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La risposta etica. Conversazione con Piero Stefani

Tra fede e saggezza, la parola di Piero Stefani è testimonianza viva di un insegnamento che si offre a noi, per riflettere su temi e problemi riguardanti la fragilità dell’esistere. Non si tratta di un’intervista, ma di una lunga riflessione a due, in cui l’intervistatore cerca di pensare con il pensiero di Stefani, di “sovrascriverlo”, di interrogarlo mediante le sue aporie. In ascolto di una persona che illumina, con la sua ricerca, quella di tutti noi.

Lei scrive: “È constatazione inoppugnabile che tutti gli esseri umani nascono bisognosi d’aiuto. Nelle varie dichiarazioni sembra che non si parta mai da questa basilare presa d’atto. Se siamo ancora vivi significa che qualcuno si è preso cura di noi. Si nasce fragili e indifesi, non già liberi e uguali. Il germoglio collegato alla sofferenza e al bisogno altrui costituisce una forma di memoria concreta della cura che ci è stata riservata. Anche qui ci è chiesto di passare dall’essere al dover essere. L’aver ricevuto cure è inscritto nelle fibre della nostra esistenza, perciò, per essere conformi a quel che siamo, occorre preoccuparsi di chi è nel bisogno. In questa luce anche il mondo animale può diventare una spinta per realizzare l’umanità che è in noi.”. Non si nasce uomini, ma lo si diventa. Il male, il recare sofferenza all’altro è mancanza di questa empatia che rende umani? Il male è fatto da umani che non sono divenutati tali? E a quale specie appartengono costoro?

Vi è una constatazione non consolante quanto inoppugnabile: tra le specie viventi nessuna, a quanto ne sappiamo, è così autodistruttiva al proprio interno come quella umana. Lotte nel mondo animali ce ne sono, ma, come è stato rilevato, il detto «homo homini lupus» fa poco onore ai lupi che pure, anche al loro interno, sono tra gli animali più violenti. Come spiegarlo? Dipende, va da sé, dal taglio interpretativo che assumiamo. Dante afferma che quando cresce la perfezione aumenta anche la capacità di percepire sia il bene sia il dolore (cfr. Inferno VI, vv.106-108). Pare difficile mettere in discussione che gli esseri umani siano i viventi più evoluti, per questo eccellono tanto nel bene quanto nel male. Ciò vale anche se si assume un approccio diciamo spirituale, o, se si vuole, di antropologia teologica. Basta pensare a Pascal e alla sua decisione di abbassare l’uomo quando si esalta e di esaltarlo quando si abbassa, lo contraddice sempre per fargli capire quale realtà multipla e polare egli sia (Pascal usa l’espressione «mostro incomprensibile»). Fissarsi su un solo estremo, l’uomo è naturalmente buono (è la società a renderlo cattivo), l’uomo è per natura «tristo» (malvagio) è una semplificazione. Gli esseri umani possono essere l’una e l’altra cosa. Come voleva Pico della Mirandola nella sua Oratio sulla dignità umana, l’essere umano si può innalzare e si può abbassare. Il discorso diviene autentico quando dal piano teorico si passa a quello pratico.

Vasilij Semënovič Grossman

Basti questa esemplificazione: Jürgen Moltmann in un suo articolo (Il terrorismo, la pace e i draghi del XXI secolo, in Vita e pensiero, 6, 2003) ci trasmette un racconto da lui stesso ricevuto. Si tratta di una testimonianza relativa a una donna russa che distribuiva il pane ai prigionieri di guerra tedeschi che passavano nel suo villaggio. I soldati russi volevano proibirglielo. Lei rispose che aveva agito allo stesso modo quando erano i tedeschi a trasportare i prigionieri russi e che avrebbe dato da mangiare anche a chi ora la stava rimproverando qualora fosse stato fatto transitare dal suo paese a opera della polizia segreta. La storia di quella donna radicata nella volontà di bene avrebbe potuto proseguire. La polizia segreta del regime totalitario staliniano è esempio supremo di ingiustizia, ma quella figlia del popolo russo avrebbe dato del pane anche ai poliziotti se fossero stati, a loro volta, deportati da altri. La risposta etica ai bisogni primari è il fondamento di ogni civiltà degna di questo nome; lo è anche e soprattutto quando domina la barbarie: «in quei giorni tremendi il sangue, la sofferenza e la morte non commuovevano nessuno, solo l’amore e la bontà scuotevano le persone» (Vassilij Grossman, Il bene sia con voi! Adelphi, Milano 2011, p.31). Il comportamento della donna russa è la risposta a quanto di inumano, in base a una valutazione ideale, e di umano, in senso fattuale, sta avvenendo a Gaza.

Mi pare che sia determinante il non fare l’abitudine alla vita. Non bisogna essere indifferenti alla vita, a ciò che si compie. La vita esige un’attitudine alla vita, che è sempre un inventare la vita e un meravigliarsi o un curiosare nelle latebre oscure o luminose della vita. E questo è un compito, forse, quello di assistere il Creatore. 

