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Abitare il vortice

“Se si hanno poche parole per parlare dei fenomeni complessi vuol dire che si ha poco potere. Mentre invece arricchire e articolare questo tipo di dibattito vuol dire far prendere potere a chi ne parla, e quindi dal mio punto di vista anche i soggetti dal basso.” A parlare è Bertram Niessen, sociologo, ricercatore e agitatore culturale, autore di “Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo”. Un libro che, a partire dall’apparente ossimoro contenuto nel titolo, arricchisce il nostro repertorio di idee in un dibattito sempre più cruciale per comprendere il rapporto con gli spazi che abitiamo. “Le città  – scrive Niessen nell’introduzione del libro – sono sempre di più il luogo delle disuguaglianze, e per affrontarle collettivamente c’è bisogno di costruire un dibattito diffuso.”

Partiamo dal tema della gentrification, nel libro spieghi la differenza tra una prima ondata che ha riguardato ad esempio il Greenwich Village di New York o anche Trastevere a Roma a partire dagli anni 60 e definisce i caratteri di una nuova gentrification, che in ogni città trova sponde diverse. Citandone due in particolare, il modello dell’abitare temporaneo sempre più diffuso da piattaforme come Airbnb e la cosiddetta foodification, quindi il diffondersi di un modello commerciale che privilegia alcuni beni. Quali sono i confini tra queste due tipologie? Può esistere una gentrificazione “buona”?

La questione è super interessante e credo purtroppo sia ancora trattata in modo molto rudimentale dal dibattito in Italia, almeno quello non strettamente accademico. Ci sono diversi strati di risposta possibile. Uno è la risposta breve. Se dovessi tracciare un demarcatore chiaro tra quello che è successo fino a un certo punto e invece da un certo punto in poi, è stato il mutato ruolo dell’economia finanziaria nei processi di gentrificazione.

Sostanzialmente di solito si mette come posizionatore della trasformazione dei processi di economia finanziaria la fine della convertibilità del dollaro in oro, quindi gli accordi di Fort Knox del ‘71 negli Stati Uniti. Quello che è successo più o meno nel decennio successivo è quello che poi ha innescato la globalizzazione, che è stata un miliardo di cose diverse, ma per quello che interessa a noi è stata soprattutto la finanziarizzazione dell’economia. Per cui sostanzialmente siamo passati nel giro di poche decine di anni da una percentuale, se non ricordo male tre e qualcosa di prima del ’71, di peso dell’economia finanziaria dell’economia globale, ai numeri di adesso che si si aggirano intorno all’80%. Quindi cosa vuol dire? Che c’è un prima e un dopo questa finanziarizzazione dell’economia.

Se prima c’erano dei processi di sostituzione degli abitanti da ricchi a poveri (può avvenire anche il contrario) che avevano a che fare con tante traiettorie che però erano molto micro e locali, quello che è iniziato a succedere a un certo punto è che questo tipo di processi si sono inseriti all’interno di una macro cornice di finanziarizzazione, del mercato immobiliare, locale e globale, e quindi in qualche modo la gentrificazione ha permesso di essere un fenomeno che interessava esclusivamente il singolo quartiere o isolato X nella città Y, e ha iniziato ad essere un fenomeno invece di portata globale in cui i player, gli attori che giocano, sono dei grossi fondi che guardano appunto al singolo distretto, al singolo quartiere, ma in un’ottica globale prendendolo in considerazione centinaia o migliaia, nello stesso momento in fronte. Questa, diciamo, è la risposta breve.

La risposta lunga è in realtà secondo me più complessa, nel senso che in questo momento in Italia c’è una grandissima confusione credo nella attribuzione del termine gentrificazione, che da noi è arrivato molto recentemente. Se non ricordo male il libro che ha aperto questa cosa, fuori dall’ambito accademico è il libro di Giovanni Semi del 2017, che era Gentrification. Tutte le città come Disneyland. Se ne parla proprio da pochissimo, mentre invece in altri paesi ci sono 20-30 anni di dibattito e anche di attivismo su queste cose.
Si usa gentrificazione ormai per qualsiasi tipo di trasformazione urbana più o meno negativa e più o meno veloce. Ad esempio ho sentito parlare di gentrificazione quando si indicano i processi di costruzione di grandi centri commerciali. A Milano c’è stato un caso di recente molto grosso, cioè questo giga centro commerciale fatto in una zona adiacente all’Expo dove tutti si interrogano sull’opportunità politica, economica e sociale di costruire un giga spazio, che è pensato per attrarre decine di migliaia di macchine, consumatori, eccetera. Ma soprattutto tutti nello stesso spazio, desertificando tutto quello che ha a che fare con il commercio di prossimità di quartiere. Questa cosa qua in realtà con la gentrificazione non ha niente a che fare.

È un fenomeno di sperequazione di potere dal punto di vista della gestione dei territori, ma in realtà non c’entra molto. Altra cosa molto simile, ad esempio in Italia c’è una grandissima confusione per quello che riguarda il tema della rigenerazione urbana. Ad esempio Elena Ostanel, che è una ricercatrice dello UAV molto brava, ha scritto un libro fondamentale dove intende per rigenerazione urbana tutti i fenomeni dal basso che vengono attivati da comitati di cittadini, collettivi, attivisti, gruppi politici eccetera terzo settore società civile ed è assolutamente fondato anche dal punto di vista non dico solo delle pratiche ma anche accademico. Nel senso che ha, la dico male, pedigree. Pedigree forse è una brutta parola, diciamo ha forte verifica intersoggettiva da questo punto di vista. Dall’altra parte si indicano come rigenerazione urbana, anche in quel caso in modo assolutamente appropriato, grossi processi di speculazione dove grossi fondi intervengono su macro aree. Quello che mi preme è rendere più articolato il dibattito in Italia da questo punto di vista perché in questo modo secondo me diciamo, come in qualsiasi altro campo della vita, se si hanno poche parole per parlare dei fenomeni complessi vuol dire che si ha poco potere.
Mentre invece arricchire e articolare questo tipo di dibattito vuol dire far prendere potere a chi ne parla e quindi dal mio punto di vista anche i soggetti dal basso.

In copertina: ph Sven Read su Unsplash

Bertram Niessen

Ricercatore, progettista, docente in master e corsi universitari: ha insegnato nelle Università di Milano-Bicocca, Milano Statale, Cattolica del Sacro Cuore, oltre che all’Università degli studi di Trento. È direttore scientifico di cheFare, con cui si occupa di progettazione culturale, organizzazione di eventi e festival, processi collaborativi online e offline, empowerment di organizzazioni culturali dal basso e advisory per le istituzioni. Collabora spesso con testate online, offline e radio: “Il Sole 24 Ore”, “IL”, “Nòva”, “Il Giorno”, “Artribune”, “Digicult”, Rai Radio Live e RSI Radiotelevisione svizzera. È membro di diversi consigli culturali, giurie, board, commissioni tecniche e scientifiche per la valutazione di progetti culturali.