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Hair power

Together, we are fighting for the protection and celebration of Black hair and hairstyles.

Nelle brevi frasi manifesto di Halo Collective, un collettivo composto da organizzazioni e persone che lavorano per creare un futuro libero dalle discriminazioni legate ai capelli, è questa una di quelle che colpisce di più. A un occhio poco allenato, la creazione di un collettivo che si prefigge come scopo quello di coltivare l’uguaglianza attraverso l’hair styling può sembrare poco comprensibile.

Eppure, sono tante le situazioni in cui  il razzismo prende forma attraverso sfumature di cui non ci rendiamo conto, perché non ci riguardano direttamente e non abbiamo mai provato determinate sensazioni in prima persona. Nel libro Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, per esempio, si racconta un episodio legato ai cerotti. Ne esistono di varie forme e misure, ma i colori sono sempre e soltanto pensati per confondersi e mimetizzarsi con la pelle bianca.

L’hairism e la white beauty norm

I cerotti sono una piccola parte della vita di ognuno, ma i capelli sono parte di noi, una parte importante, con cui conviviamo e che ci caratterizza, ci dona un’identità personale, unica. Hairism è il termine con cui si identifica la discriminazione basata proprio sui capelli, derivante dalla “white beauty norm” ovvero dalla preferenza per i capelli lisci. L’hairism sottolinea la differenza estetica, appunto, tra i black hair (sbagliati) e i white hair (l’ideale da raggiungere).

La questione è così tanto sentita, soprattutto negli Stati Uniti, che nel 2019 in California è stato creato The CROWN Act, grazie a Dove e The CROWN Coalition, in partnership con il Senatore Holly J. Mitchell.

C.R.O.W.N., acronimo di Creating a Respectful and Open World for Natural Hair, ha lo scopo di garantire protezione proprio contro l’hairism e contro tutte quelle azioni che caratterizzano le acconciature naturali nere come poco professionali e sgradevoli. Anche se la questione non si può ridurre a un problema di genere, non è di poco conto il dato per cui negli U.S.A. le donne di colore hanno 1,5 volte in più di possibilità di essere licenziate a causa dei loro capelli e delle loro acconciature e quello secondo cui l’80% delle donne nere lavoratrici dichiara di essere stata costretta a cambiare la propria acconciatura per non sentirsi discriminata in ufficio.

Discriminazione di genere e discriminazione tout court

Alla discriminazione di genere si affianca quella politica, e di affermazione della propria identità.
Può sembrare una questione di poco conto o di pura vanità, ma per migliaia di afroamericani, per esempio, un’acconciatura differente può essere determinante per affrontare la vita di ogni giorno nell’America bianca. Un problema che riguarda donne e uomini: ne è un esempio un episodio raccontato da Malcolm X nella sua autobiografia. La descrizione del conk, la sostanza chimica con cui si lisciavano i capelli maschili, viene descritta dall’attivista per i diritti umani, leader nella lotta degli afroamericani, come il primo grande passo verso l’autodegradazione, verso la sopportazione del dolore di sentire la pelle letteralmente bruciare solo per costringere i propri capelli ad assomigliare a quelli di un bianco. Il conk è fortunatamente quasi estinto ma la discriminazione, al contrario, persiste.

Ne sono una prova anche tutti i documentari, i libri, i film e le attività culturali che hanno il loro focus proprio sulla questione black hair: uno dei più riusciti è sicuramente No Lye: An American Beauty Story, un documentario del 2019 di Bayer Mack che racconta l’ascesa e il declino del settore della bellezza etnica di proprietà dei neri in America, definito dal Journal of American History come un film che “potrebbe essere utilizzato da coloro che insegnano la cultura popolare, le pratiche commerciali dei neri, l’appropriazione e l’espropriazione culturale e la storia dell’immagine nera.”

O ancora come Back to Natural, film documentario che racconta la verità nascosta e gli intrecci che legano politica, identità di razza e capelli nelle comunità nere.  Back to Natural è un potente richiamo a quel desiderio troppe volte disatteso di assecondare le proprie radici, e sottolinea con forza la potenza politica di assecondare i capelli afro naturali, senza costrizioni dettate dalla società bianca.

