Che le storie, come le metti metti, sono sempre e solo mezze storie, l’altra metà ci sfugge sempre, proprio come l’altro lato della luna.
Remo Rapino, Cronache dalle terre di Scarciafratta
Non lo troverete su una mappa. Per raggiungere Scarciafratta la strada è lunga e impervia, e bisogna darsi il tempo di incontrare personaggi dai nomi strampalati: il sagrestano titolare Colasante Arduino, il cultore di storia patria e poeta, D’Annunzio Uberto Polimante e Centofanti Zi’ Nicola Capobanda. Poi Ruscitti Domenico detto Mengo, tipo “solitario e stranito” a cui viene affidato il compito di “ridare voci a quelli sommersi dalla morte.” La voce di Mengo è il cuore del nuovo romanzo di Remo Rapino, Cronache di Scarciafratta, con cui lo scrittore abruzzese e la sua “lingua guasta” continuano a raccontarci di un’umanità di spasulati, fatta di memoria e scordanza. Abbiamo intervistato lo scrittore in occasione dell’uscita del suo libro.
Tra le cronache di Scarciafratta si insinua anche la storia degli uomini. L’8 agosto del 1956, nella miniera del Bois du Cazier perdono la vita 262 persone di dodici diverse nazionalità tra cui 136 italiani e di questi 60 abruzzesi. A Scarciafratta è un susseguirsi di telegrammi funebri. “il suono delle campane a morto se ne scendeva per la vallata e infine sfumava dietro prime cime del Corno Grande.” Mengo annota sul suo quaderno i “nomi persi nello stomaco nero della terra” e Covatta Nunziatino, detto “Lu belgese” lamenta le sue sfortune: “Se mi mettevo a fabbricare cappelli di sicuro sarebbe nata, come per un miracolo al contrario, gente senza coccia”.
Dopo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, storia di un cocciamatte che gli è valso il Premio Campiello 2020, Rapino cambia registro narrativo con una struttura “a fisarmonica”, in cui il racconto rimbalza tra i personaggi e moltiplica la prospettiva del romanzo. Scarciafratta è un luogo universale, anche se inevitabilmente lo immaginiamo inerpicato su una delle montagne dell’Appennino Centrale, dove le “case sono ridotte a pietre che rotolano e si sfarinano, ma continuano a parlare”. Un libro che è anche un esplicito omaggio all’Antologia di Spoon River (in particolare nella rilettura musicata da Fabrizio De Andrè) che l’autore ha definito come “un libro mastro delle fragilità esistenziali”.
Lettura di Fabio di Cocco tratta dal prologo del romanzo “L’inizio, forse.”
Remo Rapino
1951. è stato insegnante di filosofia nei licei. Vive a Lanciano. Ha pubblicato i racconti Esercizi di ribellione (Carabba 2012) e alcune raccolte di poesia, tra cui La profezia di Kavafis (Moby-dick 2003) e Le biciclette alle case di ringhiera (Tabula Fati 2017). Con Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (minimum fax 2019) ha vinto il Premio Campiello 2020.