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La vita moderna

Per molto tempo, esporre le sue fotografie non è stato il suo pensiero principale. Era necessario far passare del tempo, lasciare che “invecchiassero”. Viaggiatore instancabile, reporter, giornalista, autore di documentari e molti libri, Raymond Depardon ama definirsi come “fotografo della decolonizzazione”. I suoi lavori come fotoreporter negli anni ’60 coincidono infatti con i grandi movimenti indipendentisti: nel 1960 svolge il suo servizio militare come fotografo, seguendo la guerra d’Algeria. Alcune delle letture che lo influenzeranno di più sono Tristi tropici di Lévi-Strauss, l’antropologo tra i primi a denunciare l’etnocentrismo del fotografo occidentale, e  La retorica dell’immagine di Roland Barthes, il saggio in cui il semiologo francese avvicina l’immagine alla parola scritta.

Manhattan, 1981 © Raymond Depardon / Magnum Photos

Proprio in questi giorni arriva a Milano La vita moderna, la più grande mostra mai realizzata dall’artista, in esposizione dal 15 ottobre 2021 al 10 aprile 2022. Organizzata dalla Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain e riunisce trecento fotografie e due film. È stata creata appositamente per Milano sotto la Direzione Generale di Hervé Chandès ed è concepita con la complicità dell’artista Jean-Michel Alberola, nella cornice della scenografia firmata da Théa Alberola. Oltre 1300 metri quadri di spazi espositivi  per l’opera di un fotografo-regista che percorre il pianeta, attraversa le città e le campagne, dà la parola ai loro abitanti e pone sul mondo uno sguardo umanista.

Alla ricerca costante della giusta distanza, Raymond Depardon va incontro ai suoi soggetti con discrezione e umiltà, costruendo con pazienza un rapporto con gli esseri o i luoghi, dando voce a coloro che non ne hanno, rivelando ogni paesaggio come il luogo di un’esperienza umana attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica o di una telecamera. Le sue prime immagini l’hanno condotto in Ciad o in Libano, dal nord al sud del continente americano, nei deserti e nei Paesi in guerra, quando il fotogiornalismo era il suo modo di percorrere il mondo e confrontarsi con il reale. Giovane reporter dell’agenzia Dalmas, nel 1966 è uno dei co-fondatori dell’agenzia fotografica Gamma e, una decina d’anni dopo, inizia a collaborare con Magnum, di cui è tutt’oggi uno dei membri fondatori. Presentandosi come “un passeggero del (suo) tempo”, sperimenta diversi modi di approcciare il mondo – prima la fotografia, poi la regia – ponendo l’immagine, fissa o animata, al servizio di una scrittura semplice, unica, spesso frontale.

Marcel Privat, Le Villaret, Le Pont-de-Montvert, Lozère, 1993 © Raymond Depardon / Magnum Photos

La vita moderna mostra la ricchezza dell’opera di Raymond Depardon, la diversità dei suoi soggetti e la coerenza del suo percorso, attraverso otto serie fotografiche, due film e l’insieme dei libri che ha pubblicato. Prendendo in prestito il titolo dal film che, nel 2008, conclude la trilogia Profils paysans, l’esposizione conduce il visitatore in una successione di interrogativi che attraversano tutta l’opera dell’artista: quali sono i soggetti che richiamano il colore e quelli per cui si impone il bianco e nero? Come evocare, in un’immagine, le trasformazioni di un paesaggio? Qual è il posto del fotografo e qual è la giusta distanza dal soggetto? Come distaccarsi dall’evento per rivelare i margini e i bordi? Cos’è la modernità in fotografia quando si percorre una zona rurale o si attraversano le strade di una città post-industriale?

Se dovessi esprimere un desiderio, sarebbe che i miei archivi diventassero parte di una struttura che riunisce fotografi che condividono lo stesso tipo di curiosità.

Raymond Depardon

Il dualismo – tra bianco e nero e colore, tra visi e paesaggi, tra terra avita e modernità – non diventa antagonismo, ma rivela l’attenzione verso il mondo, una curiosità in movimento, uno sguardo aperto sull’incontro della diversità della nostra epoca. La prima serie dell’esposizione, Errance (1999-2000), rappresenta anche il filo conduttore dell’intero percorso, uno spostamento verso un altrove che è già lì, una continuità oltre le frontiere, una prossimità universale, una familiarità nell’alterità. Immagini di strade e passaggi, di vie e rotaie, dove il viaggio diventa vagabondaggio, danno vita a paesaggi che si astraggono volutamente da qualsiasi indicazione di una precisa localizzazione. Tra le geografie dei margini del mondo che caratterizzano l’intera opera di Raymond Depardon, l’Italia occupa un posto particolare e ricorrente. Qui l’artista ha realizzato diverse serie, come Piemonte (2001), in cui sviluppa un’“arte di prossimità”, sottolineando la continuità geografica e culturale transalpina.

