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Intervista a Ferdinando Camon

Ferdinando Camon è uno dei più grandi scrittori italiani, ma anche il rappresentante di un’antica saggezza con cui non si ha il coraggio di confrontarsi. Questo rivela la codardia di una società superficiale e ipocrita, che invece dovrebbe pendere dalle sue labbra. Le sue riflessioni sono quelle di un Maestro.

Com’era la vita quotidiana dei contadini e del popolo negli Anni Trenta, da quel che ha appreso dai suoi genitori o da altre persone?

Non l’ho appreso dai miei genitori e non lo so per sentito dire, io sono nato nel pieno degli Anni Trenta, e quindi li conosco per esperienza. Non possono essere raccontati e non possono essere capiti. Io ci ho provato in più libri, “Il quinto stato”, “La vita eterna”, “Un altare per la madre”, “Mai visti sole e luna”, ma ho visto che non erano compresi. Allora ho smesso di rievocare la civiltà contadina. Porto dentro di me un mondo che nessuno conosce, ma ormai nessuno può più capirlo. Io ho avuto la luce elettrica quando facevo il ginnasio-liceo. I miei compagni di scuola l’avevano sempre avuta, fin dalla prima elementare. Loro venivano da piccole città, Montagnana, Legnago, io venivo dalla sperduta campagna: nel mio paese non c’era edicola, cinema, condotta medica, carabinieri, c’era solo una chiesa, bellissima e antichissima, anteriore a Dante. Perciò non avevamo il senso della notizia, dell’informazione, della novità, e nemmeno il senso della legge e del reato. C’era solo il senso del peccato. Senza luce elettrica, ho studiato fino al ginnasio-liceo con la lampada ad acetilene. Questa lampada scioglieva blocchetti di carburo e bruciava il gas che usciva da un beccuccio. Faceva una luce scarsa, ondante e intermittente. Spesso non s’accendeva. Allora mio padre incazzato la portava all’aperto, la deponeva su un ciocco, e con un colpo di maglio la faceva esplodere. Poi noi mangiavamo al buio. Allungavamo le mani sul tavolo, in cerca del piatto, e non sapevamo se pescavamo il cibo dal piatto nostro o di qualche fratello. Non parlo volentieri di queste cose. Neanche adesso. Nessuno può capire e accettare i primi 25 anni della mia vita. Ormai me li tengo per me.

Nel corso della sua vita ci sono state figure di riferimento? E nel mondo letterario? Di quali artisti o letterati nutre un ricordo forte e particolare?

Ho studiato perché il maestro e il prete venivano a casa di mio padre a pregarlo di farmi studiare. Ero sempre il primo della classe. Ero timido, silenzioso, nascosto. Mal vestito, portavo mutande fatte da mia madre, di stoffa grezza, a quadrettoni bianchi e neri, come una scacchiera. Le indossavo sopra la camicia, e fuoriuscivano dai pantaloni. Così anche all’università. Da studente ero carino, le studentesse mi guardavano attratte ma perplesse. I professori neanche mi vedevano, avevano occhi solo per gli studenti di città, figli della buona borghesia. Più tardi, quando insegnavo e pubblicavo libri, e mi han dato il premio Viareggio di poesia e il premio Strega di narrativa, qualche mio vecchio docente universitario ha chiesto di venire a pranzo da me con sua moglie, in cambio di un pranzo da lui con mia moglie. Ho accettato, ma che ignoranza, che limitatezza, che mediocrità! Ha avuto influenza su di me Pasolini, perché io ho mandato il mio primo romanzo, “Il quinto stato”, a Garzanti, in lettura per la pubblicazione, ma Garzanti lo ha sottoposto a Pasolini, suo principale autore, e Pasolini mi ha chiamato al telefono una mattina prestissimo, verso le 5, per dirmi che lui non voleva soltanto dire all’editore “lo stampi”, voleva farci una prefazione, e mi chiedeva se gli davo il permesso. Ancora addormentato, gli risposi: “Mi onora”.  Non mandò la prefazione a me, ma direttamente all’editore. Per leggerla, dovetti prendere il treno e andare a Milano. Lessi la prefazione dritto in piedi, in una stanzetta dell’atrio, intorno a me i dirigenti Garzanti mi osservavano seduti, c’erano Sergio Mirando, Giovanni Raboni, Guido Bezzola, due-tre docenti universitari. Lessi la prefazione e dissi: “La accetto”. Tutti contenti.  Era bellissima in effetti, ma sbagliata. Pasolini ammirava la mia descrizione del mondo contadino, ma mi rimproverava di sentirlo proteso verso la civiltà borghese, e non orgoglioso e voglioso della propria separatezza. Purtroppo io vivevo “dentro” la civiltà contadina e sentivo che i contadini volevano diventare borghesi. Descrivere i contadini come fieri di essere contadini voleva dire fare dell’arcadia.           

