Sulla strada abbiamo un altro nome (Mar dei Sargassi) è il racconto di un’esclusione, che attraversa l’intera storia di una famiglia armena emigrata in Germania. Karla trascorre la sua infanzia a Brema Nord, Avi in un collegio religioso a Gerusalemme, la nonna Maryam come operaia immigrata in Germania, e infine la bisnonna Armine per le strade di Instabul. In questo viaggio, percorso nello spazio e nel tempo familiare e segnato dal silenzio sulle proprie radici e sul genocidio armeno, si sviluppa un appassionante romanzo che adotta diverse prospettive narrative, in grado di restituire forza alla memoria storica e dialogare con il mondo attuale, un’epoca in cui il dialogo culturale e il riconoscimento dell’altro rimangono temi fondamentali. Ne abbiamo parlato con l’autrice Laura Cwiertnia in questa intervista per Benandanti.
Cosa l’ha ispirata principalmente a scrivere questo romanzo e quale messaggio sperava di trasmettere attraverso le storie dei suoi personaggi?
Anche se non ne sono sempre stata consapevole, direi che questa storia la portavo dentro di me da molto tempo. Sono cresciuta in una famiglia con padre e nonna armeni, emigrati da Istanbul in Germania durante il periodo della migrazione dei lavoratori temporanei. Già da piccola avevo capito che nella mia famiglia c’era un silenzio. Mio padre, ad esempio, mi disse di non dichiarare apertamente di avere radici armene nel nostro quartiere, influenzato dalla Turchia. Non abbiamo mai visitato insieme la sua città natale, Istanbul, mentre i miei compagni di classe con origini turche o curde andavano in Turchia ogni estate. Inoltre non siamo mai andati in Armenia, perché quel Paese era estraneo a tutti noi. Nel 2016 io e mio padre abbiamo finalmente visitato l’Armenia per un articolo che ho scritto per il settimanale tedesco DIE ZEIT. Questo viaggio è stato la scintilla finale che mi ha spinto a scrivere questo libro. Un romanzo che si basa sulla nostra storia familiare, ma che ha dispiegato ali di fantasia durante la scrittura.
La prospettiva narrativa si sposta da un personaggio all’altro nel corso dei capitoli, offrendo al lettore diversi punti di vista. Come è arrivata a questa scelta nella costruzione del romanzo?
Questa diversità di prospettive mi è sembrata adeguata alla storia fin dall’inizio. Un motivo importante è che la protagonista Karla non conosce la storia della sua famiglia, quindi non potrebbe raccontarla nemmeno se volesse. E – cosa importante – non volevo scrivere una storia fiabesca, in cui la protagonista rivela tutto sul suo passato nel corso del romanzo. Perché nel caso della storia armena, dobbiamo convivere con il triste fatto che molti ricordi sono andati perduti per sempre. A causa della negazione del genocidio e della costante paura e del pericolo reale di parlarne. Ma naturalmente non volevo deludere i miei lettori. Così almeno conoscono l’intera storia – solo che è raccontata da diversi personaggi che hanno una propria visione.
Come ha affrontato la ricerca sulla storia armena e sul genocidio durante la stesura del romanzo? Ci sono state fonti o esperienze personali che l’hanno particolarmente ispirata?
Ho fatto molte ricerche, leggendo libri scientifici o interviste di testimoni contemporanei. Ho anche parlato con studiosi come Mihran Dabag, un professore di genocidio armeno che lavora alla Ruhr University Bochum in Germania. E ho intervistato immigrati turchi e armeni che sono arrivati in Germania dalla Turchia come lavoratori ospiti, soprattutto donne, le cui storie non sono ancora state raccontate abbastanza.
Qual è stata la reazione dei lettori in Germania, in particolare della comunità armena, al suo romanzo? Ha ricevuto qualche feedback che l’ha particolarmente colpita?
Ho avuto la meravigliosa opportunità di conoscere abbastanza bene i miei lettori, visto che finora sono stato invitata a più di 60 letture pubbliche. E che dire, ho sempre ricevuto riscontri molto positivi. Molti lettori tedeschi sono rimasti sorpresi perché non conoscevano affatto la storia armeno-turca, sebbene la Germania fosse uno stretto alleato della Turchia durante il genocidio. È interessante notare che molti lettori tedeschi sono riusciti a relazionarsi in un modo o nell’altro con i protagonisti, avendo sperimentato anche loro il silenzio in famiglia. Sul loro passato nella seconda guerra mondiale o su diverse esperienze di migrazione. Ma le reazioni che ricordo meglio sono state quelle dei tedeschi con radici armene. Molte giovani donne armene mi scrivevano o mi avvicinavano dopo una lettura. E tutte mi hanno detto di aver vissuto un’esperienza simile nella loro famiglia o di aver provato gli stessi sentimenti ambigui verso la loro storia armena che provavano i miei personaggi. Una di loro ha persino scritto la sua tesi di laurea sul mio romanzo, perché si è immedesimata molto in esso. Quando queste persone mi hanno ringraziato o mi hanno detto che le ho aiutate ad affrontare la loro complessa identità, mi hanno commosso profondamente.
Pensa di approfondire questo tema nelle opere future? A cosa sta lavorando attualmente?
In questo momento sto lavorando al mio secondo romanzo. In esso gioca un ruolo anche una famiglia armena, ma questa famiglia è totalmente diversa da quella di Karla. E il genocidio non è al centro dell’attenzione. Sto invece indagando più a fondo nel passato di diverse realtà operaie in Germania durante gli anni ’70 e ’80. Non posso rivelare di più, ma sarò felice di raccontarvi tutto nel momento in cui il romanzo sarà pubblicato.
“Perchè solo i tedeschi diventavano capisquadra? Perchè venivano chiamati tutti “turchi” anche se al nastro di montaggio con loro c’erano aleviti, sunniti, curdi, armeni e una greca come Daphne? “Che cosa vuol dire che sei armena?”. Glielo aveva chiesto anche Klaus del reparto confezionamento durante la cena. Maryam non aveva saputo come rispondere. Indossava gli stessi abiti delle sue colleghe turche e parlava la stessa lingua. Anche il cibo che cucinava era simile a quello dei ristoranti turchi che adesso stavano aprendo qua e là. Eppure la domanda di Klaus l’aveva ferita. Com’era possibile che quell’uomo non avesse mai sentito parlare degli armeni che vivevano in Turchia? Com’era possibile che non sapesse quanto fossero diversi? A un certo punto Daphne aveva battuto sul tavolo con il palmo della mano. “Mondo è kaputt”. Aveva spento la sigaretta.
In copertina e in bio: Laura Cwiertnia © Marlena Waldthausen
Laura Cwiertnia