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L’Irlanda di Caoilinn Hughes

“La sera che morì il Capo, io persi mio padre e il paese perse una battaglia che non avrebbe riconosciuto di stare combattendo. Per la classe lavoratrice senza colletto. Per il patriarca rispettabile e fidato. Per il diritto di entrare dal campo al giardino”.

Caoilinn Hughes, Le conseguenze

Si apre così Le conseguenze di Caoilinn Hughes, autrice irlandese pluripremiata che approda per la prima volta in Italia con Pessime idee edizioni alla fine del prossimo maggio. Grande amante del nostro Paese, l’ultima volta ha pedalato attraverso le Dolomiti, da Trieste a Torino, perché grazie a questo tour poteva mangiare almeno tre volte al giorno cibo italiano!

The wild laughter (Le conseguenze nella traduzione italiana di Anna Mioni) è la sua ultima fatica letteraria, è arrivato finalista nella scorsa edizione al prestigioso An Post Irish Book Award ed è stato selezionato per il Dylan Thomas Prize 2021.
È la storia di Manus, agricoltore di una contea della cattolicissima Irlanda centrale, chiamato dai figli il “Capo”, che all’inizio degli anni Duemila, in un periodo di prosperità economica, investe dei soldi in maniera avventata, contando sulla volontà dei figli di occuparsi dell’azienda agricola di famiglia. Pochi anni dopo, nel 2008, la crisi globale e la recessione mandano in fumo tutti i suoi piani. Potrebbe dichiarare bancarotta, ma da uomo rispettabile qual è decide di non farlo, e lavora giorno e notte nei campi fino ad ammalarsi di cancro, ma rifiuta di curarsi perché ritiene la malattia una punizione divina per i suoi errori.

Un giorno decide di convocare i figli e chiede loro di cercare nella Bibbia i passaggi in cui si fa riferimento al suicidio. I due capiscono quindi che il padre sta pensando di farla finita, ma, temendo le conseguenze del gesto, in quanto devoto cattolico, sta chiedendo loro di aiutarlo. Attraverso le vicissitudini, anche giudiziarie, di questa famiglia, in un susseguirsi di dinamiche di amore/odio, Caoilinn Hughes tocca da vicino il topos del suicidio assistito, con uno stile narrativo dalla prosa ricchissima.

Caoilinn partiamo proprio dal titolo, “The wild laughter”, letteralmente “risata selvaggia, sfrenata”. Il riferimento è a un passaggio del libro in cui viene rappresentato Pene d’amor perdute di Shakespeare a teatro, nei versi: “Suscitare risa sfrenate nella gola della morte? Non si può, è impossibile; l’allegria non può commuovere un’anima agonizzante”. Ci racconti la scena che ha dato vita al titolo?

Questo è un dettaglio molto importante del romanzo… ma sembra descrivere una storia che è molto meno divertente di quella che spero sia in realtà! Certo, si tratta di una tragedia, ma ha una sua comicità che risulta essenziale per la trama. La tragedia coesiste con la commedia, non possiamo capire la qualità di un’oscurità senza il contesto della luce. Nell’opera di Shakespeare, le righe citate appartengono a un momento molto leggero, scherzoso e frivolo: un personaggio chiamato Lord Byron, rinomato per la sua arguzia, viene sfidato da una donna che sta cercando di corteggiare, a passare un mese in ospedale con i malati per farli ridere. Lui risponde che un’anima in agonia non può essere portata a ridere. Io credo (insieme a Shakespeare, sospetto) che Lord Byron abbia torto. Che l’anima, a prescindere dal suo stato, possa essere mossa dall’umorismo e dall’allegria. E forse più di questo: che debba esserlo. Questo fa certamente parte della cultura irlandese, il famoso “umorismo nero” incarnato da Samuel Beckett, Flann O’Brien, J. M. Synge o dai più contemporanei Anne Enright, Marina Carr, Colin Barrett, Edna O’Brien. Avevo già il mio titolo prima di iniziare a scrivere questa storia. Scrivo al buio, senza un piano, senza sapere dove mi porterà un romanzo… e non sapevo se, all’ultima pagina, il titolo sarebbe stato ancora valido. Penso che sia così, perché il titolo incarna la resilienza della storia, la sua forza d’animo e, allo stesso tempo, la sua rassegnazione. Abbiamo faticato a tradurlo efficacemente in italiano, perché le sfumature di “selvaggio” sono diverse. Ma adoro il titolo che abbiamo scelto: Le Conseguenze. Trovo interessante che le conseguenze siano femminili!

