artisti e letterati dell’epoca.

Come lo stesso regista ha dichiarato “non volevo fare semplicemente ‘un film sulla vita o la musica di Piazzolla’, anche perché credo sia impossibile condensare in 90 minuti tutta la sua vita e la sua musica. Piuttosto, mi sono voluto concentrare sui principali eventi biografici e musicali. Ma non in modo ‘anonimo’, con uno sguardo esterno. Ho cercato di creare una narrazione ‘sensoriale’, capace di offrire allo spettatore un’esperienza evocativa, grazie anche all’accesso ad uno straordinario materiale inedito, come la voce di Astor Piazzolla che racconta i suoi ricordi e le sue avventure, registrata da sua figlia Diana”.
Piazzolla, la rivoluzione del tango è un film intellettualmente ineccepibile e che mantiene la sua dimensione storiografica offrendo agli spettatori strumenti densi di suggestione per avvicinarsi all vita e all’opera di Piazzolla come finora è stato difficile trovare.

Piazzolla ha detto: “La mia musica attrae chi ama pensare. Non voglio che la gente venga ai miei concerti per divertirsi o per digerire”. Pensi che il pubblico non fosse pronto a capire una musica che era anche una sovversione sociale, un tango che doveva essere ascoltato?

Questo era il suo sogno, che la gente venisse per la musica. Ai vecchi tempi la gente pagava per ballare il tango con un’orchestra dal vivo, è a questo che servivano le orchestre. Piazzolla voleva fare un tango in cui la musica fosse al centro dell’attenzione, come nella musica classica o nel jazz. La sua musica divenne più complessa e difficile da ballare, meno persone pagavano per ballare con la sua orchestra, alcuni la chiamavano “il nemico dei piedi”.
In quegli anni Piazzolla sognava di diventare un concertista e direttore d’orchestra, un giorno portò uno dei suoi primi lavori ad Arthur Rubinstein, che era in Argentina a suonare al Teatro Colón, guardò la sua partitura e disse a Piazzolla: studia. Ed è così che Piazzolla iniziò a studiare con uno dei grandi compositori del suo tempo, Alberto Ginastera. In diverse occasioni Piazzolla, sulla difensiva, disse che il grande pubblico non era pronto per la sua musica, in un certo senso è vero, per questo è un avanguardista.

Il legame con New York è chiaro dalle vicende della vita di Astor: il tango nuevo, però, è la musica per eccellenza, che mantiene la sua essenza, e non risente delle contaminazioni con il jazz, ma le rielabora in qualche misura. Pensa che sia il momento di riabilitarsi dall’accusa di “tradimento” degli argentini?

Piazzolla ha da tempo voltato pagina. Musicalmente, Piazzolla mantiene l’essenza del tango tra le righe, come un mormorio, ed è per questo che commuove anche gli amanti del tango classico, a volte loro malgrado.
La sua musica ha la forza e il mistero della malinconia. Per esempio, le melodie di Julio De Caro, che suo padre ascoltava negli anni venti (come il tango “loca bohemia”) sembrano abitare segretamente nella musica di Piazzolla combinata con altre musiche. Piazzolla è cresciuto a New York nel decennio del proibizionismo, diceva che la sua vita era come un film di Elia Kazan. Dall’Argentina la sua famiglia (tutta di origine italiana) si era recata a New York per “fare l’America”. Al di là delle storie fantastiche con la mafia, Carlos Gardel, Diego Rivero, Jack La Motta, in quella città sentiva la musica del mondo, le melodie degli immigrati dell’Europa dell’Est o dell’Italia, il jazz proveniente da New Orleans, la musica di Bach suonata dal suo vicino, e le orchestre di tango sui dischi.

Grazie a fotografie, riprese amatoriali e nastri vocali, il film dipinge il ritratto di un personaggio che persegue ostinatamente la sua idea di musica, che lo porta anche a laceranti fratture familiari. Qual era il prezzo per andare controcorrente?