Ben lungi dall’indagare le differenze, è attraverso le reminiscenze dei paesaggi francesi che percepisce quelli della regione di Torino. Come un’eco, sull’altro versante rispetto al Piemonte, i paesi dell’entroterra mediterraneo svelano le strade in acciottolato e le case dalle facciate irregolari nelle fotografie della serie Communes (2020), che offre un’immagine fuori dal tempo di queste zone del sud della Francia miracolosamente scampate a un progetto di estrazione di gas di scisto, in seguito abbandonato. Fotografo del sud, del Mediterraneo, dei deserti, dell’Africa, Raymond Depardon si dice attratto anche dal nord e dalla sua luce. Un reportage lo conduce a Glasgow (1980) dove fotografa dei bambini, piccoli re delle strade, dei senzatetto, delle risse, cogliendo, a colori, l’inoperosità di una città quasi monocroma. Lo stesso anno fotografa New York, attraversando la città, fissandola attraverso l’obiettivo della Leica che porta al collo: le inquadrature audaci delle fotografie della serie Manhattan Out (1980) evocano la solitudine urbana e l’indifferenza individualista. La città gli sfugge, gli appare “troppo forte” (una “fossa dei leoni”, scriverà in seguito), impossibile da filmare, come afferma la sua voce fuori campo nel cortometraggio New York, N.Y. (1986).

Regione Lorena, dipartimento della Mosa, Commercy, 2007 © Raymond Depardon / Magnum Photos

Il desiderio di confrontarsi con “lo spazio pubblico”, “lo spazio del vissuto” lo catapulta in un grande progetto: fotografare la Francia, trarne un ritratto contemporaneo, con una macchina fotografica 20 x 25, frontalmente e a colori. La France (2004-2010) di Raymond Depardon è quella ordinaria e quotidiana delle “sottoprefetture”, delle piazze e dei bar, degli uffici postali e delle stazioni di servizio. Un’altra Francia si rivela con la serie Rural (1990-2018) – qui esposta per la prima volta – per la quale l’artista percorre le campagne, incontrando i contadini, raccontando la terra e gli uomini che la coltivano, sostando nel cortile di una fattoria, ritrovando quel mondo rurale che era stato uno dei suoi primi soggetti. Sottolineando la fragilità delle piccole imprese, le sue fotografie raggiungono e testimoniano una dimensione politica e ideologica. Questa cognizione si ritrova nella serie che conclude l’esposizione, San Clemente (1977-1981), per la quale, incoraggiato da Franco Basaglia – pioniere della psichiatria moderna – fotografa la vita negli ospedali psichiatrici di Trieste, Napoli, Arezzo e Venezia, realizzando così un reportage sconvolgente alla vigilia dell’adozione della Legge 180, nel 1978, destinata a rivoluzionare il sistema ospedaliero psichiatrico italiano. Il film San Clemente (1980), girato nel manicomio dell’isola veneziana poco prima della chiusura, prosegue l’esplorazione delle frontiere della follia e rivolge ai pazienti quello sguardo umanistico che caratterizza tutto il lavoro del fotografo. La vita moderna riunisce anche le pubblicazioni di Depardon, sottolineando l’importanza di questo aspetto della sua opera e del suo modo di ripensare eternamente il proprio percorso fotografico – il suo senso, la sua tecnica, le sue sfide – partendo da Notes (1979), che l’artista considera uno dei suoi libri fondamentali, fino a Rural e Communes pubblicati da Fondation Cartier nel 2020 e 2021.



Cover ph. Glasgow, Scozia, 1980 © Raymond Depardon / Magnum Photos

Raymond Depardon
La vita moderna
15 ottobre 2021 – 10 aprile 2022

Triennale Milano
martedì– domenica, ore 11.00 – 20.00 (ultimo ingresso alle ore 19.00)
Biglietteria
Biglietto intero: 12 euro / ridotto 10 euro
www.triennale.org e www.vivaticket.com

Raymond Depardon

Nato nel 1942 a Villefranche-sur-Saône (Francia). Vive a Clamart. Figlio di agricoltori, scopre la fotografia all’età di dodici anni e sceglie, come primo soggetto, la fattoria dei genitori e quell’ambiente rurale che segnerà profondamente il suo lavoro. Negli anni Sessanta diventa fotoreporter per l’agenzia Dalmas. Nel 1966 fonda l’agenzia Gamma con Gilles Caron e, nel 1978, inizia a collaborare con l’agenzia Magnum. Raymond Depardon ha inoltre realizzato venticinque lungometraggi, molti dei quali con Claudine Nougaret, che sono stati presentati al Festival di Cannes, o premiati con un César. Alcuni sono stati acclamati dalla critica in Italia, ad esempio Urgences (1988, Grand Prix del film documentario di Firenze) o ancora Un homme sans l’occident (2003, Selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia).