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Welcome Venice

“Un’isola certo non inaccessibile, ma che forse non si raggiunge mai veramente. La si è troppo immaginata, prima di conoscerla, per vederla così com’è. La animiamo attraverso noi stessi. Sortilegio, illusione, inganno, specchio deformante, ecco quel che è, quel che le chiediamo di essere.” Così lo storico Fernand Braudel descrive Venezia nel suo affresco Il Mediterraneo. Per chi racconta una storia, una città che emana un fascino estetico spesso ingombrante, in cui è necessario lavorare per sottrazione per non correre il rischio di rimanere oscurati dalla sua bellezza magnetica.
Lo sa bene Andrea Segre, regista che ha dedicato a Venezia una trilogia, iniziata con i due documentari Il pianeta in mare e Molecole, e conclusa con il lungometraggio di finzione Welcome Venice, presentato al Festival di Venezia e nelle sale in questi giorni. Il film è una produzione Jolefilm con Rai Cinema ed è distribuito da Lucky Red. Abbiamo intervistato il regista per raccontarci l’idea del film e raccogliere la sua testimonianza sul tema dell’abitare.

Pietro (Paolo Pierobon) e Alvise (Andrea Pennacchi) sono fratelli, eredi di una famiglia di pescatori della Giudecca che alleva moeche, i granchi tipici di laguna. Il loro scontro avviene nel cuore della trasformazione inarrestabile che sta cambiando la vita e l’identità di Venezia e della sua gente. Alvise nel frattempo si è dedicato ad altre attività ed è impaziente di capitalizzare la casa paterna svendendola al turismo di massa. Pietro resiste al cambiamento, opponendosi con tutte le sue forze alle lusinghe degli schèi in nome della tradizione familiare, nel tentativo di redimersi da un passato personale di cui non è orgoglioso.

Due visioni del mondo distanti, che raccontano l’umanità della laguna all’interno delle sue contraddizioni. Pietro nonostante fatiche e solitudini, vorrebbe continuare a pescare. Alvise vede invece nella loro casa di Giudecca lo strumento ideale per ripartire, tentando di entrare nell’élite del potere immobiliare che governa la città. Il loro scontro coinvolge tutta la famiglia in un racconto corale di come sta cambiando il nostro mondo.

Una scena del film. Da sx Paolo Pierobon, Andrea Pennacchi e Roberto Citran

Uno dei meriti del film è aver stimolato, partendo dal caso di Venezia, un appassionato e trasversale dibattito pubblico sulla trasformazione dei centri storici e sulla contrapposizione tra il diritto a “visitare” e quello ad “abitare”. Un tema iniziato qui nella laguna diversi anni fa, con il problema delle grandi navi. Il turismo di massa ha lasciato proliferare in modo non regolamentato bed-and-breakfast e case condivise. Stando ai dati di Inside Airbnb, gli appartamenti in città sono attualmente 7568. Il fenomeno rende l’affitto inaccessibile per i locali, soffocando la maggior parte delle altre attività economiche. Il numero di residenti nel centro storico della città è crollato a circa 50.000 persone, da più di 170.000 negli anni ’50. Di recente, anche se i voli internazionali sono ancora limitati, chi gestisce la sala di controllo afferma che il numero dei turisti continua a superare quello dei locali. Molti veneziani che vivono questa realtà sono convinti che qualcosa debba cambiare. Durante la pandemia alcuni hanno usato il loro tempo per proporre idee, tra cui il sostegno di alloggi per giovani professionisti e imprenditori in fase di avvio, sperando di attirare giovani professionisti e creativi che potrebbero riportare la città alla sua gloria passata.

ph. bio Valeria Fioranti

«Un cinema dove i luoghi e i loro abitanti hanno un ruolo fondamentale per costruire insieme poetiche e significati. Un cinema aperto e plurale, sempre alla ricerca di sfide e dialoghi. Come è stato il progetto da cui è nato Welcome Venice, immerso nelle calli e nelle acque di una Venezia che si sente scomparire, che non sa dove andare, ma trova ancora la forza di esistere e di parlare, a sé e al mondo. Una Venezia che rischia di essere consumata dalla sua stessa bellezza e fama, una città simbolo di urgenze e cambiamenti globali che coinvolgono tutti noi, una città che ha bisogno di vite, di cittadini, di spazi, come quello di una sala cinematografica rinnovata e restituita alla città stessa.»

(Andrea Segre)

Andrea Segre

Nato a Dolo (Venezia) nel 1976, è regista di film e documentari. Ha diretto tre film lungometraggi, tutti presentati alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia: Io sono Li (Premio Lux del Parlamento Europeo) La Prima Neve (Gran Prix del Festival di Annecy) e L’Ordine delle Cose (Premio Tonino Guerra miglior soggetto). Ha realizzato numerosi documentari, tra cui Come un uomo sulla terra (candidato miglior documentario al David di Donatello 2009), Il Sangue Verde (premio CinemaDoc alle Giornate degli Autori 2010), Mare Chiuso (Globo doro miglior documentario), Indebito (evento di apertura al Festival di Locarno 2013), I Sogni del Lago Salato (Candidato Miglior Documentario Nastri d’Argento 2015), Il Pianeta in Mare (Seleziona Ufficiale – fuori concorso 76.edizione Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica). È socio fondatore di ZaLab, laboratorio di produzione, distribuzione e azione socio-culturale.