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Nessuno è clandestino.

L’antropologo Bronisław Malinowski, pioniere del metodo dell’osservazione partecipante, riassume così negli Argonauti del Pacifico Occidentale (1922), l’obiettivo della ricerca etnografica: “Afferrare il punto di vista dei soggetti osservati, nell’interezza delle loro relazioni quotidiane, per comprendere la loro visione del mondo”. Sulle tracce di questo metodo il giornalista Fabrizio Gatti ha realizzato per l’Espresso un’inchiesta giornalistica lunga quattro anni. Lungo le rotte del Sahara, tra i trafficanti e i migranti in viaggio dall’Africa verso l’Europa per raccontare ciò che dei fenomeni migratori non abbiamo ancora compreso, o forse non vogliamo comprendere. Da questo viaggio è nato un libro, uscito nel 2007, che si chiama Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini.

Bilal è l’alter ego di Gatti, la sua copertura. Un migrante curdo iracheno, figlio di padre cristiano e madre musulmana bosniaca, sposati in Germania. “Quando si sceglie un’identità bisogna essere coerenti con il suo passato”, dice il giornalista.
Il viaggio inizia all’aeroporto di Dakar, in Senegal, fino ad Agadez in Niger, base logistica del traffico di migranti verso l’Europa e luogo di perdizione per molti “stranded”, coloro che si perdono e non riescono più a proseguire per le difficoltà materiali e psicologiche il loro viaggio.

Si prosegue insieme a chi decide di mettersi in marcia alla ricerca di una vita migliore in Europa, su camion traballanti e stracolmi di persone, su cui Gatti ha attraversato il vuoto sabbioso del Téneré infestato dai ginn, gli spiriti che nella tradizione tuareg popolano la solitudine del deserto e possono ingannare fatalmente chi lo attraversa. La Libia, poi la Tunisia. Poi Lampedusa.

Qui Bilal si fa ripescare in mare, viene arrestato come immigrato senza documenti, ed entra nella “grande gabbia”, raccontando le condizioni inumane del centro di detenzione. Bilal pensa di aver toccato il fondo, invece il baratro è sempre più profondo. Arriva in Puglia, dove lavora nella raccolta di pomodori, fianco a fianco dei braccianti nelle campagne del foggiano, ridotti alla schiavitù da caporali senza scrupoli.

Fabrizio Gatti a Torricella Peligna (Ch) dove il 21 agosto ha ricevuto il Premio alla carriera John Fante - Contesa

Lo scorso 21 agosto Fabrizio Gatti ha ricevuto il Premio alla carriera John Fante – Vini Contesa 2021.
La motivazione della scrittrice Melania Mazzucco, vincitrice dello scorso anno e presidente della giuria di quest’anno: “In incognito, sotto falso nome, spogliandosi della propria identità e realtà per comprendere quella degli altri – gli sfruttati, gli schiavi, gli ultimi – il giornalista Fabrizio Gatti ha attuato, nelle sue inchieste, il mestiere dello scrittore, immergendosi, non solo metaforicamente, nelle vite altrui. E ha saputo poi raccontarle in libri vibranti di indignazione, impegno e pietà, capaci di scuotere le coscienze. In particolare, con Bilal (2007) ha scritto l’Odissea dei migranti del XXI secolo.”

Poi ecco la carta d’identità. Peccato, è nuovissima. Lo strappo la divide in due metà esatte. A sinistra l’uomo che sono stato finora, il giorno e il luogo di nascita, la residenza, la cittadinanza italiana. A destra la foto plastificata con il volto barbuto di Bilal.

Fabrizio Gatti, Bilal, 2007

Mentre scriviamo, è da poco trascorso un anniversario significativo, la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Il naufragio di un’imbarcazione libica usata per il trasporto di migranti a poche miglia dal porto di Lampedusa provocò 368 morti accertati e circa 20 dispersi presunti. I superstiti furono 155. In occasione dell’ottavo anniversario della triste ricorrenza di quel naufragio, Save The Children e altre ONG tornano a sottolineare “l’urgenza di un impegno diretto dell’Unione Europea per la creazione di un sistema strutturato, coordinato ed efficace di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, tra le rotte più letali al mondo, per l’attivazione di canali d’ingresso sicuri all’Unione Europea e per un sistema di accoglienza e protezione adeguato per i più vulnerabili, tra cui i minori soli. La situazione è resa ancora più complicata dalla guardia costiera libica che durante le azioni di salvataggio ha dimostrato di commettere violazioni dei diritti umani fondamentali.”

cover ph. IOM 2016/Amanda Nero

Fabrizio Gatti

Autore di Bilal (2007), diario di quattro anni da infiltrato lungo le rotte del Sahara tra i trafficanti e i migranti in viaggio dall’Africa verso l’Europa, e Gli anni della peste (2013), la storia del primo collaboratore di giustizia tradito dallo Stato. Ha inoltre pubblicato i libri per ragazzi Viki che voleva andare a scuola (2003) e L’Eco della frottola (2010). Dal 2004, lavora come inviato per il settimanale “L’Espresso”. Ha scritto anche per “il Giornale” diretto da Indro Montanelli e per il “Corriere della Sera”. Le sue inchieste sono state tradotte in tutto il mondo e hanno vinto numerosi premi internazionali. Presso La nave di Teseo ha pubblicato Educazione americana (2019) e L’infinito errore. La storia segreta di una pandemia che si doveva evitare (2021).