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Il museo di domani è già qui

Nel 1915 il sindaco di Bologna Francesco Zanardi, per far fronte alle sofferenze della popolazione provata dalla prima guerra mondiale, fece costruire un panificio comunale. Eletto con una campagna che proponeva il motto “Pane e alfabeto”, viene ricordato per le sue incisive azioni riformiste (successivamente gli costarono il confino), e per aver supportato le classi più povere, favorendo il loro accesso alla cultura.

Ispirandosi a questo programma di rigenerazione sociale e culturale, e prendendo il nome dallo spazio che ospita l’ex forno voluto da Zanardi, nasce oggi Il Nuovo Forno del Pane, centro di produzione interdisciplinare ideato dal MAMbo, il Museo d’Arte Moderna di Bologna. Ospitato all’interno della Sala delle Ciminiere, offre a 13 artisti residenti a Bologna attualmente senza uno studio, un luogo di sostegno alla produzione artistica.

Il progetto nasce grazie all’impegno dell’Istituzione Bologna Musei, l’Assessorato alla Cultura e Promozione della città e il relativo Dipartimento del Comune di Bologna, oltre naturalmente a Lorenzo Balbi, direttore artistico del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna e al suo staff.

Il Nuovo Forno del Pane ospita anche una stazione radio gestita da NEU Radio, che ogni settimana trasmette approfondimenti sul progetto e i suoi sviluppi. La comunità creativa composta dai 13 artisti abita quotidianamente lo spazio dando vita a una sinergia culturale di grande vitalità, con un programma di incontri pubblici on-line con intellettuali, poeti e artisti della nostra contemporaneità. Le immagini presenti in questo articolo ne raccontano alcuni momenti.

Del progetto, e del mutamento della funzione delle istituzioni museali e dei suoi nuovi pubblici abbiamo discusso in questa intervista insieme a Roberto Grandi, presidente dell’Istituzione Bologna Musei.

Nuovo forno del pane 1

In occasione della recente XVI Giornata del Contemporaneo, il progetto proposto dal MAMbo con lo spazio del Nuovo Forno del Pane ha reso il museo una dimensione accessibile alla comunità degli artisti, dove essi comunicano e producono in mancanza di spazi propri. Come pensa che interagiranno in futuro gli spazi museali e le comunità di artisti?

I musei oggi devono prendere coscienza di essere istituzioni che operano come hub culturali in una logica di accountability verso la società con precise forme di responsabilità sociale nei confronti di, almeno, quattro tipologie di pubblico: la comunità locale, il mondo educativo, gli artisti, i turisti. È agli artisti e ai creativi che più hanno sofferto la crisi di questi mesi che si è rivolto il MAMbo, offrendo gli spazi della grande Sala delle Ciminiere per costruire insieme il Nuovo Forno del Pane. Un museo che, per sei mesi, da casa delle opere si è trasformato in casa degli artisti, incubatore di progettualità e spazio generativo di una nuova comunità creativa che ha sperimentato la relazione tra lavoro individuale e lavoro collettivo. La risposta degli artisti alla chiamata di MAMbo ha mostrato come ci sia una domanda estesa per un ruolo pro-attivo dei musei verso i creativi. Stiamo operando con l’amministrazione comunale per individuare la possibilità di continuare, con forme anche innovate, in spazi altri la mission alla base del Nuovo Forno del Pane.

In questi mesi di “accelerazione digitale” la fruizione a distanza di contenuti culturali si è affiancata all’esperienza diretta. Come trovare in futuro il giusto equilibrio tra le due dimensioni, senza che l’una possa penalizzare l’altra?

Anche i musei che fanno parte della nostra istituzione hanno accelerato in questi mesi le potenzialità offerte dalla rete e dai social media. Da qualche tempo avevamo iniziato una formazione interna sul digitale che stiamo proseguendo. Penso che la progettualità digitale debba essere affrontata su due livelli. Il primo parte dalla consapevolezza che il digitale ha un linguaggio proprio che produce un testo diverso da quello prodotto con il linguaggio dell’allestimento in sala. I materiali delle collezioni permanenti e l’architettura che forma la tessitura dell’esperienza in presenza sono il riferimento delle narrazioni digitali che devono essere tradotte in un linguaggio altro. Come sappiamo, un buon traduttore è anche un talentuoso traditore. Nel nostro caso abbiamo due linguaggi che danno luogo a due esperienze di fruizione diverse che non si sovrappongono. Anzi, l’esperienza digitale incoraggia la voglia di una esperienza in presenza. Un secondo livello è l’utilizzo dei social media per le loro potenzialità comunicative quali strumenti in grado di trasmettere, promuovere, vendere l’esperienza museale. La quantità di piattaforme a disposizione e di social rivolti a pubblici-community tra loro diversi ha concentrato l’attenzione sui canali. Oggi grazie all’accumulo di dati e alle potenzialità degli algoritmi siamo in grado di raggiungere tutti i pubblici, ma non sempre siamo in grado di costruire contenuti con i linguaggi propri di ciascun social e quindi efficaci per i diversi target. Dobbiamo partire dai contenuti e poi parcellizzarli per essere adattati e veicolati con le modalità specifiche di ogni social. Per esempio, non possiamo utilizzare la stessa immagine o testo su Facebook, Instagram, Twitter, Tik Tok, LinkedIn. È una progettualità che richiede capacità diverse da quelle tradizionali e che risente della carenza, in tante situazioni, di preparazione sui linguaggi e registri digitali in grado di cooperare con chi ha competenze sui contenuti museali.

