fbpx

Dalla strada alla galleria

Nell’Ottocento in Italia arte e dibattito politico hanno convissuto, ispirati da grandi ideali e movimenti collettivi, in caffè storici come il Caffè Michelangiolo o il Giubbe Rosse a Firenze. L’idea di uno spazio pubblico dove confrontarsi e discutere di arte e filosofia nasce in realtà in Francia già dal Settecento con i caffè filosofici, “geniali ritrovi” espressione del fermento dell’epoca sull’onda della nascita dei grandi movimenti di massa.

Con questo spirito, si è aperta pochi giorni fa a Treviso, e proseguirà fino al 20 febbraio al Cantiere Art Gallery Art: from the STREET to the WALLS, mostra curata da Marcello Francolini, che costruisce un dialogo tra due artisti noti della scena internazionale street art: la coppia Sten Lex e Tellas. Quattordici opere, tra tele e stencil su poster con sostegni in ferro e vetro, di cui due inedite e site specific, organizzate in un percorso distribuito sugli oltre 400 metri quadri di un ex hangar industriale riconvertito in polo culturale, con un cocktail bar e un ristorante.
Per parlare della mostra abbiamo intervistato il curatore Marcello Francolini.

Tellas, Niagara

“Art: from the STREET to the WALLS” sperimenta una versione “conviviale” dell’esposizione artistica. Puoi raccontarci come nasce il progetto e come avete scelto lo spazio del Cantiere Art Gallery per realizzarlo?

La convivialità è tutta nella formula. Il Cantiere Art Gallery porta lontano dal solito “white cube” della galleria canonica. L’allargamento alla sfera del cibo e dei “coquetelle” ricercati, crea una zona liminale, che vuole trasformare la solita “fruizione” dell’opera in “sosta”.  In questo senso dico che le condizioni del progetto e della galleria si muovono nel solco di quella tradizione che affibbiava ai Caffè Michelangiolo, alle “Giube Rosse”, ai “Caffè Campari” o ai Caffè Argano”, quel ruolo di luogo aperto, in cui il contatto con l’opera diviene colloquiale, sincero, privato e al tempo stesso collettivo. Questo è lo spirito che muove il vortice di proposte che il Cantiere si avvia a costruire per il nuovo anno. Così com’ogni libro ha una premessa, l’album l’intro, il giorno l’alba, questa visione ha la sua epifania, che si manifesta come un dialogo. Gli oratori, sono due nomi noti nel panorama dell’arte nazionale e internazionale.

Sten-Lex,-SEGNO-IV,-Matrice-di-carta-esposta tra due vetri, 95x88cm

Tellas e STEN LEX, due visioni diverse ma comunicanti della street art. Come è avvenuto il tuo incontro con questi artisti e qual è il filo rosso che li lega in questa esposizione?

L’incontro è avvenuto sulla congiunzione delle ricerche, le mie in campo critico e le loro in campo pratico e operativo. Direi che la titolazione stessa, from the street to the walls indica una movimentazione dalla sfera canonica della Street Art ad una più vasta comunità contemporanea. Dico ciò per dire che mi sembra che le problematiche aperte dalle opere di Sten Lex e Tellas rientrano nella tipologia di problematiche sollevate dall’arte contemporanea. Entrambi gli artisti s’accomunano in un principio di rieducazione all’immaginazione, ogni loro opera si pone come ridefinizione dello spazio, tanto di quello reale quanto di quello interiore.  In definitiva nell’accezione comune della figurazione dell’arte urbana, entrambi oppongono una morfologia astratta.  In una società sempre più guidata dalle immagini, la risposta di Sten Lex appare quella di sottrarsi all’evidenza con lo scopo ben più alto di costruire possibilità plurime d’immagini. In questo modo ogni loro opera porta con sé la possibilità critica dell’interpretazione, che diventa strumento mimetico d’opposizione al potere dell’immagine-brand-globale. Nel caso di Tellas, la sua evidenza segnica ha a che fare con i modi più antichi del writing, ricostruito a partire da un’archeologia nuragica che è parte essenziale del suo bagaglio morfologico elaborato in uno stile “glocale”. La sua è un’azione di ri-presentazione della natura ancestrale che, come camouflage, fa delle superfici, luoghi d’inflorescenza.  Da esse si evince il percorso che li ha condotti verso l’obbiettivo di ridefinizione della realtà, che si muove a ritroso, verso l’origine della forma, da un lato verso il primordiale (Tellas), dall’altro verso il fenomenico (Sten&Lex).

 

Il Cantiere Art Gallery di Treviso

Portare l’arte e la creatività fuori dagli spazi istituzionali ridefinisce i ruoli di committente e fruitore, confrontandosi con un pubblico eterogeneo. Quali sono, nell’applicare questa nuova visione dell’arte negli spazi pubblici, i progetti (e gli artisti) che più ti ispirano?

