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Cento parole per l’uguaglianza dei territori

Nel dibattito che abbraccia il tema delle aree interne negli ultimi mesi, la scelta delle parole tradisce spesso non solo una scelta stilistica, ma diversi modi di guardare alla realtà. Le parole possono avere una valenza neutrale, descrittiva, ma possono anche interrogare, confutare. Ed è proprio per rimettere ordine alle parole, e partire da esse per arrivare ai concetti e alle pratiche, che è nato il Vocabolario delle aree interne. 100 parole per l’uguaglianza dei territori (Radici Edizioni).
Il volume, curato dal ricercatore Nicholas Tomeo, raccoglie in cento lemmi il lavoro di 68 contributors. Dalla A di abbandono alla W di Welfare, il libro identifica in un’ottica multi-disciplinare origini e prospettive del lessico indispensabile a indagare i fenomeni dell’abbandono e dello spopolamento delle aree marginali.

Scrive l’antropologa Anna Rizzo nel suo libro I paesi invisibili: “Bisogna evitare di mettere etichette sui territori, perchè queste diventano corazze, diciture che tramandano debolezze, e svuotano di valore e significato la vitalità di questi posti: non sono terre immutabili, nè resilienti, terre alte, rugose, forti, fragili, sensibili, dove si pratica la restanza, o terre di abbandono, mafiose, dei fuochi, terragne o dalla cupezza montana. La lingua ha il potere di modificare la nostra percezione e ha la forza di creare immaginari, di consegnare stereotipi difficili da eliminare. Aver cura dei paesi significa leggerli in profondità.”

Come leggere allora i paesi e le aree interne? Il Vocabolario non è un glossario didascalico, ma vuole essere un supporto di interpretazione e comprensione, un vocabolario “critico”, per raccontare realtà altre dentro quel 60% di paese reso marginale da un modello di sviluppo basato esclusivamente su una logica estrattiva del territorio.

A proposito di parole, forse la locuzione “aree interne” è impropriamente utilizzata per definire quella vasta porzione della superficie italiana caratterizzata dallo spopolamento di lungo periodo e da una crescente marginalità. Cosa ci può essere di “interno” in un paese come l’Italia, lungo e stretto, quasi interamente circondato dal mare? Sarebbero state più adatte espressioni come aree fragili, remote, deboli o periferiche. Ma ormai quelle due parole - aree interne - sono entrate in misura crescente nell’uso comunem nel dibattito pubblico e nello spazio politico, fino a diventare, appunto, una questione.

Rossano Pazzagli • Dalla prefazione al “Vocabolario delle aree interne”.

Con Nicholas Tomeo abbiamo approfondito anche il lavoro di costruzione dei lemmi: […] Abbiamo prima lavorato sui contenuti, su ciò che volevamo dire con il vocabolario e successivamente sono state individuate le persone che abbiamo reputato adatte. Ovviamente non si tratta di credere che queste persone siano le uniche adatte a trattare questi temi, ma in questo momento vogliamo lavorare con persone anche emergenti, giovani, come dico nell’introduzione, persone che stanno con “i piedi nel fango” delle aree interne, che lavorano in questi territori, abitano questi territori, vivono questi territori, li studiano.”

In copertina:  (Da sx) Nicholas Tomeo, Rossano Pazzagli e Vito Teti presentano il “Vocabolario delle aree interne” a Villa Lais legge (Roma, 28 maggio 2024) ph. Benandanti

Nicholas Tomeo

Dottorando di ricerca in Ecologia e territorio presso l’Università del Molise. Si occupa prevalentemente di beni comuni, spazio pubblico e partecipazione, con un approccio che spazia dalla storia del territorio e dell’ambiente all’ecologia politica. È tra i fondatori della Scuola dei Piccoli Comuni di Castiglione Messer Marino.