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Intervista a Baudoin

Il ritratto è come una storia d’amore, guardiamo qualcuno e sentiamo il bisogno di parlargli, di comunicare delle cose, perchè?

Edmond Baudoin

Tempo fa Art Spiegelmann, da qualche parte, disse che aveva imparato l’economia da Zio Paperone e la filosofia dai Peanuts. Da un disegnatore e autore di storie come Edmund Baudoin, o semplicemente Baudoin, potremmo probabilmente imparare la danza.
Cosa c’entrano la danza e il fumetto? Sono entrambe corpo e gesto, ritmo e figure. Basta osservare solo alcune delle tavole del disegnatore francese per percepirne la sensualità, il dialogo tra nero e il bianco, i silenzi.
Nella sua recente «lezione di fumetto», tenuta all’Auditorium di Roma, Baudoin ha raccontato al pubblico la sua vicenda personale, e di come inizia a fare il disegnatore a trent’anni, abbandonando un posto “sicuro” come contabile. Devia però subito l’attenzione verso il suo concept di arte e illustrazione: in una vera e propria lezione (Baudoin insegna presso XXX) spiega come il pennello nelle sue mani diventi come l’arco che fa vibrare le corde di un violino e di come riesca perfino a trasferire sul foglio di carta i battiti del cuore. Il disegnatore si sofferma più volte sul confine tra la pura rappresentazione (ciò che abbiamo imparato a disegnare per cio che è realmente) e la sua interpretazione.

«Piero l’ho disegnato nei caffè. Il fatto di descrivere mio fratello accresceva la mia sensibilità, per cui ho scelto di disegnarlo in un posto pieno di gente, con il mondo che mi girasse attorno e che mi impedisse di concentrarmi troppo su me stesso. Ho usato un rapido (e non il pennello) per lo stesso motivo, per creare un filtro razionale al racconto».
Tra i progetti in corso, c’è quello con iI Museo Pompidou di Parigi, che gli ha affidato un fumetto sulla vita di Salvador Dalì. Abbiamo la fortuna di vederle in anticipo sullo schermo gigante, visto che la mostra ci sarà a novembre, a Parigi. A Baudoin non interessa il pittore Dalì (“ha una pittura molle, e qualche problema irrisolto con la sessualità”) quanto la sua umanità. A un certo punto il discorso arriva al fumetto: è uno strumento eccezionale per raccontare storie disegnando i testi, o scrivendo le immagini, combinando più letture di una stessa immagine, ed entrando nei personaggi da un’angolazione privilegiata.

Con questo stesso approccio Baudoin ha creato il progetto “Viva la vida”, un viaggio disegnato a Ciudad Juarez, in Messico. Uno dei posti più pericolosi al mondo, con decine di omicidi al giorno per gli scontri tra varie bande criminali. “Raccontami il tuo sogno, ti regalerò un ritratto”. Con questa proposta Baudoin e il collega Troubs hanno realizzato un interessante “reportage sentimentale”, come lo definisce Paco Ignacio Taibo II nella prefazione al libro. Nella città messicana, nei pressi della frontiera con gli Usa, dal 1993 sono centinaia le donne assassinate, per lo più giovani operaie impiegate nelle fabbriche delle multinazionali che sorgono nella zona.
Sono spesso donne sole, che si mantengono con i soldi del proprio lavoro: proprio quello che l’imperante maschilismo della società messicana non riesce a tollerare. A questo fenomeno, ma anche alle prospettive dei giovani di Ciudad Juarez, Baudoin hanno dato voce per raccontare i loro sogni.

Quando hai sentito parlare la prima volta delle donne di Ciudad Juarez, e perchè hai scelto di raccontare questa storia con un’altro disegnatore

Ero in Messico la prima volta che ho sentito parlare di queste donne assassinate, ero in una piccola comunità vicino a Mexico City dove c’erano molte donne. Ero rimasto cinque mesi in Messico, e mi sono fatto molte domande. Mi sono chiesto “Cos’è la donna nel mondo?”, “Cos’è la donna in Messico?”. Va a lavorare verso la frontiera, dall’altra parte del mondo, pagata poco più di una schiava. Tuttavia nel suo paese è comunque un progresso, rispetto a quello che aveva fatto sua madre, sua nonna. Arrivano da tutti i paesi dell’America Latina, dalla Colombia, dal Venezuela, dall’Honduras, dall’Ecuador, perchè in quel posto ci sono fabbriche internazionali che danno lavoro. Queste fabbriche sono un pò riassunto del capitalismo in tutto il mondo, è come se il Messico avesse venduto una parte del suo territorio per permettere la costruzione di queste fabbriche. In questo modo, essendo così vicini agli Stati Uniti, per i bassi costi di trasporto la parte di beneficio è più alta.
Bisogna dire però che una donna sola, in una città dell’America latina, è considerata una puttana. Una puttana può essere violentata, ma una puttana può anche parlare dopo, e quindi dopo viene ammazzata.

