Rafaela, una donna di 93 anni, viene aggredita da Santi, un giovane che la costringe a portarlo a casa sua per derubarla. Una volta dentro, l’anziana signora rinchiude il delinquente in bagno. Ma anziché chiamare la polizia, decide di allacciare una conversazione con lui – che in realtà sarà un lunghissimo monologo di quattro interminabili giornate – promettendogli di lasciarlo andare solo dopo che lui la avrà ascoltata fino in fondo.
Inizia così l’ultimo libro di Federico Jeanmaire, scrittore argentino vincitore di numerosi e prestigiosi premi, tra cui il Premio Clarín de Novela 2009 proprio per questo testo, premiato personalmente da José Saramago.
Un’opera appassionante che, attraverso il tentativo di una redenzione educativa, indaga sulla solitudine e sulla mancanza di dialogo, spesso politica, denunciata da Jeanmaire anche grazie alla scelta narrativa del monologo.
Una fotografia della mancanza di comunicazione, dell’ingiustizia e della violenza che queste colpe provocano nella società. Se non c’è dialogo, restano solo i monologhi. Le battaglie tra quei monologhi.
Federico Jeanmarie
Federico, per la scrittura di questo testo sei stato ispirato da qualche avvenimento in particolare? Perché raccontare proprio di una ultranovantenne e soprattutto far parlare solo lei con la scelta narrativa del monologo?
Ho visto una notizia in televisione: in un quartiere di Buenos Aires, un ragazzo ha tentato di rapinare una signora ottantenne sulla porta di casa sua; la signora lo ha cacciato via con un bastone e i vicini sono dovuti uscire in difesa del ladro. Questo è stato l’embrione del romanzo. Il giorno dopo ho iniziato a scriverlo. Ed è successo che, con poche pagine scritte, mi sono reso conto che quel ragazzo – e tutti i ragazzi come lui – non hanno voce in Argentina. Gli unici che ce l’hanno sono le persone proprio come quella signora: ecco perché ho deciso per il monologo. Faccio capire al lettore cosa sta dicendo il ragazzo, attraverso la porta del bagno dove è rinchiuso, in base alle variazioni del monologo dell’anziana: una classe sociale che non ascolta i più poveri ma è sempre pronta a “interpretarli” e, soprattutto, a giudicarli.
L’anziana donna, Lita, è bianca, altoborghese. E mentre costringe il ragazzo, che arriva da una favela, ad ascoltarla, ha su di lui potere di vita o di morte. Sembra proprio la metafora di un paternalismo e di un classismo molto radicato. È così?
È così. Almeno dal mio punto di vista personale.
Non è mai detto apertamente, è sempre un po’ latente, però credo che il razzismo “nascosto” nella società argentina tra bianchi e marroni [come vengono indicate le persone di colore, n.d.r] sia all’origine delle grandi ingiustizie. Il peronismo potrebbe essere la risposta politica fallita a quel razzismo ancestrale.
In Argentina il tema del razzismo è particolarmente sentito, per cui quello che tu narri è una fotografia della attuale società?
Una fotografia della mancanza di comunicazione, dell’ingiustizia e della violenza che queste colpe provocano nella società. Se non c’è dialogo, restano solo i monologhi. Le battaglie tra quei monologhi.
Una domanda che forse ti hanno già posto è se è possibile che i lettori non abbiano capito del tutto la tua critica. Questo perché in effetti nella storia femminista che racconta Lita si può leggere un senso di “giustizia” e di “giustezza”. Però la stessa Lita da vittima diventa carnefice… Questo che cosa significa? Forse la linea che sembra essere netta tra “giusti” e “ingiusti” non è poi così netta?
I miei romanzi sono molto aperti nel loro significato. Ho sempre preferito che fossero i lettori a dare un senso a ciò che leggono. Non sono univoci e quindi capita spesso che alcuni lettori pensino una cosa e altri lettori pensino il contrario. Mi piace quest’ambiguità di interpretazione, parla più la lettura di ciascuno di noi che la mia scrittura. Siamo ciò che possiamo leggere del mondo, non siamo ciò che scriviamo.
Nel testo, attraverso il racconto sulla vita della mamma di Lita, appare irrinunciabile la difesa dei propri sogni e dei proprio obiettivi. Citando l’anziana protagonista, “un uomo si sente libero solo quando possiede qualcosa”. Che cosa intende? Che idea di libertà si nasconde dietro questa narrazione?
Il romanzo lavora anche sull’idea dell’irruzione della donna come soggetto sociale nel corso del Novecento. Virginia Woolf ha parlato della necessità di una stanza tutta sua in modo che le donne potessero scrivere. Anche se non tutte le donne scrivono, ovviamente. Quindi, se parliamo di tutte le donne, possedere qualcosa è l’unica cosa che può renderle libere e uguali agli uomini. Quella proprietà non deve essere sempre materiale, può anche essere un sogno, un’illusione.
Come è stato accolto questo romanzo in Argentina?
Il romanzo, qui in Argentina, è stato un best-seller sin dalla sua apparizione. Ha venduto più di 100.000 copie e continua a vendere ogni anno. La cosa più bella è che si legge molto nelle scuole secondarie: gli insegnanti lo scelgono perché i ragazzi inizino a pensare alla radice dei nostri disaccordi e alla violenza che questi disaccordi producono.
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Federico Jeanmarie
Scrittore argentino (Baradero, 1957). Finalista del Premio Herralde nel 1990, ha vinto il Premio Emecé 2008 con il romanzo Vida interior. “Più leggero dell’aria” (Más liviano que el aire) è stato pubblicato in Argentina, Spagna, Francia, Germania, Grecia e Libano. Ha vinto il Premio Clarín de Novela 2009.