fbpx

Città prossime. Intervista a Cristina Tajani

Una città inclusiva, che ripensi sé stessa e sia capace di adattarsi al cambiamento sociale, come è accaduto nel corso del recente lockdown. Una città che possa diventare humus per gli innovatori sociali, e generare spazi ibridi, in cui sperimentare nuove forme di lavoro. Sono le città di cui ci racconta Cristina Tajani nel suo recente libro (Città prossime, Guerini editore), partendo dalla sua esperienza decennale di amministratrice a Milano, in cui ha seguito i settori più avanzati dell’economia cittadina: fashion, design e food. L’abbiamo intervistata per tracciare l’identikit delle città del futuro, sempre più a misura d’uomo, tra politiche al servizio dei cittadini, near-working, imprese a impatto sociale e riuso di spazi ibridi.

Attingendo alla vasta letteratura di questi anni sul tema dello sviluppo urbano, e riportando numerose case history del proprio lavoro sul campo, il libro della Tajani racconta delle città “prossime” per entrambi gli elementi semantici che questa parola porta con sé. Protagoniste di uno sviluppo necessario nell’immediato futuro, per la qualità della vita di chi ci abita e lavora, e innovative per rimodulare gli attuali assetti urbani sulla base della vicinanza e dei principi della città dei 15 minuti. Prossimità in questo contesto è parente stretto di inclusività e accessibilità.

Le città non sono solo i luoghi dei rischi e delle disuguaglianze, sono anche laboratori di nuove economie e nuovi settori cui guardare per la creazione di posti di lavoro per un nuovo ceto medio.

Cristina Tajani

La fine delle città?

Nei mesi della pandemia, è emerso negli Stati Uniti un vasto dibattito su quale fosse il livello di sicurezza e di vivibilità garantito dalle città. È emerso un paradosso: alcuni fattori, che rendono le città pericolose durante la pandemia, possono renderle vantaggiose quando si tratta di contrastarne gli effetti. Ad esempio, la quantità di servizi sociali e di sostegno alle famiglie, rendono le città spazi favorevoli. Da più parti si è parlato di “fine della città”, tema che torna ciclicamente nella società americana, favorito da un atteggiamento radicalmente (e ideologicamente) anti-urbano. Erik Klinenberg, sociologo della N.Y.U. ha scritto: “L’antiurbanismo è una religione americana, praticata ampiamente e frequentemente in tempi ordinari, e appassionatamente quando le città sono effettivamente in difficoltà”. Una difficoltà che ha che fare nuovamente con le disuguaglianze, e che, come racconta Emily Badger sul New York Times, ha colpito soprattutto gli strati più deboli ed emarginati della popolazione.

Gli innovatori sociali

Negli ultimi due decenni, parallelamente alla crisi delle vecchie organizzazioni sociali, partiti, sindacati, associazioni, sono nate nuove forme organizzative di comunità: imprese sociali, spazi di lavoro in condivisione, nuove espressioni del terzo settore, reti solidali atipiche. L’innovazione sociale è diventata un concetto importante nel processo decisionale europeo, trasversale ai settori e alle discipline, ed è un fattore cruciale nello sviluppo di una nuova idea di città. Tuttavia, nonostante l’uso sempre più frequente del termine, non c’è consenso sulla sua definizione. Di conseguenza, nell’ambito di un ampio lavoro di ricerca a livello europeo, è attualmente interpretato come un concetto onnipresente che comporta nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano contemporaneamente i bisogni sociali e creano nuove relazioni sociali o forme di collaborazione. Il concetto è fortemente legato alle nozioni di soluzione e trasformazione. Le politiche europee promuovono l’innovazione sociale in diversi settori, come il mercato unico, l’occupazione e gli affari sociali, la salute, l’istruzione, l’energia, l’ambiente e la ricerca. All’interno dell’UE, numerosi strumenti politici e finanziari insieme al programma di ricerca contribuiscono a questo processo. Tuttavia, c’è ancora molto da fare per trovare un approccio teorico completo per l’innovazione sociale, finanziamenti efficienti e ambienti normativi, e anche un modo per misurare il suo valore sociale. Senza questi elementi l’innovazione sociale corre il rischio di diventare una parola d’ordine vuota nel processo decisionale.

Cristina Tajani

Le città e l’innovazione tecnologica

Uno dei fronti su cui si giocherà il futuro delle città è il rapporto con l’innovazione tecnologica. Scrive la Tajani: “Le piattaforme digitali sono sempre di più dei players che intervengono non solo nei processi economici ma anche nel modo di vivere e lavorare dei cittadini, in special modo nei grandi centri urbani. Con effetti ambivalenti rispetto al loro impatto sulle disuguaglianze, sulla qualità del lavoro, sulla distribuzione delle opportunità.”
A riguardo nel 2018 a Barcellona è stato sottoscritto da 42 città un documento con i 10 principi guida per conquistare un maggiore potere negoziale con queste piattaforme. In particolare con quelle di natura “estrattiva”, che agiscono in maniera non trasparente rispetto all’utilizzo dei dati, ai servizi offerti ai diversi segmenti della popolazione e all’impatto generato nelle comunità.
Le linee guida del documento riguardano naturalmente anche il rapporto delle città con le piattaforme orizzontali (peer-to-peer), fondate su uno “scambio tra pari e generatrici di nuove forme di collaborazione e mutualismo tra i cittadini.”

Un sistema policentrico

Interrogarsi sul futuro delle città significa anche chiedersi quale sarà e come si trasformerà il rapporto tra la città e ciò che la circonda: le campagne, l’hinterland, le città medie. Un tema sempre più presente, quello del superamento della vecchia dicotomia tra urbano e sub-urbano, con i grandi centri che diventano hub, centri di smistamento e di raccordo tra centri più piccoli e distretti manifatturieri. In questa ottica una definizione di questo meccanismo viene fornita nell’articolo di Luca Garavaglia “I corridoi come reti di città”.
“È però possibile rintracciare nella letteratura sugli urban studies una definizione di corridoio intesa a una scala territoriale più limitata, metropolitana o regionale, che non si concentra solo sugli aspetti infrastrutturali e trasportistici ma guarda al corridoio come a un importante dispositivo di crescita urbana e di sviluppo locale, intendendolo come un asse in cui la facile accessibilità stimola la dinamicità della società e dell’economia.”

CRISTINA TAJANI

Assessora del Comune di Milano, dal 2011 nella giunta Pisapia e nuovamente dal 2016 nella giunta Sala, con deleghe allo sviluppo economico, attività produttive, commercio e risorse umane, design e moda. Ha svolto attività di ricerca e docenza e ha lavorato nell’ufficio studi della Camera del lavoro di Milano dal 2003 al 2011. Per l’A.A. 2021-2022 docente di alta qualificazione nel corso di studio Urban Planning and Policy Design del Politecnico di Milano.