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Tina Modotti, un nuovo sguardo

Nel 1950 un misterioso donatore fa recapitare all’allora direttore del Moma di New York Renè Danoncourt una busta con 30 foto. Sono proprio le 30 istantanee che compongono l’attuale collezione di Tina Modotti nel museo newyorkese. Un fatto singolare, ma non tanto pensando all’America maccartista degli anni ’50, in cui essere in possesso di immagini che celebrassero la rivoluzione comunista messicana poteva essere molto pericoloso.

La forza dirompente delle foto di Tina Modotti sta anche in questo singolare aneddoto, a cui se ne sommerebbero infiniti, esplorando una figura con cui è possibile interpretare tutta la storia del Novecento. Figlia di una famiglia proletaria friulana, poi emigrata negli Stati Uniti e diventata una star del cinema muto di Hollywood, negli anni ’20 abbraccia la passione delle battaglie civili e si trasferisce in Messico con il suo compagno, il grande fotografo americano Edward Weston. Qui legherà la sua esperienza artistica a personaggi come Pablo Neruda, il pittore Diego Rivera, il poeta Rafael Alberti e condurrà la carriera di fotografa al suo culmine. Nei sette anni in cui vivrà in Messico (1923-1930) influenzerà molto l’arte messicana, vivendo al di fuori della morale del suo tempo, diventando nel tempo un’icona delle battaglie civili per l’emancipazione femminile. Allontanandosi dal modello di Weston, a cui interessava molto la forma, la Modotti si butta a piene mani nel reale. Riuscirà a trovare un suo personalissimo stile, nonostante le difficoltà tecniche che la fotografia dell’epoca comportava.

Dopo essere stata espulsa dal Messico ed essere tornata in Europa, la parte finale della sua vita fu caratterizzata dalla sua attività di agente del Comintern e del suo ruolo di “eroina” nel corso della Guerra Civile spagnola del 1936. Muore nel 1942 a Città del Messico in circostanze misteriose.

In questi giorni è a Roma (fino all’11 marzo) all’Istituto Cervantes una mostra organizzata dall’Ambasciata del Messico in Italia, che comprende 26 fotografie scattate tra il ’23 e il ’27 che forniscono allo spettatore un profilo nitido dell’artista: immagini di semplice quotidianità che racchiudono spesso momenti di autentica poesia.

Per capire meglio chi è stata davvero la Modotti, ne abbiamo parlato con lo scrittore Pino Cacucci, profondo conoscitore dell’America Latina, e autore di tre libri su questa affascinante figura.

Un momento della mostra all'Istituto Cervantes (ph. Titti Fabozzi)

Tina Modotti è stata per il Novecento un’icona di libertà, una figura chiave nell’emancipazione della condizione femminile. Quale fu secondo te la sua principale forza «rivoluzionaria»?

Il coraggio, la tenacia del suo carattere apparentemente fragile ma in realtà pervaso da una grande forza di volontà, tutto ciò unito a una profonda sensibilità che le impediva di restare indifferente di fronte alla realtà circostante. La sua ricerca di un mezzo espressivo (iniziò con il teatro, poi il cinema muto nella Hollywood dell’epoca di Rodolfo Valentino, ma anche I modelli di sartoria artigianale, e infine la fotografia con cui ha lasciato una traccia indelebile nella storia) non era certo dovuta a una smania di affermazione e protagonismo, al contrario, Tina seppe realizzare capolavori restando sempre in disparte, con umile discrezione.

In quanto alle scelte di vita, ebbe l’ardire di affermare la propria libertà di donna in tempi ardui, per la morale imperante. E se il Messico le offrì la libertà di affermarsi anche in questo, poi dovette subire la repressione e la censura della morale staliniana, persino più ipocrita di quella che si era lasciata alle spalle nel Friuli dell’infanzia.

Hai dedicato ben tre libri alla figura di Tina. Come l’hai scoperta e cosa ti ha spinto a trasformare la sua storia in una forma romanzata, o comunque in una biografia narrativa?

Il mio primo contatto con Tina avvenne all’inizio degli anni ottanta, quando vidi una mostra fotografica (se ben ricordo a Venezia) dove c’erano alcuni ritratti di lei realizzati da Edward Weston. Rimasi incuriosito dal fatto che pur essendo italiana (dale scarne note offerte da quella esposizione) non trovassi nulla sulla sua vita. Feci ricerche anche nelle biblioteche universitarie, ma niente. Poi, per i casi della vita, nel 1982 feci il primo viaggio in Messico, e subito quella curiosità che conservavo in un angolo della memoria si ravvivò: a Città del Messico tanti conoscevano Tina, c’erano (e ci sono) sue fotografie conservate in alcuni musei, gli intellettuali discutevano o addirittura litigavano su alcuni risvolti della sua esistenza, e così, iniziai a seguire il filo, le tracce di quel magnifico fantasma. Solo nell’88 avrei pubblicato il primo libro con un piccolo editore (ormai introvabile), “I fuochi le ombre il silenzio”, che era il racconto delle mie ricerche con le interviste ai tanti che avevo incontrato. Successivamente, ho scritto “Tina”, trasformando testimonianze e materiali in scene e dialoghi, una sorta di biografia narrativa; da allora, a ogni nuova edizione (per l’economica Feltrinelli) ho aggiunto o corretto qualcosa, in base ai dati che nel frattempo sono emersi proprio grazie alla circolazione del libro anche in altri paesi. E infine, quello che ha la forma di romanzo, è “Sotto il cielo del Messico”, dove ho narrato gli anni di Tina in Messico, nell’edizione di Photology che comprende diverse sue foto.

Musa, pasionaria, sono a dire il vero parole un po’ demodé nel mondo contemporaneo. Eppure il «messaggio» dell’esperienza modottiana sembra essere straordinariamente attuale. Sei d’accordo?

Attualissima. Tina, la sua vita, le sue scelte spesso controverse e laceranti, hanno una universalità che non può essere relegata solo alla sua epoca e a quel periodo storico.

Quanto fu importante la figura di Edward Weston per Tina?

Molto, sia per la tecnica fotografica, che comunque grazie a Weston poté affinare, sia per il rapporto umano: il fatto che vissero quei primi anni in Messico assieme, costituisce una ricchezza di esperienze inestimabili nella vita di Tina. Però, riguardo la fotografia, non dimentichiamo che Tina aveva uno zio, Pietro Modotti, che era il fotografo di Udine, e fin da bambina aveva assistito meravigliata alla magia delle immagini che emergono sulla carta nella camera oscura, ne aveva respirato l’odore degli acidi di sviluppo… E per molti versi, Tina da “allieva” finì per superare il maestro, avviando ciò che poi sarebbe diventato il “reportage fotografico sociale”.

Modella, attrice, la Modotti sembra trovare però nella fotografia un linguaggio artistico a lei molto congeniale. Per quale ragione secondo te?

Perché non si accontentò di “registrare” la realtà ma tentò di usare la fotografia come mezzo di denuncia, colse aspetti della vita quotidiana quando I fotografi dell’epoca prediligevano sperimentazione e naturalismo, e lo fece con profondo rispetto per le persone, con smisurato amore per l’umanità.