Può essere che il testimone abbia vissuto un po’ fuori dagli schemi: non sono in molti ad aver continuato a pendolare così tanto, e in modo così vario, per tutta la vita adulta, o a essere finiti in galera per renitenza alla leva, vissuti in barca per più di un lustro, o ad aver dormito per anni su un materasso in ufficio, tanto per ricordare qualche esempio. Ciononostante, il testimone non si sente affatto speciale, umanamente parlando, né crede di essere considerato tale.
Björn Larsson
Filosofia minima del pendolare
Particolarmente conosciuto e amato dai lettori italiani per i suoi romanzi d’avventura, Björn Larsson stavolta ci regala un libro inaspettato. Filosofia minima del pendolare raccoglie episodi di vita vissuta nella sua lunga esperienza di pendolarismo tra Danimarca, Svezia e Italia, costruendo con ironia un piccolo reportage antropologico sulle abitudini, le nevrosi e le sfide quotidiane di chi viaggia sui mezzi pubblici. Come spiega lo stesso Larsson, in questo libro l’utilizzo della terza persona (il protagonista e la voce narrante è il “testimone”) è motivato dal fatto che ogni libro lo scrive per gli altri, per suscitare emozioni e creare senso di identificazione.
Per avere un’idea del fenomeno, basta leggere i dati del Report sulla mobilità della popolazione dell’ISTAT: nel 2019 in Italia, la popolazione pendolare è stata pari a 30,2 milioni di persone, di cui 20,5 milioni di lavoratori e 9,7 milioni di studenti. Ci si sposta in treno, in autobus, ma come scrive Fabio Stassi nel suo Anatomia del pendolare. “Il pendolarismo è un’altalena di inerzia e movimento che a lungo andare ti svuota perché non si appartiene mai veramente a nessun posto se non al proprio treno”.
Nel corso della presentazione romana del libro presso la libreria Spaziosette, Larsson si è confrontato con lo scrittore Fabio Stassi, a cui è dedicato un capitolo del libro, “Infortuni sul lavoro”.
Con il suo abituale piglio leggero, Larsson fornisce tutti i rudimenti del pendolare “professionista”, dai trucchi per trovare il miglior posto su un treno agli imprevisti che mettono alla prova la pazienza dei pendolari, fino a riflessioni più profonde sulla società, la decadenza del linguaggio e i cambiamenti nel modo di viaggiare, soffermandosi sul tema dell’isolamento vissuto durante la pandemia, un momento difficile per chi trova nel viaggio una ragione di vita. Filosofia minima del pendolare ispira una interessante riflessione sui temi del viaggio, ma anche sul senso di sradicamento della società contemporanea e il bisogno di libertà – dal mare al trasporto pubblico, offrendo una lettura in cui molti pendolari potranno riconoscersi.
Come è nata l’idea di questo libro e quando ti sei reso conto che il pendolarismo avesse un’idea, una forza letteraria?
Non è iniziato come un libro, nel senso che, per una deformazione professionale, ero abituato ad ascoltare, osservare, prendere appunti. E così, anche pendolando, in un certo senso avevo raccolto qualche appunto, frammenti di conversazioni, comportamenti che ho visto e sentito. Tuttavia, non avevo l’ottica di farne un libro.
Poi è arrivata la pandemia e lì è scattato qualcosa: tutti i pendolari del mondo intero erano a casa. Mi sono chiesto cosa significasse per loro stare a casa, incluso per me stesso, dopo quarant’anni di andata e ritorno. Ho iniziato a riflettere su questo fenomeno e mi sono reso conto che forse, tra i miei appunti e ricordi, c’era il materiale per scrivere un libro su un tema che nessuno trattava.
Hai scritto dei bellissimi romanzi legati al viaggio e all’avventura. Qual è, secondo te, il rapporto e quali sono le differenze profonde tra la dimensione del viaggiatore e quella del pendolare?
Diciamo che, in principio, entrambi rappresentano un movimento. La differenza, ovviamente, è che nel viaggio la meta, l’arrivo e la partenza contano. Quando si viaggia, soprattutto in barca a vela, la partenza è sempre un momento gioioso, pieno di aspettative e sogni, e l’arrivo è altrettanto significativo.
Invece, per un pendolare, la partenza e l’arrivo sono banali, da dimenticare. Nessuno chiede a un pendolare “da dove vieni?”, perché la risposta è scontata. Allo stesso modo, nessuno gli chiede “dove vai?”, perché tutti sanno che la destinazione è sempre la stessa, ogni giorno.
Durante la presentazione alla Libreria SpazioSette a Roma, con Fabio Stassi avete evidenziato come la vita del pendolare sia un misto tra socialità e misantropia. Dove finisce la socialità e dove inizia la misantropia per un pendolare?
Dipende molto dal tragitto e dai mezzi che si prendono. Cambia molto in base al quartiere, alla lunghezza del percorso, ai ritardi. La misantropia si manifesta soprattutto nei confronti del sistema: quando c’è un ritardo, una cancellazione, un guasto, o quando l’autista manca e salta un pullman. In quei momenti, nasce una piccola rabbia interiore. Tuttavia, non ho mai percepito questa misantropia verso gli altri passeggeri. Gli altri pendolari sono visti quasi come ombre, una sorta di decorazione.
Quindi, non esiste una coscienza di classe tra i pendolari?
Non come pendolari in sé, ma esiste una stratificazione sociale. È evidente che alcune categorie, come uomini d’affari e politici, non prendono mai i mezzi pubblici: loro viaggiano in macchina.
Anche tra i pendolari esistono differenze. Nel libro faccio notare come, in un tratto da Helsingborg a Malmö, in Svezia, cambi la natura dei passeggeri perché si attraversa una città con tanti immigrati e disoccupati. Questo si riflette immediatamente sull’atmosfera dei mezzi pubblici.
Un altro aspetto che affronti nel libro è il rapporto tra pendolarismo e lettura. Il viaggio quotidiano sembra un’occasione ideale per immergersi in un buon libro. Quali sono i libri che hai letto meglio durante questi tragitti?
È impossibile dirlo, perché ho letto migliaia di libri. Tuttavia, mi sono reso conto che il miglior libro per accompagnare un pendolare è un buon romanzo, uno di quelli che trascina pagina dopo pagina. Personalmente, consiglierei I tre moschettieri, Il conte di Montecristo o persino Guerra e pace di Tolstoj. Sono romanzi epici, che obbligano quasi a girare la pagina.
In copertina: ph. Denys Argyriou su Unsplash / Foto bio: Bianca Rizzi
Björn Larsson
Nato a Jönköping, docente di letteratura francese all’Università di Lund, filologo, traduttore, scrittore e appassionato velista, è uno degli autori svedesi più noti anche in Italia. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Grinzane Biamonti, il Premio Elsa Morante, il Premio internazionale cultura del mare, il Premio Boccaccio Europa e il prestigioso Prix Médicis in Francia. Tra i suoi titoli di maggior successo, tutti pubblicati da Iperborea, oltre a La vera storia del pirata Long John Silver, anche Il Cerchio Celtico, Il porto dei sogni incrociati, La saggezza del mare, I poeti morti non scrivono gialli, La lettera di Gertrud e Nel nome del figlio.