Passeggiando tra le vie del quartiere Aurora, dove un tempo le fabbriche scandivano il ritmo della vita operaia torinese, oggi si respira un’energia diversa: quella della rigenerazione urbana, della cultura e dell’innovazione sociale. È in questo scenario, tra i capannoni riconvertiti della Nuvola Lavazza e gli spazi di Dorado – Urban Innovation & Community Hub, che si è svolta la nona edizione di Utopian Hours, il festival internazionale dedicato al city making.
Il tema di quest’anno, “United Cities”, ha posto l’accento sul ruolo delle città come laboratori di futuro, luoghi capaci di unire persone e visioni in un mondo frammentato. Per tre giorni, oltre trenta relatori internazionali, trecentocinquanta amministratori italiani e più di cento rappresentanti europei hanno discusso di costruzione di comunità, innovazione sociale, immagine urbana, architettura sperimentale, ecologia, mobilità sostenibile, adattamento climatico e intelligenza artificiale applicata alla città.
L’atmosfera del festival è stata quella di un grande laboratorio di idee, dove progetti concreti e visioni utopiche si sono intrecciati nel dialogo tra urbanisti, architetti, amministratori e cittadini. In questo contesto stimolante sono nate due interviste che raccontano prospettive diverse ma complementari: quella con Jan Kattein, fondatore dello studio londinese Jan Kattein Architects, che esplora il design come strumento di rigenerazione sociale e costruzione di comunità, e quella con Nick Wesley, cofondatore di Urban Rivers a Chicago, che reimmagina i corsi d’acqua urbani come santuari per la natura e per le persone. Due visioni lontane, unite dallo stesso spirito utopico che anima il festival: ripensare le città come luoghi vivi, inclusivi e sostenibili.
LONDRA
Jan Kattein. Progettare è dare forma a una storia
Da vent’anni Jan Kattein Architects promuove un’idea di architettura che costruisce comunità prima ancora che edifici. Con un approccio interdisciplinare e partecipativo, lo studio londinese trasforma politiche sociali e ambientali in progetti concreti che rigenerano luoghi e relazioni. Ogni intervento — dai giardini urbani di The Paper Garden agli spazi condivisi di Blue House Yard — nasce da un dialogo aperto con le persone, dalla valorizzazione delle risorse locali e dal riuso creativo dei materiali. Per JKA, la sostenibilità non è solo una questione tecnica, ma un processo collettivo che unisce ecologia, economia e inclusione. Premiato come Social Value Architect of the Year, lo studio esplora nuovi modelli di flessibilità e adattabilità, trasformando l’architettura in un motore di cambiamento sociale e ambientale.
Nel tuo intervento hai toccato molti temi. Hai sottolineato come, prima di iniziare un progetto, partite dal basso: elencando le persone, raccogliendo storie sul luogo. Quanto conta questo aspetto per il progetto?
È davvero importante comprendere il contesto in cui si lavora, e non si tratta solo del contesto fisico, ma anche di quello sociale, economico, delle aspirazioni, dei sogni e delle visioni delle persone. Quando progettiamo uno spazio, progettiamo anche una storia. Se quella storia è radicata nel luogo, allora diventa autentica, una storia con cui le persone possono identificarsi. Quindi, siamo tanto architetti quanto narratori: conoscere le fondamenta della propria storia è assolutamente essenziale.
Un’altra grande questione riguarda il lungo tempo che il settore pubblico impiega per prendere decisioni e realizzare qualcosa in un luogo, per rigenerarlo. Quanto è difficile per te lavorare con il pubblico? Qual è la sfida principale?
Lavoriamo sempre in partenariato, mai da soli. Anche quando coinvolgiamo le persone, emergono gruppi e organizzazioni che già esistono: è molto meglio lavorare con loro e attraverso di loro piuttosto che cercare di raggiungere migliaia di individui sconosciuti. Lavoriamo quindi con “proxy”, mediatori che ci aiutano ad ampliare e approfondire l’impatto del nostro coinvolgimento. Una grande sfida è la presenza di “voci forti” e “voci silenziose”: spesso le prime sovrastano le seconde. Chi guida il processo di partecipazione deve essere critico verso il metodo stesso e diventare un difensore delle voci più deboli. Bisogna leggere tra le righe, capire ciò che non viene detto tanto quanto ciò che viene espresso.
Il coinvolgimento è un processo a doppio senso: non si tratta di chiedere alle persone cosa vogliono, ma di farle sognare ciò che potrebbero avere, e usare quel sogno per costruire la narrazione e, alla fine, il progetto.
Quando si lavora con persone al di fuori del nostro settore, spesso non sanno cosa potrebbero ottenere. Per stimolare l’immaginazione bisogna liberarsi dai preconcetti e aprire le menti, in modo che le persone trovino risposte creative.
Naturalmente, l’impegno è complicato dai lunghi tempi dei progetti: la gente non capisce perché debbano passare quattro anni tra il momento in cui la si ascolta e il momento in cui vede cambiamenti concreti. Quindi è fondamentale gestire le aspettative, spiegare i processi, fornire aggiornamenti regolari.
In alcuni progetti abbiamo deciso che il coinvolgimento iniziale non è ideale, perché allunga troppo i tempi. In quei casi coinvolgiamo le persone alla fine, quando possono contribuire alla costruzione fisica degli spazi, invece che alla fase di ideazione. È un metodo che funziona molto bene.
Parliamo di immaginazione — un concetto profondo. Il tuo lavoro riguarda i numeri, la razionalità, le regole, ma anche l’immaginazione, la capacità di vedere oltre il presente. Come convivono questi due aspetti nel tuo lavoro?
