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L’enigma Pound

«Io gli insegnai a tirare di pugilato, lui a me ciò che si doveva o non si doveva scrivere». Così Ernest Hemingway parlava di Ezra Pound.
È lui a presentare James Joyce a Sylvia Beach, che sarà l’editrice del celebre Ulysse. Ezra Pound, poeta, scrittore, sostenitore della causa nazifascista durante il secondo conflitto mondiale. Uomo che incarna le contraddizioni del Novecento.

Sulla sua vicenda umana e storica si incentra il libro dello scrittore spagnolo Justo Navarro (La spia, Voland), tradotto da Francesca Lazzarato. L’Italia è in guerra, Mussolini (“un Picasso politico”) ha dichiarato guerra alla Francia, che si è già arresa alle bombe dei caccia tedeschi. La propaganda delle forze dell’Asse solletica l’intervento americano. In questo contesto lo scrittore spagnolo dispiega un’affascinante spy story in cui la ricerca filologica diventa indagine poliziesca. Navarro ci svela il «misfatto» principale di Pound,  le sue trasmissioni radiofoniche presso la sede romana dell’EIAR. Un insieme di farneticazioni e di pompose allegorie che esaltavano il fascismo e il regime mussoliniano, utilizzando quello che Getrude Stein aveva sarcasticamente definito come un tono da «istruttore di villaggio».

Furia profetica a parte, queste trasmissioni attirano l’interesse anche del controspionaggio fascista, che le giudica controproducenti. Nascondevano forse messaggi criptati per gli americani? Forse, come dice Navarro, l’uno a ben guardare è sempre due. Pound, giudicato dagli americani come un traditore alla fine del conflitto, sarà comunque un matto, incapace di intendere e di volere. In un gioco di specchi, politico e storico, la narrazione lascia emergere una personalità schizoide, come l’avrebbe definita Leo Longanesi successivamente, quella di un uomo «timido e impostore».

 

La spia, Justo Navarro (Voland)

Come ha «incontrato» Pound? Com’è nata l’idea di scrivere un libro su di lui?

Avevo letto molto Pound, ma il Pound del mio romanzo l’ho scoperto, praticamente per caso, nel giugno del 2009, a Pisa. Quando sono arrivato in questa città, ho saputo che Pound aveva trascorso lì nel 1945 gli stessi cinque mesi che io stavo per trascorrere. Questa coincidenza mi fece cercare le circostanze che portarono Pound ad essere prigioniero nel campo di concentramento.

Nè propriamente biografico, nè romanzo di pura fiction, «La spia» è, almeno da un punto di vista formale, un ibrido. Come lo definirebbe?

Diciamo che è un romanzo d’avventure o addirittura una spy story: il caso Pound e la vicenda della mia scoperta (o meglio, la scoperta di J. N., il personaggio del mio romanzo) e del mio voler approfondire sul caso Pound, sulla sua storia. La ricerca filologica, per così dire, alla fine diventa un’indagine poliziesca. E credo che la mia immaginazione si avvicini possibilmente al vero.

Il fervore nazifascista di Pound per molti è una verità chiusa. Probabilmente il suo libro dimostra il contrario, l’umanità di Pound è un mondo complesso. Quali sono secondo lei gli aspetti più paradossali della sua personalità?

Per me non c’è dubbio che Pound fosse un fascista convinto, e un propagandista radiofonico e letterario dell’Asse, ma è anche vero che moralmente si tratta di un personaggio paradossale, come lei dice. Amico fidato, leale, una persona alla mano, ma, come ricordava Franco Contini, veniva considerato dai burocrati di Mussolini come “uno stravagante dominato da fissazioni” politiche ed economiche. Il suo fervore antisemita mi sembra nauseante ma la sua ossessione per la pace (sempre obbediente alle idee dell’Asse) prima e durante la Guerra fa sembrare verosimile una possibile, e anche favolosa, connessione segreta con gli alleati. Questa semplice possibilità fa scattare l’invenzione del romanzo.

Ezra Pound ritratto da Henri Gaudier-Brzeska

Nell’intreccio storico-politico del libro emerge la passione di Pound per la Causa (nazifascista), che lo fa assomigliare ad un eroe tragico. Più ci si avvicina alla fine, e più la sua fede per il regime aumenta. Cosa c’era alla base di questa pulsione irragionevole?

Per me Pound non era un irresponsabile dal punto di vista legale, come I giudici americani attestarono. Pound era un entusiasta delle proprie smanie, tragicamente un fanatico di se stesso.

C’è un rapporto, secondo lei, tra i suoi discorsi radiofonici, inconsistenti e sconnessi, e la sua poetica, così in anticipo rispetto allo stile letterario dominante dell’epoca?

La mente di Pound era piena di parole, dal suo angloamericano madrelingua fino alle lingue che amava studiare, e il suo fervore non gli permetteva di controllare questo flusso di parole. Pound voleva dire e dimostrare tanto che alla fine diventava logorroico e sconnesso. Il personaggio J. N., ne “La Spia”, fa un paragone tra quest’overdose di parole e quella che riceviamo (e che riproduciamo e produciamo) oggi giorno dagli schermi dei telefonini e dei computer.

Il nome di Pound ha fatto discutere l’opinione pubblica fino all’anno scorso. La figlia del poeta ha diffidato il gruppo di estrema destra «Casa Pound» dall’utilizzo del nome del padre. Perchè, secondo lei, a quasi quarant’anni il nome di Pound fa ancora discutere?

Il male assoluto incarnato dal fascismo e il nazismo continua a essere una presenza enigmatica e inspiegabile, e per molti versanti, ancora viva. D’altra parte, il rapporto tra il male e la letteratura, la presunta verità estetica, è per noi inquietante. Pound era un fascista ma anche un letterato di prestigio. Posso capire che sua figlia non voglia che la figura del padre venga collegata a quella del gruppo di estrema destra, ma è logico che un gruppo neofascista rivendichi un fascista storico.

JUSTO NAVARRO

Nato nel 1953 a Granada, vive e lavora a Malaga.
Laureato in Filologia romanza all’Università, ha esordito in ambito letterario con tre raccolte di poesie prima della pubblicazione del suo primo romanzo nel 1988.
Traduttore dall’inglese e dall’italiano di numerosi autori tra i quali Susanna Tamaro, Paul Auster, Francis Scott Fitzgerald e Virginia Woolf, scrive sul quotidiano spagnolo El País.
Premiato con numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio Herralde nel 1990, dal 2003 è socio dell’Academia de Buenas Letras de Granada. Tra i suoi romanzi tradotti in italiano, Sorella morte (Besa editrice), La casa del padre (La Nuova Frontiera), L’anima del controllore di volo (La Nuova Frontiera), Finalmusik (Voland).