Per rendere migliore un Paese, non occorrono riforme o piani di sviluppo, non finanziamenti per progetti, non maestose opere pubbliche. Per rendere migliori una città o una Nazione non occorrono migliori risorse, bensì uomini migliori. Uno degli uomini migliori in Italia è Tomaso Montanari. Scrive nella prefazione al suo libro La seconda ora d’arte (Einaudi, 2021): “Ma tra una storia dell’arte oggetto degli addetti al lavoro e la sua trasformazione in uno spot per consumatori esiste la via di una vera formazione di massa alla conoscenza dell’arte. È una partita che si vince a scuola, a scuola e ancora a scuola. Poi sì in televisione, alla radio, al teatro, al cinema e sui social: ma siamo in pochissimi a giocarla ogni giorno. E la scorciatoia della mercificazione di massa è solo un lavacro per la cattiva coscienza collettiva e, in ultima analisi, un boomerang. Da anni mi dedico con forza a far entrare la storia dell’arte nella vita di chi fa tutt’altro. Conosco la luce che si accende in fondo agli occhi dei ragazzi di una scuola di periferia quando stai con loro un giorno intero a parlare di Caravaggio: ci vogliono umiltà, cura e fatica, e la convinzione che tutti, proprio tutti, siamo fatti per amare l’arte. E per prima cosa ci vuole la volontà di amare le persone con cui si parla. Non la volontà di volerle conquistare come acquirenti di un biglietto, consumatori o clienti, ma proprio come umani. Umani capaci di pensare che fare quattrini non sia l’unico motivo per cui siamo vivi”.
Montanari, ci parli non della luce dell’arte, ma di quella che scorge in fondo agli occhi dei ragazzi…
La luce in fondo ai loro occhi è quel che dà senso alla mia passione di insegnare, e mi permette di restituire quello che ho ricevuto senz’alcun merito, per essere nato in una famiglia agiata e colta, in una parte del mondo dove non si patiscono fame o guerra. Il mio compito è di comunicare quello che ho appreso, senza esserne geloso, per condividere lo stesso patrimonio. L’Università, che è scuola, vive una difficoltà, quello di creare un mondo degli studi che preveda la redistribuzione della conoscenza; l’università non deve formare professionisti, ma il luogo dove si formano a vicenda, nella speculare crescita, insegnanti e studenti, affinché non venga perduta da parte di nessuno la propria umanità e dignità. La luce in fondo agli occhi degli studenti è, in tal senso, la scoperta della propria umanità nascosta, che dovrà essere risvegliata dall’esterno, da un educatore: e-ducare significa tirar fuori. Alla domanda: “A che diavolo serve scavare in archeologia, per tirar fuori dei cocci?”, Cesare Brandi rispondeva che poteva servire a disseppellire l’umanità che è sepolta in noi. La gratuità dell’arte, nella nostra società utilitaristica, serve proprio a risvegliare i valori fondanti della società. La luce in fondo agli occhi è quella che si accende quando dedichi loro del tempo, quando i ragazzi capiscono che l’arte non è per i ricchi, che il patrimonio culturale non serve come sfondo alle sfilate di moda e che non serve a desiderare ma per riscattare la propria vita, per trovare la forza di cambiare la società e per non assuefarsi alle proprie paure, al timore nei confronti del mondo. La luce deve essere già nei nostri occhi, prima che in quella degli studenti, per poterla rendere sempre viva. Il gioco è quello di restare umani, che resta l’obiettivo.
In un mio libro, Sensibili alle forme. Che cos’è l’arte affermo che la meraviglia sia all’origine della sfera emotiva umana. Il sorgere del sole o l’aggressione di una fiera provocano negli ominidi una sorpresa o una meraviglia oppure un orrore tali che si incidono nel tessuto cerebrale ingenerando la nascita della memoria. Il dato memoriale viene tradotto in esperienza e fonda la sensibilità alle forme. Parlo di una sensibilità preestetica, prelinguistica, per cui non escludo che anche negli animali e nelle piante possa rintracciarsi un piacere della forma, che si palesa diversamente che nell’uomo…
Guardando Anita, la mia amatissima labrador, mi chiedo che cosa vede. L’animale domestico quando si incanta ai giochi di luce della finestra, quando annusa e osserva i fiori nel vaso esprime un modo di percepire non distante dal nostro. È un mistero che rimanda a un’osmosi, alla comunione delle creature, di cui parlava San Francesco e a cui si riferisce il papa Francesco, quando definisce il nostro compito quello di custodi e non di padroni della terra. Non siamo migliori, ma forse abbiamo un peso in più, quello di custodire animali e piante e noi stessi. Riguardo alla meraviglia, ritengo che sia un elemento fondamentale per la comprensione. George Orwell, uno dei miei scrittori preferiti, affermava che anche nei momenti peggiori, nel momento della guerra, bisogna conservare la parte infantile, la capacità di desiderare da adulti quello che si desiderava da bambini; conservare lo sguardo dell’infanzia non compromesso non cinico non machiavellico è fondamentale, perché prevede uno spazio in cui la dimensione sensoriale e quella morale sono unite. Da una parte, l’apertura all’esterno, alla luce, all’acqua, al cielo, a ciò che succede intorno e dall’altra l’apertura agli uomini e a un sistema di valori sono comportamenti molto vicini.
