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Furio Jesi, i miti e la destra.

Inizia oggi con questa intervista Macchine mitologiche: il nome della rubrica è un omaggio a Furio Jesi, intellettuale prematuramente scomparso nel 1980, che della decostruzione del linguaggio mitico, quello che muove gesti e promuove identità, ha fatto uno dei nuclei del suo pensiero.

Lo facciamo insieme ad Enrico Manera, autore di Furio Jesi. Mito, violenza, memoria, pubblicato nel 2012 per Carocci, a cui seguono numerosi articoli su riviste scientifiche. I suoi interessi principali vertono sulle teorie del mito e della memoria culturale in età contemporanea e sulle intersezioni tra filosofia, antropologia e storia delle idee.

Furio Jesi è il nostro punto di partenza, perché pur essendo morto a soli 39 anni, ha fatto in tempo a lasciarci uno strumento che oggi ci è molto utile: la macchina mitologica.

Enfant prodige dell’egittologia già a 14 anni, studioso di miti, in seguito professore di letteratura tedesca, Furio Jesi procede dallo studio sul campo dei miti protostorici della nostra civiltà all’analisi delle strutture che producono miti.

Il risultato è stupefacente: se non possiamo assumere il mito come realtà, non abbiamo che narrazioni che additano un nucleo originario a cui non ci è dato avere accesso, ma di cui non possiamo sapere nulla, e che anzi, dobbiamo presupporre vuoto.

Questo il meccanismo a cui Furio Jesi ha dato il nome di “Macchina Mitologica”

Furio Jesi ha decostruito i contenuti e lo stile del pensiero di destra, concludendo però che ogni narrazione identitaria, compresa quella di sinistra, è nel suo intimo di destra, inevitabilmente legata alla costruzione di una identità basata su reazioni emotive alla paura, all’angoscia, all’ansia della complessità che la modernità ci ha consegnato.

Nella nostra epoca in cui le costruzioni politiche fanno appello alle emozioni perché hanno fatto proprio il linguaggio della pubblicità, la perdita di complessità ha trasformato lo spazio del dibattito pubblico in un playground angusto dominato da un atteggiamento agonistico. E l’orizzonte culturale in un sistema di intrattenimento continuo le cui ragioni ultime sono celate ai più.

La Macchina Mitologica, lo straordinario strumento concettuale che Furio Jesi ci ha consegnato, stabilisce alla base di ogni discorso mitico – emotivo, che promuove identità e azione invece che conoscenza e dialettica – un nucleo identitario in effetti vuoto. Il mito in sé non esiste e va preso in considerazione solo come macchina che produce effetti. L’invito alla decostruzione e al pensiero critico è forte e chiaro.

Qui cerchiamo di seguire quelle indicazioni, ingaggiando di volta in volta le voci che possano portarci un po’ più avanti nel nostro percorso.

Buon ascolto.

Cover ph. Angel of fascism, piazza augusto imperatore by Anthony Majanlahti is licensed with CC BY 2.0

ENRICO MANERA

(1973, Torino). Insegna storia e filosofia in un liceo torinese e svolge attività di ricerca presso l’Istoreto: collabora stabilmente con le riviste Doppiozero.com e La storia tutta. I suoi studi vertono sulle teorie della mito e della memoria culturale in età contemporanea, al crocevia tra storia, antropologia  e pensiero politico. A Furio Jesi ha dedicato un numero monografico della rivista “Riga” n. 31 (con M. Belpoliti, Marcos y Marcos, 2010) e il testo di sintesi teorica Furio Jesi. Mito, violenza, memoria (Carocci, 2012).
Nel 2020 è stata ripubblicato il volume da lui curato con Giovanni Leghissa, Filosofie del mito nel Novecento (Carocci).