A causa del loro maschilismo, gli uomini non accettano che una donna sia sola in una città e si metta a lavorare, riuscendo ad essere libera ed autosufficiente.
Volevo fare una ricerca su queste donne, andare lì e capire cosa succedeva.
Volevo andare li, ma non avevo soldi e allora ho fatto una pratica per riuscire ad ottenere dei fondi da parte della Francia. Dal momento in cui ho iniziato la pratica, e da cui ho ottenuto i fondi sono passati due anni. In questi due anni il Presidente ha dichiarato guerra al narcotraffico, le donne continuavano a morire, ma in quel momento c’era la guerra. E quando c’è la guerra non si contano più quante donne muoiono, si contano i morti in generale.
Ci sono sempre donne che continuano a morire a Ciudad Juarez, ma si dice “Ma si, è morta…è stata assassinata dai narcotrafficanti”
Io volevo incontrare le donne, ma alla fine ho incontrato tutti, facendo così: facevo un ritratto alle persone, e in cambio di questo ritratto volevo che loro mi racconssero i loro sogni.

A Ciudad Juarez dopo le 8 c’è il coprifuoco, non c’è una legge che lo dice, ma se voi uscite non c’è veramente nessuno in giro, è veramente pericoloso, ci sono solo i lupi tra di loro.
Avrei voluto portare con me la mia compagna, solo che era molto pericoloso per lei. Essere chiusi in casa da soli alle 8 di sera non è divertente. Allora ho pensato: potrei portare questo mio amico. Anche perchè lui ha 40 anni, io ne ho quasi 70, abbiamo una visione del mondo diversa, e ho pensato potesse dare qualcosa di interessante. Lo stato francese mi ha donato 6.000 euro per due mesi, e in Messico con quella cifra sei come il re del petrolio! (sorride)
Quindi abbiamo affittato la casa, e la sera davanti alla televisione ascoltavamo il bollettino dei morti, 15, 20 morti ogni giorno. Era comunque piacevole avere una compagnia.

Per i ritratti che hai fatto per questo lavoro. Nel libro dici che l’altro rimane per sempre uno sconosciuto, ma rivela una parte di chi disegna.

L’altro rimane sempre un altro, quando io faccio il ritratto di qualcuno, ho solo la maschera da mettere sulla carta. Ho solo i tratti del viso, non posso andare all’interno dell’altro. E’ il problema di Giacometti, se io non posso andare nell’altro, l’altro mi rinvia
delle cose di me, l’altro con i suoi sguardi, a volte con le sue lacrime mi rimanda messaggi su me stesso. Non posso essere l’altro, posso essere solo me stesso. Anche Leonardo quando dipinge la Gioconda fa un sogno di Leonardo come donna.
Quando facciamo il ritratto di una persona quella persona ci manda dei messaggi che ci riguardano, anche se guardo te in questo momento mi stai rimandando messaggi.
Il ritratto è come una storia d’amore, guardiamo qualcuno e sentiamo il bisogno di parlargli, di comunicare delle cose, perchè?
L’altro mi fa tornare all’interno di me stesso. È una cosa estremamente forte, che può essere soffocante. Anche percè l’altro vorrebbe vedere solo sè stesso sulla carta.

Alcune persone vi hanno scambiato per “Cercatori di sogni”. Quasi un ruolo da sciamani, da sacerdoti.

E’ una città dove non ci sono più stranieri, gli americani non vengono li
Gli unici stranieri che vengono sono i giornalisti, che vengono li per contare i morti.
Quando ci parlavano pensavano fossimo giornalisti, e poi scoprivano che non lo eravamo, e li c’era una sorpresa. Vengono qui solo per disegnare.
Le persone erano spaesate, il fatto che eravamo li solo per disegnare faceva si che ci venissero incontro, spesso con le lacrime, per abbracciarci.
Ogni tanto ci prendevano davvero per sciamani, eravamo delle persone strane che non sapevano come classificare, e quindi anche un pò sciamani.
La cosa che mi ha fatto più male riguarda i bambini, capivano che non ero messicano. La cosa strana è che quando mi vedevano si buttavano nelle braccia delle madri perchè avevano paura. Non ho mai fatto paura ai bambini, ma a loro facevo questo effetto.

Parliamo dell’utilizzo del pennello. A cosa si deve questa scelta, anche per il tipo di racconto che fai?

Il pennello nel disegno è un pò come l’arco del violino nella musica.
Il pennello permette di passare sulla carta anche i battiti del cuore, è un qualcosa di molto particolare. I cinesi mi hanno insegnato molto, sono andato una volta in Cina, ma è soprattutto dai libri che ho imparato. Il pennello, la carta e l’inchiostro, è qualcosa che viene direttamente da me, non saprei dirti di più.

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