Il mio primo ricordo è un albero. Il secondo un'onda. Senza ombra, volo attraverso le radici che sorreggono il fondale del mare. Non esisto prima di quel momento, nè esisto al di là di esso. Sono immagini che irrompono nei miei sogni e turbano il mio sonno.
Yara Nakahanda Monteiro
Fame di mia madre di Yara Nakahanda Monteiro è un romanzo che attraversa il confine tra storia privata e storia collettiva per interrogare ciò che resta delle eredità coloniali nel presente. Al centro del racconto non c’è soltanto la ricerca di una madre assente: c’è il tentativo di ricostruire una genealogia spezzata, di comprendere come le vicende familiari siano inseparabili dai processi storici e politici che hanno segnato l’Angola contemporanea.
La ricerca della madre diventa così una ricerca della Storia. Attraverso l’immagine iniziale dell’archivio del nonno – deposito di documenti, fotografie e tracce incomplete – l’autrice mette in scena un lavoro di scavo che riguarda tanto ciò che è stato conservato quanto ciò che è stato dimenticato o rimosso. La domanda non è soltanto “chi era mia madre?”, ma anche “quali storie non sono state raccontate?”. La memoria familiare si rivela allora uno spazio attraversato da omissioni, silenzi e fratture che riflettono le discontinuità della storia nazionale.
In questa prospettiva il romanzo si colloca dentro una riflessione sulla post-memoria: l’esperienza di chi eredita eventi traumatici che non ha vissuto direttamente ma che continuano a modellarne identità, relazioni e immaginario. La protagonista appartiene a una condizione diasporica afro-europea, in cui il senso di appartenenza non è mai stabile ma continuamente negoziato tra geografie, lingue e memorie differenti. L’assenza della madre coincide con l’assenza di una narrazione lineare delle proprie origini.
Un ruolo centrale è affidato alle donne e alla loro posizione nella storia della guerra d’indipendenza e del dopoguerra angolano. Monteiro sceglie di sottrarre le figure femminili sia alla cancellazione sia alla celebrazione eroica: le guerrigliere non vengono trasformate in simboli, ma restituite come soggetti complessi, attraversati da contraddizioni, traumi, desideri, colpa e resistenza. L’autrice sottolinea come il contributo delle donne combattenti sia stato storicamente marginalizzato e come, anche dopo l’indipendenza, la loro lotta sia continuata contro strutture patriarcali persistenti.
All’inizio del romanzo descrivi l’archivio di “vecchie carte” di tuo nonno, e del ruolo che questo patrimonio di memoria ha avuto nel tuo lavoro di scrittrice, soprattutto nello scrivere questo romanzo. Cosa ha significato per te interrogare questo luogo?
Un archivio è una banca di memorie. Nel caso dell’archivio di mio nonno, sono passata attraverso un processo che interrogava un’eredità storica: non solo del territorio della memoria conservata – documenti ufficiali, fotografie, resti di un vissuto angolano -, ma anche del territorio dell’oblio. “Cos’è rimasto fuori?”, “Cosa non mi è stato mai raccontato?”, mi chiedevo mentre incontravo lacune o alternative possibili a una “verità” famigliare o persino storica.
La scrittura del mio romanzo parte esattamente dalle molteplici verità di una storia e di una memoria fratturata, con un forte impatto nella mia formazione come persona, come donna, come erede di una storia coloniale, schiavista e diasporica. La narrazione che ho sviluppato assomiglia quasi a un processo di ricostruzione della Storia collettiva e della mia storia famigliare.
All’inizio del romanzo descrivi l’archivio di “vecchie carte” di tuo nonno, e del ruolo che questo patrimonio di memoria ha avuto nel tuo lavoro di scrittrice, soprattutto nello scrivere questo romanzo. Cosa ha significato per te interrogare questo luogo?
Un archivio è una banca di memorie. Nel caso dell’archivio di mio nonno, sono passata attraverso un processo che interrogava un’eredità storica: non solo del territorio della memoria conservata – documenti ufficiali, fotografie, resti di un vissuto angolano -, ma anche del territorio dell’oblio. “Cos’è rimasto fuori?”, “Cosa non mi è stato mai raccontato?”, mi chiedevo mentre incontravo lacune o alternative possibili a una “verità” famigliare o persino storica.