Con il corpo siamo e pensiamo, in tal senso, la storia dell’arte ci aiuta a sentire ciò che c’è dentro di noi a partire da un’immagine esterna, pertanto costituisce un ponte, una chiave. In certi momenti questo è sembrato miracoloso, quando i suoi contemporanei contemplano le opere di Leonardo, ne deducono che finalmente nei volti da lui ritratti traspare ciò che c’è nell’anima, una rivoluzione rispetto a quel che prima di lui era solo una retorica, un topos, una scommessa. Questo ci fa capire perché amiamo tanto Monna Lisa; – che oggi è diventata un feticcio commerciale, un volto anonimo in cui non succede nulla –nel ripensare allo stupore dei suoi contemporanei ci accorgiamo del motivo profondo della suggestione emanata dall’opera; ebbene, quel che si vede con gli occhi del corpo arriva a ciò che si sente nella mente e nel cuore, in quella giuntura così imprendibile è il centro di tutte le cose.
Nella stessa introduzione a La seconda ora d’arte, più avanti lei si fa estensore di una analisi lucida della contemporaneità, ma anche promotore di una splendida utopia, “in un mondo sfigurato dalla forza del denaro e delle armi, un mondo mostruosamente ingiusto e diseguale, un mondo ormai senza politica ma solo con l’esercizio del potere” diffondere l’amore per l’arte potrebbe costituire una via di uscita, perché “noi non crederemmo nella guerra, e crederemmo nell’arte”. Bisognerebbe innanzitutto svincolare la scuola dalla perniciosa aziendalizzazione in cui versa…
Bisognerebbe capire che i ragazzi che formiamo non sono carne da cannone, perché dall’essere carne da cannone per il mercato all’essere carne da cannone per le guerre, il passo è molto breve. Trilussa scrive che la guerra “è un gran giro de quatrini/ che prepara le risorse/ per li ladri de le Borse”. Liberare l’idea che una nazione prepari soltanto merce, parliamo di lavoro o di altro, il veleno insito in questo linguaggio giunge ad affermare che il corpo sia un mezzo, e che possa essere usato per il fine di abbattere eventuali dittature, come quella di Putin, con il sacrificio di vite umane in guerra. Tutto questo è inaccettabile, perché se c’è un valore che trascende tutte le culture è quello secondo cui la persona umana è un fine e non un mezzo.
La luce in fondo agli occhi degli studenti è, in tal senso, la scoperta della propria umanità nascosta, che dovrà essere risvegliata dall’esterno, da un educatore: e-ducare significa tirar fuori.
Tomaso Montanari
Parliamo di una piaga che colpisce il mondo intero: le mostre (in letteratura e in altri settori, i festival), di cui lei ha parlato ampiamente in un libro, Contro le mostre, scritto con Vincenzo Trione, edito nel 2017 da Einaudi. Lei ha citato al proposito un’osservazione: “Il sonno delle regioni genera mostre”. Le mostre sono decise non in base a un progetto culturale, ma di business; ha inoltre evidenziato il fatto che se un Caravaggio va a tre mostre l’anno si moltiplica il rischio, e citando Francis Haskell: “Quando cadrà un aereo carico di Caravaggio, ci porremo il problema”. È stato anche querelato per un milione di euro perché ha scritto che i busti di Bernini non dovevano spostarsi.