In diverse occasioni, a proposito del riconoscimento sociale del ruolo degli operatori culturali ha parlato di “non-ancora-pubblici”. Come creare situazioni inclusive e capaci di allargare l’accesso all’offerta culturale?

Affrontare questo tema implica un ripensamento del ruolo dei musei, riflesso anche nel dibattito interno all’ICOM sulla definizione di museo. Forse perché non ho una formazione né museologica né museografica mi pare naturale partire dalla domanda su quanto i musei siano ancora permeati dal paradigma costitutivo originario. Come sosteneva Foucault i musei, al pari di altre istituzioni sorte con la città moderna, sono eterotopie del tempo, spazi volutamente isolati e discontinui rispetto alla quotidianità che disciplinano la costruzione di cittadini in funzione di un consenso verso chi detiene il potere. I musei come idea moderna di fare depositare il tempo “all’infinito in un certo spazio privilegiato, l’idea di costituire l’archivio generale di una cultura, la volontà di rinchiudere in un luogo ogni tempo, ogni epoca, ogni forma e ogni gusto, l’idea di costituire uno spazio per ogni tempo, come se questo spazio potesse essere definitivamente fuori del tempo”. La comunità del territorio è uno dei quattro pubblici dei musei che, in quanto hub culturale, devono, paradossalmente, rompere l’isolamento fisico, culturale e simbolico verso la quotidianità che era l’elemento costitutivo della ideologia museale. Da museo che crea separazione e soglie a museo che si apre e che opera all’esterno proprio per abbattere le soglie culturali, economiche e sociali. Una sorta di rivoluzione contro se stesso. Questo dunque implica partire, anche fisicamente, dagli spazi della città vissuti dai non-pubblici, imparare a ascoltare le loro esigenze e motivazioni e costruire proposte su misura. È possibile, in questa maniera, conquistare la fiducia di questi pubblici declinando con creatività il giacimento di narrazioni e di potenziali esperienze che collegano nei musei il passato con il presente e il futuro, partendo dai loro bisogni e desideri.

Da museo che crea separazione e soglie a museo che si apre e che opera all’esterno proprio per abbattere le soglie culturali, economiche e sociali. Una sorta di rivoluzione contro se stesso.

Roberto Grandi - Presidente Istituzione Bologna Musei

Quali sono le nuove professionalità (penso ad esempio ai mediatori culturali) che devono maturare per rendere i nostri musei degli spazi abitabili, e non semplici “sale di esposizione”? Quali saranno le strutture per formarle?

Se teniamo conto delle progettualità dei musei che abbiamo elencato, aggiungendovi l’attività didattico-laboratoriale (che nel caso della nostra istituzione coinvolge oltre 92.000 giovani e adolescenti all’anno), nuove professionalità devono affiancarsi a quelle presenti. Nei musei devono operare mediatori culturali in grado di interpretare le domande, le curiosità, i desideri dei diversi pubblici e offrire loro percorsi narrativi pertinenti. Sono professionalità i cui percorsi formativi devono intrecciarsi con le Accademie di Belle Arte, le Università e i musei. Con finanziamenti europei del PON-Metro abbiamo portato avanti un percorso formativo della durata di 600 ore a 18 giovani laureati disoccupati che hanno iniziato in queste settimane ad operare nei nostri musei come mediatori culturali di tipo nuovo, in grado di innovare l’accessibilità e l’accoglienza a diversi tipi di pubblico. Sintetizzerei queste necessità con tre coppie di nomi: oggetti/storie, memoria/futuro, visitare/abitare. Gli oggetti conservati devono diventare protagonisti di storie; la memoria non deve consumarsi in nostalgia, ma aiutarci a progettare meglio il futuro e la pratica di abitare il museo deve sostituire la visita tradizionale.

L’offerta turistica (penso alle specificità di Bologna, ma anche di altre città d’arte italiane) sta cambiando pelle, abbandonando progressivamente il modello “grande evento”. Come pensa si dovrà ripensare la programmazione dei musei per coinvolgere e attrarre questo tipo di domanda?

I turisti sono il quarto pubblico di riferimento. Almeno per alcuni anni si assisterà a una modifica nel mercato del turismo culturale. Il Nuovo Turista Culturale sarà meno interessato alle mostre blockbuster e ricercherà una esperienza museale meno frenetica, più meditata e consapevole in grado di completare e valorizzare la conoscenza del territorio, trasmettendo un senso di autenticità e unicità. Questo obiettivo si può ottenere lavorando con le modalità già ricordate sulle collezioni permanenti, uniche, distintive e di grande valore presenti nei musei italiani.

Roberto Grandi

ROBERTO GRANDI

Presidente dell’Istituzione Bologna Musei dal 2017. Pro Rettore alle Relazioni Internazionali all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna dal 2000 al 2009. Assessore alla Cultura al Comune di Bologna dal 1996 al 1999. Direttore del master internazionale “Digital Marketing and Communication” alla Bologna Business School. Ha insegnato alla Università di Bologna (prima al Dams, poi al Dipartimento di comunicazione) comunicazioni di massa, comunicazione politica, comunicazione pubblica. Visiting scholar e docente a: Annenberg School of Communication (University of Philadelphia), Institute of Communication (Stanford University), Brown University, Mass Media Department (Tonji University, Shanghai). L’abbondante attività internazionale di ricerca e pubblicistica ha spaziato dai diversi aspetti delle comunicazioni di massa, compresi quelli digitali, alla corporate communication, marketing territoriale, imprese culturali e creative e città creative.