C’è un vero e proprio bisogno di letteratura che affronti i temi del suicidio assistito, dell’eutanasia e in generale del diritto di scelta, specialmente in un mondo cattolico come quello irlandese, tant’è che raccontarli può sembrare addirittura audace. Come è nata l’esigenza di questa scrittura per te?

Non inizio mai un libro con la consapevolezza di quali saranno i suoi temi. In effetti, evito di pensare a temi o argomenti, in modo che la storia possa emergere il più organicamente e inconsciamente possibile, in modo che le preoccupazioni possano provenire da una parte profonda, onesta e senza vergogna… piuttosto che dal mio intelletto, da ciò che ho già elaborato e deciso. I romanzi richiedono anni per essere scritti perché il romanzo è una domanda che lo scrittore non si è mai posto prima, e non sappiamo esattamente cosa stiamo chiedendo finché le parole non si formano nella gola del romanzo, tutte e 80.000! Così comincio con una pagina bianca, senza una singola nota o un piano. (È terrificante, ma è l’unico modo che conosco!) Tendo ad avere in mente un personaggio o una particolare immagine di personaggio in una situazione, e parto da lì. Con questo romanzo ho iniziato con il titolo, e con Hart: un figlio contadino, con un fratello dominatore, con una madre che lui vergognosamente fraintende, e con una statua cadente di un padre che invece idolatra. Non sapevo che il padre sarebbe morto nel libro, né come. Sembrava che la questione che il romanzo stava formando risiedesse nella modalità di narrazione: è una narrazione in prima persona, che non avevo mai scritto prima. Il suo narratore, Doharty (Hart) Black, consegna questa storia come un monologo a un pubblico. Fin dalla prima riga, che avete citato in apertura, Hart esercita un controllo particolare sulla propria esposizione: sta controllando la propria storia e ha disperatamente bisogno che sia degna di essere raccontata, come se fosse una testimonianza e io fossi stata chiamata a fare il giurato. Ero contemporaneamente dentro la sua testa e fuori di essa mentre scrivevo, come un giornalista che racconta nervosamente lo stato delle cose e le sente attraverso il suo auricolare una frazione di secondo dopo. Ma la sua ansia su come sarà percepita la sua storia e quella della famiglia è collegata agli altri temi del romanzo, e all’eutanasia… perché anche quella riguarda il controllo. Raccontare la propria storia con la propria voce, con dignità, senza la conseguenza della dannazione eterna: è un diritto, sicuramente. Soprattutto quando quella storia è incredibilmente dolorosa.

Il vero protagonista del romanzo – nonché narratore – è Hart, figlio minore di Manus, che vive un grande complesso di inferiorità nei confronti del fratello Cormac. Quest’ultimo, lontano da casa per la maggior parte del tempo, non si rende realmente conto di ciò che succede nel contesto familiare, al contrario di Hart, che invece si fa carico di tutti i problemi del padre, tanto che The Guardian li ha definiti i “Caino e Abele irlandesi”. Anche Hart dunque è una vittima, non di una malattia ma di un sistema familiare molto rigido. Che cosa significa essere succube di dinamiche da cui non si riesce a uscire?

Proprio come l’eroismo e la codardia possono coesistere nella stessa persona, così anche il vittimismo e la perpetrazione. Non sono un’assolutista morale, e non traggo conclusioni per il lettore su come dovrebbe sentirsi nei confronti di certi personaggi. Non dico ai lettori come giudicare una situazione: mi limito a descriverla. Molti lettori probabilmente si sentiranno in conflitto con alcuni di questi personaggi. Hart si occupa della fattoria e così non è mai riuscito a completare la scuola secondaria, al contrario del fratello. Si fa affidamento su di lui per qualsiasi altra cosa e ha obblighi che suo fratello ha evitato; assiste alla caduta del suo amato eroe e padre idolo, in giovane età… tutto questo è assolutamente vero e profondamente empatizzante. Ma ci sono molti contro-esempi dell’auto martirio di Hart, della sua inazione, dei suoi deliri, di come delude le altre persone nella sua vita, oltre al padre. Quindi la rigidità del sistema e l’impossibilità di scappare in questo specifico scenario non è così netta. Questo però ci porta a una riflessione più ampia, relativa alla stagnante mobilità sociale. L’Irlanda è entrata in un’epoca di politica neoliberale prima del boom, all’inizio del secolo. A partire dagli anni ‘80 l’Irlanda ha messo in pratica politiche neoliberali da manuale. Come possiamo vedere in molti altri paesi, tali politiche portano a una spirale di disuguaglianza, a una minore mobilità sociale e sono accompagnate da misure di austerità nei periodi di recessione. Le politiche di austerità danno la colpa e la responsabilità ai contribuenti per la loro bassa mobilità sociale, piuttosto che regolare le banche, la proprietà, il capitale e il commercio, e tassare le imprese. L’austerità neoliberale è una situazione insostenibile, è un sistema che tratta il paese come una famiglia molto cupa, con l’uomo di casa dotato di una frusta e tutti i suoi figli che si rannicchiano e obbediscono. Tutto questo comporta una tensione in più in un mondo post-coloniale… ma forse mi sono dilungata troppo nella risposta!

