Il mare è un collegamento, ma anche un confine.
Così Predrag Matvejević (Mostar, 7 ottobre 1932 – Zagabria, 2 febbraio 2017) ripeteva nelle molte lingue che conosceva bene, verso l’inizio degli anni novanta del secolo scorso, con parole che saltavano da un idioma all’altro seguendo il filo di ricordi, di una storia che sentiva iniziata prima di lui e che si stava sbriciolando fin quasi all’incomprensibilità sotto i suoi occhi, testimoni privilegiati non tanto e non solo per una posizione storico geografica toccata in sorte, quanto per una pertinace e radicale spinta a guardare dove tutti noi, presenti nella sua stessa contemporaneità, non riuscivamo a focalizzare altro che ombre.
Forse perché qualcuno di noi si collocava dal lato giusto della storia.
Forse perché la voce di chi vedeva bene i pericoli del crollo del blocco del socialismo reale era soffocata dalle grida di giubilo per la “caduta del muro”.
Nato a Mostar da padre di Odessa e di lingua russa e da madre croato-bosniaca in quello che allora era il regno di Yugoslavia, Predrag Matvejević ha amato lo spazio dell’est e soprattutto quella strana creatura geopolitica, la Yugoslavia, che ha concentrato su di sé le tensioni del novecento come forse nessun altro territorio; ma come invece di certo, il Mediterraneo ha fatto. Il Mediterraneo come confine e come collegamento tra culture, modi di vivere, religioni diverse che si sono specchiate le une nelle altre, si sono affrontate, hanno permeato con imperativi diversi le stesse città fin nella vita quotidiana dei suoi abitanti. Fino a dissolversi in una cultura materiale varia ma continua, in cui Genova e Venezia dei secoli d’oro vivevano nelle marine asburgica e sabauda che si affrontavano in Adriatico nella Grande Guerra, in cui il liquore di anice e i modi di fare il pane si susseguivano con minime variazioni fino in Siria e fino a diventare diversissimi e nel contempo conservare un’aria di famiglia con le procedure delle sponde più remote dello stesso mare.
Il mondo che aveva raccontato Ivo Andrić, che stava raccontando Danilo Kiš, negli anni – a cavallo del ’68 – in cui l’attività principale degli intellettuali, a Zagabria come a Parigi era la messa in discussione delle strutture di potere vigenti, passava per le pubblicazioni indipendenti, ad est di Trieste per i samizdat, stava finendo nel 1989, non per un anelito di libertà, ma per gli interessi incrociati e a volte casuali dei potenti che ci sono toccati in sorte.
Ed era – appunto – un mondo. Uno spazio comune in cui le lingue, le idee, i modi di vita, i sapori, le geografie e il tempo atmosferico non meno di quello fisico procedevano per minimi cambiamenti fino a trasformarsi in differenze sensibili.
Per un’identità che spariva sostituita dall’infatuazione per democrazia e mercato, allora identificate troppo in fretta, chiedeva ai suoi interlocutori di cercare proprio nelle pubblicazioni “sommerse” la grandezza e il presagio insito nel racconto della fine di un mondo residuo dell’identità poliedrica e cosmopolita dei grandi imperi.
Così il Mediterraneo l’aveva attratto, la sua geografia era tutta dentro una sua personalissima mappa che alla storia dei potenti e economica, che non disconosceva, ma a cui – marxista è sempre stato – contrapponeva usi, parole, cibi, tipi di barche, la cultura dei popoli, per grattare via la retorica del potere, la cultura egemonica, che come tale lascia sempre un vuoto nell’identità degli individui. Il suo eccezionale “Breviario mediterraneo” – un romanzo in cui i protagonisti sono i luoghi o un saggio antropologico e linguistico in cui i luoghi parlano come personaggi – è nato proprio in quegli anni, come sforzo più alto per ritrovare un’identità collettiva, polimorfa che andasse ancora una volta oltre le abborracciate identità nazionali. Matvejevic non aveva creduto nemmeno un momento che l’esaltazione dell’autodeterminazione dei popoli, come si chiamava in quegli anni, potesse essere il primo passo verso un mondo più giusto e più libero e fu lui a coniare per i regimi delle piccole patrie armate le une contro le altre, nate dalla morte di un sogno più grande, il termine di “democrature”. Esule politico da sempre, quasi come forma mentis necessaria e fondante la figura dell’intellettuale che era, richiedente asilo durante la guerra, nel 1989 aveva lasciato Zagabria per insegnare letterature slave comparate alla Sorbona, poi il suo viaggio “tra asilo ed esilio” era approdato a Roma, in cui aveva insegnato letteratura serba e croata. Di lui ci resta la testimonianza di uno sguardo da filologo della vita materiale, capace di pensare le differenze fino a disegnare un’idea nuova di identità.
In copertina: Predrag Matvejević (elaborazione grafica)