La scrittura del mio romanzo parte esattamente dalle molteplici verità di una storia e di una memoria fratturata, con un forte impatto nella mia formazione come persona, come donna, come erede di una storia coloniale, schiavista e diasporica. La narrazione che ho sviluppato assomiglia quasi a un processo di ricostruzione della Storia collettiva e della mia storia famigliare.
Qual è stato il momento più difficile nella stesura di questo romanzo: costruire la trama, la voce dei personaggi o affrontare i nodi irrisolti della storia che attraversa?
La grande difficoltà è stata, senza dubbio, mantenere una distanza affettiva, emotiva e politica per scrivere un libro libero da idee preconcette, senza cadere nella dicotomia del bene e del male.
Le persone sono molto più complesse e così dovrebbero essere i personaggi: gente cattiva che fa cose buone e gente buona che fa cose cattive.
Per me è stato anche importante creare degli spazi di riflessione per il lettore riguardo la storia coloniale, le ferite storiche che ritroviamo nel nostro presente, però senza avere mai la pretesa di educarlo o di cercare di convincerlo.
Come scrisse José Saramago, cercare di convincere l’altro è una forma di colonizzazione del pensiero: un atto di disprezzo.
Bué è un segno identitario di una generazione cresciuta tra culture diverse. Perché hai scelto proprio questa parola nel titolo e che ruolo ha, nel romanzo, la lingua nel mostrare appartenenza, esclusione o potere?
Si tratta di un metodo di contro-colonizzazione linguistica, perché “bué” è una parola del kimbundu, lingua angolana, che è entrata nel dizionario della lingua portoghese, quindi oggi è di fatto diventata anche una parola portoghese.
Porta con sé la periferia afrodiscendente portoghese e di conseguenza è un segno linguistico identitario e della mia generazione. Il titolo originale del romanzo, “Essa dama bate bué!”, è un titolo portoghese dall’accento angolano, che subito rispecchia una storia diasporica con una geografia affettiva e culturale marginalizzata.
Qualsiasi traduzione dovrà preservare i contesti culturali e storici, rispettando non solo i significati, ma soprattutto i loro simbolismi.
Le guerrigliere nel suo romanzo sembrano sospese tra eroismo e invisibilità: voleva restituire loro una complessità che manca nelle narrazioni ufficiali?
Quello che ho cercato di fare è stato sottrarle a una cancellazione storica, ma anche mostrarle come donne reali, con intime contraddizioni e dilemmi umani. Il loro incensamento o la loro glorificazione sarebbero state trappole narrative. Restituirle alla Storia significava anche restituire la loro complessità di donne.
In che modo ha lavorato sulle contraddizioni delle donne che hanno combattuto ma che, nel dopoguerra, sono state marginalizzate?
Attraverso la creazione delle protagoniste, Rosa Chitula e Mamã Ju, volevo mostrare come il contributo della donna angolana combattente sia stato silenziato e come, nel periodo post‑indipendenza, essa abbia continuato a portare avanti la lotta contro il patriarcato. Ho voluto anche far conoscere al lettore come le eroine rivoluzionarie e forti possano essere segnate dai traumi intimi lasciati dalla guerra, e come possano essere attraversate dalla colpa, dal pentimento, dalla paura e dall’amore, per esempio.
Traduzione dal portoghese: Nicola Biasio
In copertina: Yara Nakahanda Monteiro a Roma nel 2024
Yara Nakahanda Monteiro
Nata in Angola nel 1979, si è trasferita in Portogallo all’età di due anni. Scrive poesie e narrativa. Ha studiato sceneggiatura e arte contemporanea. Ha collaborato alla creazione di copioni e sceneggiature per le arti audiovisive ed è curatrice della programmazione di podcast. I suoi racconti e le sue poesie sono stati pubblicati in varie riviste come Granta e Revista Pessoa. È regolarmente ospite di conferenze universitarie su temi quali il femminismo e le identità e le narrazioni afroeuropee. Monteiro si è laureata in risorse umane e ha lavorato in questo campo per 15 anni, oltre che in diversity & inclusion e in talent management. Ha vissuto in diverse città, come Rio de Janeiro, Luanda, Londra, Copenhagen e Atene.