Che la vita in se stessa sia un valore è discutibile. Sacrificare la propria vita per gli altri è giustamente considerato il valore più alto. Fermo restando che anche quest’atto, specie quando viene compiuto all’insegna dell’eroismo, non rappresenta, in modo inequivocabile, un autentico valore. Esistono, lo sappiamo, forme di egoismo collettivo e, come dimostrano i nazionalismi, sono le più pericolose e spietate. Sacrificare la vita per gli altri è l’esempio più alto solo quando trasmette la convinzione ai beneficiari di quell’atto supremo che gli altri, che in tal caso diventano prossimo, sono coloro a favore dei quali occorre spendere la propria vita. In termini un po’ troppo sbrigativi, si può dire che lo è quando l’altruismo genera altruismo. Non è necessario declinare tutto ciò in maniera religiosa, lo si può fare anche in forma di etica laica. Ciò non toglie che, nella fede, l’esempio paradigmatico, o meglio unico, sia quello di Gesù. Per questo motivo egli chiede ai suoi discepoli di imboccare la via ardua di rinnegare se stessi: «Se uno vuole seguirmi, venendomi dietro, deve rinnegare se stesso, pendere la propria croce e seguirmi. Dunque chi vuole salvare la propria vita la perderà; invece chi perderà la sua vita a causa mia e dell’evangelo, la salverà» (Marco, 8,34-35). È un paradosso che il Signore della vita chieda di rinnegarla, ma il credente sa che in ciò vi è il sigillo della verità. Dio «che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma l’ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse tutte le cose insieme a lui?» (Lettera ai Romani 8,23). Donerà ogni cosa a chi l’ha offerta, ciò vale anche per la sua vita sacrificata per gli altri.

Il mondo ci preesiste. È qualcosa di già dato, già collaudato, anche se in una forma di precario equilibrio, di costante instabilità. Il mondo è fortemente costituito, ma mostra anche un’intrinseca fragilità. Nell’esserci, contribuiamo sia alla sua stabilità sia alla sua fragilità. Ci preesiste come ciò che modificandoci si modifica. È un darsi o un dato non necessario, un venir incontro alle esigenze della creatura non rendendola necessaria o pura necessarietà, ma solo provvedendola di bisogni. Un protendersi oltre ritraendosi, nascondendosi da/in noi.
La vivenza è una sorta di incapacità a esperire il mondo, a esserlo nella vivenza, pur appartenendo al vivente essere del mondo tutto. Un’incongruenza, forse?

Dato e non concesso che abbia ben compreso il suo articolato dire, lo trascriverei in termini etici tanto semplici quanto evocativi. Mi è stato riferito che Maria De Benedetti, la sorella di Paolo, morta in tarda età alcuni mesi fa, era solita ripetere questo motto, scontato nella prima parte ma illuminante se collegato alla seconda: nessuno è indispensabile, ma nessuno è dispensato. “Nessuno è indispensabile” significa che il mondo non solo ci precede ma anche ci seguirà. Siamo una parte di un tutto che sussisterà dopo di noi perché ci saranno altre parti a prendere il nostro posto. Una generazione se ne va un’altra viene ma la terra sta salda per sempre dice il Qohelet. Noi assai più dell’antico saggio avvertiamo, per nostra responsabilità, la precarietà anche della terra; con tutto ciò è certezza condivisa (da noi, ma non dai primi credenti in Gesù Cristo, cfr. Prima Lettera ai Corinzi 7, 29-31) che il mondo durerà anche dopo di noi. Dunque nessuno è indispensabile. Nel contempo sul piano etico nessuno è dispensato dal fare la propria parte, termine quest’ultimo che va preso nella sua ambivalenza: siamo una parte e dobbiamo fare la nostra parte. Tocca a noi discernere quale essa sia; non spetta invece a noi sapere che cosa resterà di quanto abbiamo fatto. Il compito spetterà ad altri, allo stesso modo in cui tocca a noi conservare la memoria di chi ci ha preceduto. Quando si cammina lo si fa per raggiungere una meta o per assolvere un compito, non per lasciare le proprie tracce sulla strada. Altri però in futuro potrebbero anche convincersi che vale la pena di osservarle e seguirle. Mentre bisogna sempre diffidare, in qualunque ambito ci si trovi, di chi agisce con lo scopo primario di lasciare le proprie orme sulla via.

Piero Stefani

Piero Stefani è stato, fino al pensionamento, insegnante di storia e filosofia nei licei. Ha tenuto corsi in varie Università, Facoltà teologiche e Istituti Superiore di Scienze Religiose. Alcune di queste collaborazioni sono tuttora in atto. È redattore, di lungo corso, della rivista “Il Regno” di Bologna ed è l’attuale presidente di Biblia, Associazione laica di cultura biblica.  Tra le sue pubblicazioni più recenti, La parola a loro. Dialoghi e testi teatrali su razzismo, deportazioni e Shoah, Giuntina, Firenze 2021; Bibbia e Corano un confronto, Carocci. Roma 2021; Il Padre nostro. Il breviario del Vangelo, TS, Milano 2023; e con Davide Assael, Storia culturale degli ebrei, il Mulino, Bologna 2024.