Un problema che la pandemia ha temporaneamente oscurato. Il circo però sta ripartendo. Ci sono mostre belle e mostre brutte, ma ci sono anche mostre necessarie, pochissime, che provvedono ad aumentare la conoscenza. Mosse necessarie che intacchino la mercificazione del mondo artistico e che si concentrino sullo studio dell’opera e parlino a tutti e non solo agli specialisti, che siano il frutto di ricerca e formazione di nuova conoscenza. Dobbiamo anche interrogarci sul sistema e sui valori simbolici, compriamo il biglietto e un’audioguida che ci illustra con le stesse parole le stesse opere a tutti, nello stesso momento; un’operazione di facciata omologante. Parliamo giustamente di consapevolezza del consumo alimentare ma dovremmo parlare anche della consapevolezza del consumo culturale, ci vogliono consumatori che abbiano almeno la consapevolezza del consumo: si pensa che tutto sia cultura, ricordo che molti film non sono di Bergman o di Kubrick, ci sono anche i cinepanettoni e ci sono molte mostre che sono come i cinepanettoni, la maggioranza, direi, anche qui bisognerebbe informare i cittadini che non possono essere i complici inconsapevoli di un sistema che li tratta come clienti più o meno sciocchi di un circo.
In una mia monografia su un artista contemporaneo, Pierluca Cetera, (“Cetera/Pamio”, Edizioni Mondo Nuovo, 2021) sostengo che occorra separare le diverse forme di arte e che la pittura costituisca un (sotto)genere dell’arte diverso rispetto a quella performativa, alla concettuale e astratta, a quella video e multimediale, a quella murale, o alle altre, grafica, fumetto, comunicazione pubblicitaria, cui bisognerebbe assegnare un (sotto)genere diverso: “Un’altra questione da affrontare riguarda la collocazione di artisti astrattisti, informali, azionisti viennesi, pop, minimalisti, iperrealisti, relazionali, di esponenti dell’arte povera, della mail art, della land art, della digital art, ecc.; alcuni si potrebbero catalogare sotto la denominazione di operatori artistici del visivo, settore che potrebbe aggiungersi ai precedenti. Insomma, si dovrebbe iniziare a distinguere i generi, assegnando a ciascuno il suo, i pittori non dovrebbero essere confusi con gli artisti performativi e viceversa, o con gli operatori del visivo; bisognerebbe per ciascun settore specificarne le peculiarità e iniziare a creare nuovi e differenti criteri di giudizio e di analisi, a partire dalla loro storicizzazione”. I generi vanno distinti ma soprattutto vanno formate nuove figure di critici, che siano competenti e in grado di giudicare le arti performative, per esempio, che implicano una conoscenza approfondita della danza, del teatro, oltre che della storia dell’arte.
Penso sia vero. La critica necessariamente viene dopo. C’è sempre uno sfasamento tra opera e interprete. Penso che la profonda diversità di formazione, di competenze, di abilità, di ispirazione che presiedono alle diverse forme di arte meritino lettori critici altrettanto padroni delle tecniche, delle abilità spesso introvabili; che finisca per prevalere una critica idealistica, e ci si dimentichi della materialità di un’opera d’arte. È cambiato il mercato, ora c’è un marketing, e non una critica.
Che cosa ne pensa degli artisti al servizio del trash, definito da Zizek “sublime”, o del kitsch, da Benjamin a Dorfles e infine a Fofi, che parla di un kitsch mondiale. Lei come reagisce di fronte all’arte contemporanea, completamente asservita al mercato?
Io agisco con disinteresse. Jeff Koons non mi interessa. Non mi interessa come il festival di Sanremo, di cui mi occupo come fenomeno sociale, non certo come fenomeno artistico. È inevitabile che in una società come la nostra ci sia un’arte main stream, che è il prodotto di questa società, Jeff Koons è un ex agente di Borsa che fa l’artista è il simbolo di tutto questo. Io sono un appassionato di street art, arte gratuita, spontanea, che rende umani i siti che non sono più umani, mentre il kitsch rende disumani i luoghi che sono umani. Bisogna trovare un rimedio a questa disumanità, non un’aggravante.
Ci può accennare al suo libro Perdersi in Toscana: luoghi opere persone?
Si raccolgono sguardi sulla mia regione amatissima, non quella dei cipressi o della campagna della promozione turistica. Perdersi in Toscana non vuole contribuire a adempiere a una ritualizzazione, all’idea di vedere quel che si deve a ogni costo vedere, ma vuol suggerire di perdersi felicemente, perché l’unico modo di trovarsi è quello di avere prima il coraggio di perdersi.
E al suo Eretici, edito da Paperfirst nel 2020?