Mostrare le contraddizioni di un artista è il modo migliore per ritrarre questo genio senza farne una scultura di bronzo. Tutti abbiamo luci e ombre. Il film si basa sui legami familiari, per questo penso che il documentario piaccia a chi non conosce o non è interessato alla sua musica, perché parla di amore e di cuori infranti, di una figlia e suo padre, di un figlio e suo padre. E, naturalmente, del processo creativo. Ciò che mi colpisce è la sua fiducia in se stesso, la sua convinzione musicale nonostante le difficoltà che ha avuto, perché il successo è arrivato negli ultimi anni. Si ascoltano 5 note e si capisce che questo è Piazzolla, ha creato un alfabeto musicale caratteristico, che è molto difficile da ottenere al giorno d’oggi, sia nella musica che nel cinema c’è un’abbondanza di musica riciclata, di copie. Gli avanguardisti come lui ricevono spesso il loro riconoscimento in ritardo, sono degli innovatori.

Cosa vedeva il purista per eccellenza del tango tradizionale, Carlos Gardel, nella visione musicale di Piazzolla?

Credo che Gardel abbia incontrato in quella strana città un ragazzo argentino che suonava il bandoneon, qualcosa di insolito, Astor stava appena iniziando i suoi primi passi. Nel documentario c’è un momento del loro incontro e una registrazione sonora inedita di Piazzolla che suona quando aveva meno di 10 anni. Il destino volle che Piazzolla non morisse durante la tournée con Gardel, perché Gardel lo aveva invitato come attrazione e i genitori di Astor non glielo permisero.
Uno dei momenti più toccanti del film è l’esecuzione da parte di Piazzolla della Balada para un loco del quintetto in un ospedale psichiatrico: di fronte alle critiche che il pezzo aveva ricevuto dai puristi, Piazzolla scelse di eseguirlo davanti a un “altro” pubblico…
Quello che mi interessa di questa sequenza è che Piazzolla andò a suonare il pezzo lì, soprattutto perché c’era un poeta che ammirava, Jacobo Fijman. Astor era commosso dalla sua presenza, che ha anche, credo, toccato quella paura che abita in alcuni artisti, la paura della follia e della solitudine.

Pensi che il film possa far riscoprire alle nuove generazioni di argentini l’importanza di Piazzolla nella storia del loro paese?

In Argentina non si discute più di Piazzolla. Il centesimo compleanno di Piazzolla è un’occasione per gli zii di portare i nipoti al cinema, i nonni di portare i nipoti. Queste nuove generazioni non sono stupite dal “peso della storia”, ma si identificano con essa perché vedono nel film qualcuno che insegue un desiderio. Mi è successo che quando sono uscito dal cinema ho sentito dei giovani che ne parlavano e dicevano “questo non è tango”. Il cliché del tango che abbiamo nella nostra memoria si rompe quando sentiamo i sintetizzatori e le percussioni e la chitarra elettrica dell’ottetto elettronico, o quando sentiamo un assolo di bandoneon che, senza preavviso, ci avvolge nelle lacrime.

Daniel Rosenfeld

Nato a Buenos Aires, nel 1973. Regista e produttore, i suoi film hanno partecipato a grandi Festival come Berlino, Venezia, San Sebastián e Karlovy Vary.
Nel 2000 esordisce con il documentario Saluzzi, ensayo para bandoneón y tres hermanos (“Saluzzi, composizione per bandonéon e tre fratelli”). Nel 2003 dirige La quimera de los héroes (“La chimera degli Eroi”), coprodotto da Zentropa di Lars Von Trier. Il suo terzo film è Cornelia frente al espejo (“Cornelia allo specchio”, 2012), tratto dall’omonimo romanzo di Silvina Ocampo, la grande scrittrice argentina ammirata da Jorge Luis Borges e Italo Calvino: presentato all’IDFA di Rotterdam, ha ricevuto cinque nomination ai National Film Awards 2013 dell’Accademia del Cine Argentino. Con Al centro de la tierra (“Al centro della terra”, 2015), in collaborazione con il direttore della fotografia Ramiro Civita, il regista esplora di nuovo i limiti della finzione e del documentario.

www.danielrosenfeld.com