È una domanda davvero interessante. Immaginazione, decisione razionale e funzionalità sono strettamente intrecciate. L’immaginazione è fondamentale. Dico sempre ai miei colleghi — e a chi si candida a lavorare con noi — che non bisogna mai smettere di progettare, perché le cose cambiano continuamente, e solo mantenendo quello spirito creativo si riescono a creare luoghi che rispondono davvero ai bisogni delle persone.
L’immaginazione, per me, è qualcosa che si può coltivare insieme agli altri: è legata al sogno e alla visione. Con il giusto gruppo e le giuste domande, puoi ispirare le persone a immaginare con te, e da lì nasce la narrazione che sostiene il progetto.
Ovviamente nei progetti abbiamo vincoli reali: mancanza di fondi, questioni ambientali, sfide legate al cambiamento climatico. Molti nostri progetti sono innovativi e non si sa sempre come verranno usati, anche dopo averli co-progettati con la comunità. Per questo bisogna incorporare la flessibilità.
Sono sfide che potrebbero soffocare l’immaginazione, ma per noi creatività e funzionalità sono sullo stesso piano. È la parte creativa, infatti, che dona alle persone un senso di orgoglio per il risultato finale. Nessuno è felice di una soluzione generica, puramente funzionale; ma lo è se sente di aver contribuito a creare qualcosa di unico, adatto a un luogo e a un bisogno specifico.
CHICAGO
Nick Wesley. Wildlife first
Fondata a Chicago, Urban Rivers è un’organizzazione no profit che ha trasformato un’idea visionaria in un modello concreto di rigenerazione urbana sostenibile: restituire la natura alle città partendo dai fiumi. Attraverso la creazione di giardini galleggianti, Urban Rivers reinserisce habitat naturali all’interno di infrastrutture industriali impermeabili, dove un tempo scorreva la vita selvatica. Queste isole verdi ospitano piante palustri autoctone che nutrono e proteggono pesci, uccelli e tartarughe, ma sono anche spazi accessibili alle persone grazie a passerelle e percorsi che avvicinano le comunità all’acqua. Il progetto unisce così ecologia, architettura e inclusione sociale, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze ambientali e offrire a tutti la possibilità di riconnettersi con la natura. In questa intervista, Nick Wesley, cofondatore di Urban Rivers, racconta come un esperimento locale lungo il fiume Chicago sia diventato un modello replicabile in tutto il mondo.
Quanto tempo ha richiesto la creazione del Wild Mile? E quanto ha cambiato la vita dei cittadini che vivono intorno?
Sì, dunque, abbiamo iniziato nel 2014, quindi ci sono voluti alcuni anni per trasformarlo in realtà. Una volta definito il progetto e il design, ci sono voluti circa due anni dalla versione finale alla costruzione effettiva. Per quanto riguarda l’uso da parte delle persone, vediamo molta gente che viene ogni giorno, porta a spasso il cane o semplicemente fa una passeggiata per osservare la fauna.
Ho notato che per molti è diventata una sorta di rituale quotidiano, e trovo questo aspetto molto interessante. Inoltre, chi vive in zona spesso porta lì amici e parenti in visita, facendo loro da guida e mostrando il luogo con orgoglio. Credo che sia diventato parte integrante della vita di molte persone che abitano nei dintorni, e questa è la cosa che più mi piace.
Che tipo di conoscenze sono state necessarie per sviluppare questo progetto? Non si tratta solo di architettura: c’è molta biologia, per esempio.
Già, è vero. A dire il vero, all’inizio non sapevamo esattamente cosa stavamo facendo: abbiamo imparato strada facendo. Nel nostro team abbiamo un biologo che si occupa della salute ecologica e dell’impatto del progetto sull’ambiente. Siamo partiti con l’idea che, se dovevamo farlo, dovevamo essere certi che fosse davvero produttivo per l’ecosistema. Per questo abbiamo adottato un approccio che chiamiamo wildlife first (“prima la fauna”).
In pratica, ogni volta che prendiamo una decisione, ci chiediamo: questo influirà positivamente sull’ecosistema? Potrebbe danneggiarlo? E se qualcosa ci sembra interessante ma non porta un beneficio concreto, semplicemente non lo facciamo.
Questo modo di pensare ci ha permesso di rimanere fedeli alla nostra missione, evitando che il progetto si trasformi in qualcosa solo “bello da vedere” ma privo di una reale funzione ecologica.
Questo modello può essere replicato altrove nel mondo?
Sì, assolutamente. Uno dei nostri obiettivi era proprio creare un modello replicabile per altre città. Finora ci hanno contattato circa 70 città — da semplici residenti a sindaci, amministratori locali, architetti e urbanisti — interessati a capire come realizzare qualcosa di simile.
Molte città affrontano problemi analoghi, soprattutto per via di come abbiamo modificato i nostri fiumi nel tempo. L’ideale sarebbe rimuovere tutti i muri di contenimento, restituire alla natura rive più morbide, permettere al fiume di muoversi e inondare quando serve. Ma in molti casi questo non è possibile, e allora il nostro progetto rappresenta una soluzione intermedia molto efficace.
Vogliamo che sia costruito in modo replicabile, così che altre città possano imparare dai nostri errori, migliorarne gli aspetti positivi, adattarlo ai propri contesti e far evolvere il movimento nel suo insieme.
Quindi, in un certo senso, è un progetto sempre in evoluzione…
Sì, assolutamente. Lo sviluppiamo per fasi: costruiamo una parte, la osserviamo, analizziamo cosa funziona e cosa no. Poi, nella fase successiva, cambiamo ciò che serve. Alcune parti vengono ampliate perché hanno avuto successo, altre vengono eliminate.
Lo vediamo come un progetto dinamico, in continua evoluzione, che sperimenta e affina tecniche pionieristiche che potranno essere utilizzate in futuro anche altrove.
In copertina: Jan Kattein / ph. Benandanti