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Intervista a Carlo Ginzburg

Nella postfazione alla recente edizione de I benandanti Carlo Ginzburg  racconta di come nell’autunno del 1959, nella biblioteca della Scuola Normale dove era allora studente, prese tre importanti decisioni. La prima era che avrebbe imparato il mestiere dello storico, la seconda che si sarebbe messo a studiare i processi di stregoneria, la terza che si sarebbe concentrato non sulla persecuzione in quanto tale, ma sulle vittime, ossia degli uomini e delle donne accusati di stregoneria.

Dalle implicazioni di questa terza scelta, probabilmente la più complessa da affrontare, nacque una profonda riflessione sul metodo storico, e sulla scelta (paradossale) di afferrare atteggiamenti e credenze delle vittime attraverso gli archivi della persecuzione. Partendo da qui, e dal comprendere in quale humus culturale maturò I benandanti, abbiamo iniziato la nostra conversazione con il professor Ginzburg, che ringraziamo per aver accettato il nostro invito.

La ricerca de “I benandanti”

Nel 1962 Ginzburg decide di girare l’Italia alla ricerca di processi inquisitoriali, iniziando il suo tour dal fondo Sant’Uffizio depositato presso l’Archivio di Stato di Venezia, dove incontra l’”inaspettato”. Un interrogatorio, datato 1591, di un bovaro di Latisana, Menichino, che era stato denunciato da qualcuno all’inquisitore perchè benandante.

“Qualcuno lo aveva denunciato perchè era un benandante. Che cosa significa benandante?” Aveva chiesto l’inquisitore. E Menichino, dopo aver tergiversato un po’, aveva raccontato che tre volte all’anno andava in spirito nel “campo di Josafat….et avevo paura, et mi parve andare in uno prato largo, grande, bello: et sentiva voglioso, già mandava buono odore, et mi prarteva che vi fossero fiori et rose”. Lì i benandanti, armati di rami di finocchio, si battevano contro le streghe: e al suo padrone Menichino aveva detto che “quando i beneandanti vincevano era segno di buon raccolto.

Gli inquisitori non comprendono chi siano i benandanti, e cercano di indurli ad ammettere di essere stregoni, e non nemici degli stregoni. Ma solo dopo cinquant’anni i benandanti finirono con l’ammettere, tra molte resistenze e in maniera incompleta, che le battaglie notturne per la fertilità cui dichiaravano di partecipare erano in realtà il sabba diabolico. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1966 da Einaudi, avrà un grande successo in Italia e all’estero, anche tra i non addetti ai lavori. Giorgio Manganelli lo definisce un “dramma religioso”. Sarà tradotto in inglese con il titolo di Night battles, con la prefazione di Eric Hobsbawm.

Una lotta di classe in forma elementare

Dietro alla scelta di una ricerca sulla stregoneria ci sono principalmente due elementi. Il primo è consapevole. L’analogia tra il fenomeno della stregoneria nel ‘500 e quello di una lotta di classe in forma elementare. Una deduzione forse banale per un giovane studente di sinistra, ma di sicuro non di moda tra gli storici di quel periodo. Il secondo è inconsapevole. Scrive Ginzburg: “Quando mi proposi di studiare le vittime della persecuzione della stregoneria non pensai affatto alla mia esperienza infantile. L’analogia tra streghe ed ebrei rimase allora del tutto inconsapevole. Emerse di colpo (avevo più di trent’anni, avevo scritto nel frattempo vari libri) quando Paolo Fossati, storico dell’arte che lavorava ad Einaudi, mi fece notare che per un ebreo la scelta di studiare streghe ed eretici era ovvia. Proprio quest’ovvietà, che riconobbi subito come tale, mi lasciò sbalordito. Averla rimossa per tanto tempo mi parve incredibile. Retrospettivamente penso che la rimozione abbia permesso all’analogia di agire nel profondo”.

La lettura si configura sempre come una serie di scatole cinesi. Chi ha imparato a leggere non legge mai un libro solo; attraverso un libro ne legge contemporaneamente molti altri, riecheggiati o riferiti, direttamente o indirettamente, nelle pagine che ha di fronte. 
Non solo: mentre legge un libro ne ricorda contemporaneamente in maniera consapevole o inconsapevole, molti altri.

Carlo Ginzburg - Postfazione a "I benandanti"

cover ph. Monica Biancardi

Carlo Ginzburg

(Torino 1939) ha insegnato all’Università di Bologna, a UCLA, alla Scuola Normale di Pisa. Tra i suoi libri, tradotti in più di venti lingue: I benandanti (1966); Il formaggio e i vermi (1976); Indagini su Piero (1981); Miti emblemi spie (1986); Storia notturna (1989, nuova ed. 2015); Il giudice e lo storico (1991); Rapporti di forza (1990); Occhiacci di legno (1998); Nessuna isola è un’isola (2002); Il filo e le tracce. Vero falso finto (2006), Paura reverenza terrore (2015); Nondimanco. Machiavelli, Pascal (2018); La lettera uccide (2021). Ha ricevuto vari premi, tra cui l’Aby-Warburg-Preis (1992), il premio Feltrinelli per le scienze storiche (2005), l’Humboldt-Forschungspreis (2008), il premio Balzan per la storia d’Europa (1400-1700) (2010), il premio éStoria (2019), il premio Tomasi di Lampedusa (2019)