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The Sea and Cake

Emersi da quel magma creativo e culturale che è stato il post-rock di Chicago negli anni ’90, i Sea and Cake sono una formazione più che peculiare. Sperimentali nella sostanza, ma pop nella forma. Perennemente alla ricerca di un’evoluzione, tuttavia fedeli ad un loro standard stilistico e sonoro, che in oltre 26 anni di attività e 10 album all’attivo non si è mai sbiadito.

La formazione di Sam Prekop ha da poco pubblicato il suo ultimo lavoro, “Runner”, dieci tracce confezionate con la solita maestria, la voce sussurrata di Sam Prekop, le chitarre liquide di Prewitt, i ricami bassistici di Claridge, il drumming efficace di una vecchia volpe della produzione musicale, John McEntire, che siamo abituati a sentir suonare con i Tortoise.

Ad intrecciarsi alle serrate linee basso-batteria e ai riff più sincopati sono spesso divertissment electro-pop (come in Harps o The invitation), in una concezione musicale che poco concede all’intellettualismo, e che ambisce spesso alla leggerezza, per non dire all’orecchiabilità.

Per parlare di questo loro nuovo lavoro, abbiamo intervistato la voce e mente del gruppo, Sam Prekop.

Puoi parlarci dei tuoi inizi nel mondo della musica. Quali sono stati i tuoi idoli? Come hai scoperto la passione della composizione?

Sono cresciuto in una famiglia di avidi ascoltatori di musica, mio padre ha avuto, e ha ancora, un bellissimo impianto hi-fi e migliaia di dischi, quindi la musica è sempre stata importante, una nostra ossessione. Abbastanza curiosamente nella mia famiglia nessuno suona uno strumento, e quindi è strano che io sia finito per essere un musicista. Ma essendo di una famiglia di artisti che sono stati tutti incoraggiati a fare qualcosa che prendesse la nostra fantasia, e da loro ho avuto molto supporto per tutto il tempo. I miei primi eroi musicali… ce ne sono stati molti, ma pochi hanno avuto un impatto evidente sul mio modo di suonare. I Clash, soprattutto «Sandinista», è stato un album molto importante per me al liceo e mi ha esposto alla musica del mondo, in un certo senso. Una rock band che, con forme diverse dal rock, è stata molto influente su di me. Un altro gruppo sarebbero i Velvet Underground, soprattutto quando ho iniziato a suonare nei gruppi.. hanno davvero ispirato l’impulso a suonare musica, fosse o meno musica «nuova». Una sorta di etica punk senza suonare punk.

Spesso le etichette musicali sono il tentativo di definire, in modo semplice, la complessità musicale. Cosa ne pensi del termine “post-rock” e dell’esperienza della scena di Chicago alla fine dei ’90?

Non ho mai avuto un problema con il termine post rock, penso che ora significhi qualcosa di molto diverso per le persone rispetto a quando la scena si stava realmente creando, così ora, quando sento il termine associato ai Sea and Cake mi sembra un pò anacronistico. Ma tu dirai che l’attenzione che il termine ha raccolto con la stampa a quel tempo è stato molto utile per noi. Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se la musica non fosse stata etichettata così in quel momento, cosa avremmo ottenuto finora.

Con “The moonlight butterfly” avete realizzato alcune interessanti sperimentazioni. Quanto hanno influenzato la scrittura di “Runner”?

In fondo sento che noi facciamo musica sperimentale, travestita da musica pop. Su alcuni dischi stiamo cercando di far sì che questa tendenza sia più evidente. Abbiamo iniziato a scrivere “Runner” con la “The moonlight butterfly” in mente, ma la realizzazione è sempre solo un modo per iniziare, ma è ben presto emerso il carattere di questo album. Non c’è modo di sfuggire completamente al disco precedente, questa volta aveva senso pensare di ampliare alcune delle idee di “The moonlight butterfly” e in fondo l’idea era di scrivere a partire da idee non esclusivamente di chitarra, usando texture sonore, campioni synth, loop, modellando quella che era l’idea iniziale.

Alcune canzoni dell’album nascono come materiale grezzo suonato al synth nel tuo studio, diventando qualcosa di diverso nello studio di John McEntire a Chicago. Questo modo di lavorare è nuovo per voi?

Non del tutto nuovo, ma sento che abbiamo abbracciato questa filosofia più negli ultimi due dischi, in parte per necessità, ma sembra aver prodotto alcuni risultati interessanti. Sarei curioso di sapere come sarebbe andata se avessimo composto tutto come una rock band tradizionale…

Spesso la vostra musica può essere percepita come un flusso perfetto, con una produzione di alta qualità, e un buon interplay. Qual è il ruolo della sperimentazione lavorando alle tracce in studio?

Direi che non siamo molto virtuosi con nessuna delle canzoni mentre ci lavoriamo su, e penso che sarebbe una sorpresa per la maggior parte delle persone, sapere come trasformiamo i pezzi. Prendiamo sul serio il lavoro in studio e lo utilizziamo un utile strumento per trovare e dare un carattere ben preciso al nostro suono.

Ho letto della tua tendenza a non scrivere canzoni “tematiche”, ponendo l’attenzione sul qui e ora, su pensieri ed ispirazioni del momento. Puoi dirci se ci sono libri, artisti, film che ti hanno particolarmente ispirato di recente?

Per me il lavoro nasce, in un certo senso, in un vuoto, specialmente mentre ci sto lavorando. Sono sicuramente ispirato da molte cose, solo che non sono interessato a focalizzare un tema specifico.

Dal 18 ottobre avete iniziato il vostro tour americano. Quale pensi sarà la sfida maggiore suonando dal vivo i brani di “Runner”

Le prove hanno funzionato abbastanza bene, suonare qualsiasi materiale veramente nuovo è un pò snervante, ma anche emozionante e impegnativo. Un aspetto che voglio evidenziare, è che penso che noi suoniamo “sopra” le nuove canzoni. E’ il risultato di non “conoscere” ancora bene le canzoni, tendendo un po’ a correre attraverso di loro, forse, ma di solito iniziano a decantare dopo un paio di concerti.

Dopo un pò quindi i veri punti di forza delle canzoni possono essere evidenziati, ma non c’è modo di sapere quali siano tali punti di forza fino a quando non l’hai sperimentato sul palco. Non vedo l’ora di capire cosa ne verrà fuori.

Recentemente hai lavorato alla colonna sonora di un film, Pavillion di Tim Sutton. Puoi parlarci di questa esperienza? Ha cambiato la tua prospettiva nel fare musica?

È stata una grande esperienza, per me. In un certo senso era come iniziare una nuova band. Anche se ho fatto tutta la musica da solo, è stato un processo molto collaborativo con Tim, cercando di ottenere quello che voleva. Cercare di capire cosa potesse funzionare veramente mi ha spinto in un territorio nuovo. Il film è visivamente molto bello e non sento di aver dovuto modificare la mia estetica per fare musica che risuonasse con le immagini. Ho dovuto re-inventare in un modo nuovo quello che so fare, per far si che la musica fosse veramente connessa al film, per cui nella mia mente era una combinazione perfetta. Penso e spero che un po’ di questa musica sarà pubblicata all’inizio del prossimo anno.

[settembre 2012]

ph. Jim Newberry