- Ifemelu era cresciuta all’ombra dei capelli di sua madre. Erano neri neri, così folti che si bevevano due flaconcini di lisciante, così corposi che per asciugarsi dovevano stare ore e ore sotto il casco e, finalmente liberati dai bigodini rosa, schizzavano via pieni e liberi, fluendo lungo la schiena come un giorno di festa.-

Americanah, Chimamanda Ngozi Adichie

Non solo America: il caso UK

Halo Collective nasce nel Regno Unito nel 2020: fondato da 30 giovani attivisti neri di The Advocacy Academy (un movimento di organizzazione giovanile per la giustizia sociale dedicato alla creazione di una società più equa), Halo combatte contro la discriminazione legata ai capelli, e lo fa partendo da Halo Code, il primo codice creato in UK per la scuola e i luoghi di lavoro.

Halo chiede regole chiare e semplici per porre fine all’hairism: molte persone non hanno mai dovuto porsi il problema dei propri capelli sul lavoro o a scuola, ma la questione è di importanza fondamentale per le comunità nere del Regno Unito, che ogni giorno si trovano ad affrontare situazioni discriminatorie (nonostante una legge del 2010 abbia dichiarato illegale qualsiasi tipo di discriminazione basata sulle acconciature legate alla razza e nonostante nel 2017 in UK sia stato creato il World Afro Day, una giornata globale di cambiamento e celebrazione dei capelli afro, appoggiata anche dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU).

Dal 2010 sicuramente qualcosa è cambiato in positivo, anche grazie al movimento Black Lives Matters, eppure le comunità di colore si trovano ancora a dover gestire problematiche non solo ideologiche ma anche pratiche. Per esempio, in Gran Bretagna, secondo un sondaggio, esistono solo 314 saloni di parrucchieri afro su quasi 45.000 saloni di bellezza e parrucchieri registrati. È di immediata comprensione la necessità che ci siano più parrucchieri (di qualsiasi etnia) capaci di tagliare i capelli delle persone di colore, e in grado di farlo con rispetto e cura.

Consapevoli della questione ancora aperta e della necessità crescente di porvi rimedio, anche nel Regno Unito è presente The CROWN UK, che, al pari dell’omonimo fondo statunitense, si pone l’obiettivo di  creare un mondo aperto e rispettoso dei capelli naturali.

Hair love: l’amore è la prima ancora di salvezza

Spesso, le grandi battaglie passano dalle piccole cose. 7 minuti, un breve documentario di animazione che vince l’Oscar nel 2020 come miglior cortometraggio animato. È Hair Love, una storia che solo apparentemente sembra ruotare intorno a un papà che non sa gestire i capelli della propria bambina, ma che racchiude al suo interno temi fondamentali: l’orgoglio dell’identità afro, innanzitutto, che si esprime anche attraverso la libertà di tenere i capelli al naturale o di scegliere acconciature che li esaltano. La sofferenza di una mamma malata di cancro, che perde i capelli a causa della chemioterapia ma che continua a essere il fulcro della casa grazie ai tutorial online che aiutano anche il suo compagno a pettinare la loro bambina. L’amore, cura potente che asciuga lacrime, apre porte, disegna strade nuove. E protegge, sempre.

ph. © Halo Collective

Da leggere
Per approfondire il tema dall’interno, vi consigliamo Good Hair: The Essential Guide to Afro Textured and Curly Hair, scritto dalla leggendaria haristylist britannica Charlotte Mensah, che lotta da anni per difendere l’estetica black. Il libro è molto più di una guida su come curare i capelli: è una vera celebrazione dei capelli afro, raccontata con rispetto.

Da vedere
Oltre ai documentari citati nell’articolo, segnaliamo Hair Power: Me and My Afro, della scrittrice Emma Dabiri. Un viaggio affascinante e di scoperta attraverso le storie di vita e di capelli di tanti uomini e donne inglesi.