A partire da una trasmissione televisiva del Fatto Quotidiano ho raccolto interviste che parlano di vite contro, in quanto oggi i nostri eroi sono tutti conformisti. Le personalità importanti per l’umanità sono quelle “contro”, quelle che hanno provato a dire quel che hanno provato a dire quel che non ci volevamo sentir dire. Se usciremo da questa strettoia ne usciremo peggiori, marcati da un primordialismo osceno. Una delle persone “contro” è Papa Francesco, che sta in un luogo di sommo potere scagliandosi contro il potere da una posizione messianica ed evangelica. Oggi siamo come nel film Don’t look up, la cometa sta arrivando ma il fatto viene tenuto nascosto, gli eretici sono quelli – i pochi- che parlano, come Papa Francesco, e sono profeti.
“La religione del mercato”, si legge in un altro suo libro, Privati del patrimonio, “sta imponendo al patrimonio culturale il dogma della privatizzazione. Ma se l’arte e il paesaggio italiani perderanno la loro funzione pubblica, tutti avremo meno libertà, uguaglianza, democrazia. Brevemente, come vede uno scenario futuro ormai prossimo, in cui, per accedere alle spiagge, ai musei, per poter assistere a un’alba, il singolo cittadino dovrà pagare il biglietto d’ingresso?
La vedo orribilmente. Si pensa di far pagare l’ingresso a una città come Venezia, una città che abbiamo distrutto. La riduzione di tutto a merce, la riduzione dell’uomo a merce. Kant diceva che le cose si dividono tra quelle che hanno un prezzo e quelle che hanno un valore, le ultime sono sempre meno, ma sono anche le uniche che ci salvano.
Che cosa prova quando si trova davanti a un’opera che la commuove… Le è mai balenato in mente il pensiero di trovarsi di fronte a un’opera in cui fosse racchiuso il significato stesso dell’arte?
Una domanda del grande metafisico, del diavolo, come diceva Longhi. Credo che l’arte non abbia un significato solo. Quando mi capita mi sembra di risentire dentro la mia umanità, che non è facile farlo, ci sono opere che mettono in contatto con l’abisso che c’è dentro, la soglia dove si sente di essere vivi e di essere umani. Altre culture ci sono arrivate con la meditazione, ma capita anche guardando un paesaggio o mangiando un cibo assieme ad amici veri, o carezzando un animale, un cane o un gatto. Ci sono momenti in cui si entra in contatto con ciò che dura, anche dopo che ce ne siamo andati.
Tomaso Montanari
Fiorentino, ha studiato alla Normale di Pisa, allievo di Paola Barocchi, conseguendo nel 1998 il perfezionamento in Discipline storico-artistiche. Docente universitario, ha insegnato all’Università della Tuscia, a Roma Tor Vergata e alla Federico II di Napoli, attualmente è Rettore dell’Università per stranieri di Siena. È uno dei più autorevoli specialisti della storia dell’arte dell’età barocca. Presidente del Comitato tecnico scientifico per le Belle Arti del MIBAC, membro del Comitato scientifico degli Uffizi, membro della redazione della rivista scientifica Prospettiva, membro della giuria del Premio Sila. Scrive per Il Fatto Quotidiano, per Venerdì di Repubblica. Ha vinto il Premio Bassani di Italia Nostra (novembre 2012) e ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Napolitano l’onorificenza di Commendatore «per il suo impegno a difesa del nostro patrimonio» (marzo 2013). Ha ideato e condotto il programma televisivo La libertà di Bernini su Rai 5, in 8 puntate; e La vera natura di Caravaggio, in 12 puntate, I silenzi di Vermeer e Velazquez. L’ombra della vita; Favole forme figure per Loft, la tv del Fatto Quotidiano. Tra le sue ultime opere pubblicate: Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, Contro le mostre, 2017, Costituzione italiana: articolo 9, 2018, Velázquez e il ritratto barocco, 2018, L’ora d’arte, 2019, Chiese chiuse, 2019, Perdersi in Toscana: luoghi opere persone, 2020, Dalla parte del torto: per la sinistra che non c’è, 2020, con Nino Criscenti L’aria della libertà: l’Italia di Piero Calamandrei, 2020, con Andrea Bigalli, Arte è liberazione, 2020, Patrimonio e coscienza civile: dialogo con l’associazione «Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, 2020, con Gabriele Caiona, Pietro da Cortona: il ritratto di Mazzarino, 2020, con Gino Famiglietti A cosa serve Leonardo? La ragion di Stato e l’Uomo vitruviano, 2020, Eretici, 2020, Capolavori fuori centro. I Cavalli di Piacenza di Francesco Mochi, a cura di Eugenio Gazzola, 2021, La seconda ora d’arte, 2021, Chiese chiuse 2021, con Franco Marcoaldi, Il nostro volto. Cento ritratti italiani in immagini e versi, 2021.