ph. David Geib - Pexels

Il tema del dolore è centrale. Ci sono tanti dolori che attraversano la tua narrazione, tutti diversi tra loro ma in fondo universali. La potenza della tua scrittura è anche questa: ci si ritrova nelle tue parole perché racconti sensazioni universali, pur non avendole mai realmente vissute. Come si arriva a questa capacità di empatia?

Scrivo sempre d’amore! Se il lettore ha conosciuto l’amore, lo riconoscerà in tutte le sue forme, con tutte le sue bende e stampelle e segni di denti! (Grazie per questa bella domanda, alla quale non so rispondere meglio).

In un’intervista racconti il processo di lavorazione che avviene nei tuoi libri, un editing molto preciso e anche lento spesso, che rispecchia il tuo modo di essere lettrice e scrittrice.  Ci parli delle tue letture?

Ho iniziato a scrivere poesie perché è quello che ho iniziato a leggere. Ho letto poesie e opere teatrali da bambina e da adolescente perché sono una lettrice molto lenta, e trovavo che i romanzi fossero “intimidatori”. I romanzi sembravano essere completi anche senza un lettore, mentre i libri di poesia sembravano aver bisogno di un lettore per avere un senso o prendere vita. C’era così tanto spazio nudo intorno ai versi che sentivo che quei margini erano per il lettore: erano uno spazio vivo per la conversazione. Non ho letto romanzi fino ai 17 anni circa. Ho scoperto poi che certi romanzi erano gratificanti come la poesia, nelle frasi e nell’atmosfera e nelle immagini; romanzi che avevano bisogno di un lettore che li realizzasse. Avevo circa vent’anni quando ho iniziato a scriverli. Ora penso che la fiction mi si addica meglio come forma… ma scrivo fiction nello stesso modo in cui scriverei una poesia: al buio, senza un piano. Modifico mentre scrivo, e non rielaboro. La poesia è una forma altamente reattiva, con ogni parola, linea, immagine o idea che ricalibra ciò che la poesia vuole fare. Io cerco di trattare la prosa allo stesso modo. Per me, i lettori completano i libri. Di certo i miei libri non sono completi senza i lettori: questo significa che il lettore ha un lavoro da fare nella realizzazione del testo! Non voglio dire a un lettore come leggere il mio romanzo ma voglio rispettare la sua presenza nell’opera. Un quadro è solo un insieme di colori disposti su una superficie 2D fino al momento in cui una persona entra nella stanza e si trova di fronte a esso e lo porta dentro di sé, con la propria interpretazione, esperienza ed emozione. In modo simile, il lettore porta la propria coscienza a un libro, la propria interpretazione ed etica… ma forse anche di più, perché leggere un libro coinvolge tempo e intenzione e immaginazione. È un vero atto di generosità.

CAOILINN HUGHES

È autrice di “Orchid & the Wasp” (Oneworld 2018), che ha vinto il Premio Collyer Bristow, è entrato nella rosa dei candidati per l’Hearst Big Book Awards e il Butler Literary Award e tra i finalisti dell’Authors’ Club Best First Novel Award e dell’International DUBLIN Literary Award 2020.
Per i suoi racconti ha vinto il The Moth International Short Story Prize 2018 e un O. Henry Prize nel 2019. La sua raccolta di poesie, Gathering Evidence, ha vinto il Premio Shine/Strong.
Caoilinn ha conseguito un dottorato alla Victoria University di Wellington, in Nuova Zelanda, e di recente è stata Visiting Writer alla Maastricht University nei Paesi Bassi.