Direi che dovremmo ribaltare l’intenzione della domanda, giacché l’artista ha da sempre avuto a che fare con lo spazio pubblico. Da quando Romolo ha cinto lo spazio sacro della collettività, che gli uomini si sono mossi nell’adornarlo in modo tale da aumentare la percezione stessa della realtà. Forse oggi risentiamo quel bisogno di trasformare in tal senso l’habitat urbano di una civiltà post-industriale. Non ci dimentichiamo che quest’ultima è quella stessa entità artificiosa che, per reazione,  ha generato negli Anni Settanta, le premesse del writing, che fu una prima forma di consapevolezza nei riguardi dello spazio urbano sempre più compromesso da un’architettura s-naturalizzante. Chiuso il cerchio forse? Certo è che passati ormai dall’appropriazione alla celebrazione, questi artisti hanno la possibilità di elaborare un sistema di ricerca “aperto”, nel senso di attuare un metodo sperimentale, inteso come work in progress dove la singola opera non è fine a se stessa, ma rientra in un processo cumulativo. Sicuramente in questo senso l’artista più rappresentativo nella Penisola, è Gian Maria Tosatti.

Entrambi gli artisti s’accomunano in un principio di rieducazione all’immaginazione, ogni loro opera si pone come ridefinizione dello spazio, tanto di quello reale quanto di quello interiore.

Marcello Francolini

Nel progetto riecheggia la storia dei caffè letterari ottocenteschi (penso al Caffè Michelangelo di Firenze, dove si davano appuntamento i Macchiaioli, oppure alle “Giubbe Rosse”). Esiste secondo te uno spazio analogo di discussione e confronto creativo nella realtà di oggi?

Per esistere ciò, dovrebbe sussistere una certa coabitazione dell’artista e del critico. Con questo intendo una premeditazione al confronto, al dialogo, allo scontro, che nei luoghi da te citati era possibile giacché in quelle condizioni storiche quegli stessi artisti erano patrioti, e quindi uniti in un più grande vivere collettivo. Dalle scuole di paesaggio, sono passati i movimenti, i gruppi e oggi ci sono le singolarità, spinte piuttosto dal curatore, esperto fundraiser e tessitore di presentazioni. Così come dal punto di vista dell’informazione sull’arte, siamo passati dalla critica alla cronaca, e tutto diviene pura presentazione (il più delle volte ridondanza del comunicato stampa). In questo potremmo dire che la critica d’arte non è mai stata così in crisi, rispetto invece all’arte che è sempre più prossima all’economia. Crisi appunto, è l’analogia più stringente per questo post-tempo, non solo dell’arte e della metafisica, ma ultimamente anche dell’economia e della salute pubblica, ovvero verso ciò, cui avevamo riposto fiducia screditando proprio le prime due, in favore della matematizzazione della logica e della razionalità economica. Dunque solo ora che la crisi è divenuta un concetto comune, e che tutti frequentiamo più da vicino il pensiero stesso della crisi, allora possiamo più consapevolmente sviluppare un discorso intorno ad essa, essendo tutti un po’ postmoderni. Ma la fine di cui vorremmo qui parlare è quel limite che rimanda oltre sé stesso, in cui diventa un nuovo punto di inizio.

MARCELLO FRANCOLINI

Nato a Firenze nel 1984, è critico d’arte e curatore indipendente. Laurea in Storia e Critica dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno, o come ama definirsi “ultimo laureando del Prof. Angelo Trimarco”.
Attualmente, insegna Storia dell’arte Contemporanea, nel Corso di Pittura e Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria. Ha curato la mostra Bruno Munari, I Colori della Luce, insieme a Miroslava Hajek, con il patrocinio della Regione Campania, Scabec e Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee Museo MADRE, organizzata presso la Fondazione Plart di Napoli. Per lo stesso Plart, è stato consulente scientifico per l’organizzazione di diversi eventi d’arte fino al 2019, tra cui un progetto per una nuova collezione d’opere d’arte della Fondazione Banco di Napoli.
Ideatore del programma radiofonico Cattivi Maestri presso l’Unisound dell’Università degli Studi di Salerno nel 2015; In Albania, a Tirana, ha curato la mostra CorpoeCorpi (2015); Sempre in Albania, ha tenuto due Seminari sul Futurismo e sull’intellettuale di tipo nuovo con l’Istituto Italiano di Cultura (2013), segnalato sul Corriere della Sera.
Collabora attivamente per la rivista d’arte Exibart. Suoi contributi sono presenti anche in altre riviste come, Flash Art, Juliet Art e Biourbanismo.com. Ha curato diversi cataloghi d’arte per case editrici come Gangemi, Carlo Cambi Editori, Iemme Edizioni.