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Di cosa viviamo. Intervista a Birgit Birnbacher

Birgit Birnbacher, definita da Judith von Sternburg sulla Frankfurter Rundschau “maestra dell’empatia non patetica”, appartiene a quella rara categoria di autrici che riescono a coniugare precisione sociologica e profondità poetica. Con Di cosa viviamo (Wovon wir leben), pubblicato in Italia da Mar Dei Sargassi, la scrittrice austriaca porta sulla pagina una domanda tanto intima quanto collettiva: di cosa — e per cosa — viviamo davvero?

Un singolo errore, apparentemente banale, basta a far crollare la vita ordinata di Julia, la protagonista del suo romanzo, un’infermiera che si ritrova costretta a tornare nel suo villaggio natale. Quel luogo, incastonato ai piedi di una montagna “dove non si riesce mai a respirare”, è l’emblema di un’Europa marginale e disillusa: la fabbrica non c’è più, gli uomini passano le giornate al bar, e chi può se ne va. Julia, invece, resta, tra un padre malato, una madre fuggita in Sicilia “per concedersi la propria felicità” e un fratello fragile.

L’incontro con Oskar, beneficiario di un esperimento di reddito di base, introduce un barlume di possibilità: cosa farebbe, Julia, se potesse vivere un anno senza preoccuparsi del denaro? Ma la vera posta in gioco non è economica: è la ricerca di un senso, di una forma di resistenza silenziosa in un mondo che misura tutto in termini di utilità.

Con uno stile asciutto e compassionevole, Birnbacher costruisce una storia che interroga la dignità del lavoro, la colpa della sopravvivenza e la capacità di riconoscere, nei gesti minimi, quei “movimenti di bene” che permettono agli esseri umani di restare umani. È da qui che parte la nostra conversazione con l’autrice.

Birgit Birnbacher alla Fiera del Libro di Lipsia nel 2023

Nel titolo Di cosa viviamo — Wovon wir leben nell’originale tedesco — c’è una domanda che risuona a più livelli: economico, sociale, ma anche profondamente esistenziale. Nelle recensioni al libro si è sottolineato come il romanzo metta a nudo la fragilità di un mondo che misura il valore delle persone in base alla produttività, lasciando in ombra tutto ciò che non “rende”, come la cura, l’ascolto, la lentezza. Perché, secondo lei, oggi abbiamo bisogno di “vivere di qualcosa”? È un bisogno di sicurezza materiale, di riconoscimento?

Quando ho iniziato a scrivere, non sapevo molto di questo testo se non che sarebbe stato un testo sul respiro e sul lavoro. Mi interessava intrecciare la dimensione fisica con quella economica, sebbene non fosse neppure necessario perché, in realtà, lo fanno già da sole. Il linguaggio stesso lo rivela: espressioni come “di cosa vivi” o “what do you do for a living”, “cosa fai per vivere”, non nascono per caso, ma dicono molto. Nel romanzo, ho cercato di esplorare i veri significati dietro queste parole. Respirare, inspirare ed espirare, sono economia. Se l’equilibrio si rompe, ci si ammala. Vale per il corpo, ma anche per la società e per l’uguaglianza di genere. Credo che sia di questo, in gran parte, che tratta il libro.

Nel romanzo si avverte una tensione costante tra la responsabilità individuale — quella di chi cerca di “fare la cosa giusta” — e il fallimento strutturale di un sistema che sembra rendere vano ogni sforzo. Penso, ad esempio, al percorso di Julia e al suo tentativo di reinserirsi, di “funzionare” in una società che non sa più cosa farsene dei fragili. Dove, secondo lei, si colloca la possibilità di un riscatto personale? È ancora nelle scelte individuali o solo in un cambiamento collettivo?

Ho sempre amato osservare le persone. Di recente, a una festa a Vienna, ho incontrato una donna che lavora nelle PR. Ci conoscevamo solo di vista, e non sapevo che avesse antenati nel piccolo villaggio da cui provengo, dove è ambientato anche il romanzo. Di solito non conosco le persone di cui altri parlano. Ma lei ha nominato sua nonna e abbiamo scoperto che da bambina ho trascorso molto tempo proprio con quella signora, che amava sedere su una panchina al sole davanti alla casa di riposo accanto a cui abitavo. Le ho descritto le mani di sua nonna. Ricordo che erano abbronzate e che lei indossava sempre, davvero sempre, un vestito da lavoro bianco e inamidato. Alla fine della nostra chiacchierata, entrambe siamo scoppiate in lacrime. Mettendo insieme i nostri ricordi, infatti, abbiamo costruito un’immagine più completa di quella signora: io ho scoperto che era stata una cameriera – e per questo portava ancora quel vestito – e lei che sua nonna si era goduta così tanto la vecchiaia che il sole le aveva dorato la pelle. Penso che la realtà funzioni in modo simile: raccogliamo frammenti, li mettiamo insieme, diamo loro una forma. Questo perché il linguaggio ci permette di sceglierli e combinarli. La sociologia è limitata. Anche le arti visive lo sono. Il linguaggio, invece, è l’unico modo per avvicinarsi almeno un po’ alla complessità del reale.

In diverse interviste ha parlato di “movimenti di bene”. In che modo questo concetto attraversa la sua narrativa e la sua visione dell’essere umano?

Una cosa ha portato all’altra. Non mi era chiaro, quando ho cominciato, che non si può scrivere di lavoro senza scrivere di genere. E che non si può scrivere di genere senza considerare la famiglia come costruzione sociale che ci forma come esseri umani e cittadini. È un tema enorme e complesso, un mostro, ma sono contenta di averlo affrontato e in qualche modo vinto, almeno sul piano letterario.

Dopo “Di cosa viviamo”, quale direzione sente di voler esplorare? Ha già in mente un nuovo progetto letterario, e quali temi sente ancora “irrisolti”?

Non lo so. Non posso davvero rispondere a questa domanda, anche se so che dovrei. Cerco di non interrogarmi troppo sul senso complessivo di ciò che faccio. Scrivo di ciò che vedo e vivo, ma non ho la presunzione di sentirmi nella posizione di sapere dove tutto questo debba portare. So, però, qual è il mio sentire riguardo alla giustizia tra i generi e all’interno delle famiglie. Credo che stiamo tutti meglio quando il lavoro pagato e quello non pagato sono distribuiti equamente. Ma ciò è possibile solo se lo Stato e le istituzioni ci forniscono le infrastrutture necessarie, senza lasciarci (ancora) discutere e risolvere tutto questo soltanto all’interno delle relazioni e delle famiglie.

Ci sono scrittori contemporanei a cui si sente particolarmente vicino, come compagni o interlocutori in questa esplorazione?

Natalia Ginzburg ha detto moltissimo su donne e famiglia, cose che considero essenziali. E qui in Austria, ma non solo, naturalmente mi ispira Elfriede Jelinek. Inoltre, trovo molto stimolanti le riflessioni di Maggie Nelson. Ma amo anche approcci sociologici che non sembrano affatto tali, come quelli di Teresa Präauer, Anna Weidenholzer o Milena Michiko Flasar.

In copertina: Birgit Birnbacher/ ph. Foto: Siegrid Cain