Ferdinando Camon "Il quinto stato"

Di quali opere che lei ha composto si sente più rappresentato, di quale invece più orgoglioso?

Sono più rappresentato dal Quinto Stato, sono più orgoglioso dell’Altare. Il Quinto Stato descrive la campagna, sorella della campagna, della meseta, la pampa, la puszta così come è, come sono. Perciò è stato tradotto in quelle civiltà. L’Altare racconta un modo per superare la morte. Credo, l’unico modo.

Che secolo è stato il Novecento?

Fortini diceva: “Un tempo terribile per salvarsi. Tanto terribile, quanto tutti gli altri tempi”.

Quale eredità vorrebbe consegnare ai giovani? Il passaggio dell’immortalità avviene tramite le generazioni, come lei scrive in un bellissimo romanzo, La mia stirpe, del 2011; non le pare che oggi si avverta uno scollamento tra nonni e figli, tra padri e figli? 

Sì, c’è questo scollamento. I nostri figli non vogliono imparare da noi, i miei figli non vogliono imparare da me. Il fatto è che noi siamo la generazione che ha fatto o sopportato o ereditato il fascismo. Abbiamo insegnato la repressione a scuola, in famiglia, nel campo sessuale, Non meritiamo fiducia.

Come vede il futuro?

Non lo si vede, perché un ostacolo ci impedisce la vista. Ma ormai sappiamo che la storia usa un modo per superare un ostacolo: presenta un altro ostacolo. Dovremo fare i conti con i limiti della nostra civiltà e anche delle altre civiltà.
 
Che cos’è la letteratura?

La letteratura è il prodotto di una nevrosi che si chiama scrittura. L’uomo sano non scrive, chi scrive è malato. Il malato che scrive non vive, ha un rapporto ritardato con la vita. La vita gli si mostra, lui si ritira e scrive. Lo scrittore non è un buon marito né un buon padre.

Ferdinando Camon

Nato nel 1935 in un piccolo paese della campagna veneta. Il suo primo romanzo, uscito con una prefazione di Pier Paolo Pasolini, è stato subito tradotto in Francia grazie all’interessamento di Jean-Paul Sartre. Nei suoi libri Camon ha raccontato la crisi e la morte della civiltà contadina (nei romanzi Il quinto stato, La vita eterna, Un altare per la madre, Premio Strega, Mai visti sole e luna; e nelle poesie Liberare l’animale, Premio Viareggio, e Dal silenzio delle campagne), la crisi che si è nominata terrorismo (Occidente), la crisi che porta in analisi (La malattia chiamata uomo, La donna dei fili, Il canto delle balene) e lo scontro di civiltà, con l’arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). I suoi romanzi più recenti sono La cavallina, la ragazza e il diavolo (Premio Giovanni Verga) e La mia stirpe (2011, Premio Vigevano-Mastronardi). Il suo ultimo libro (2019) è Tentativo di dialogo sul comunismo, con Pietro Ingrao. Con Guanda ha pubblicato Conversazione con Primo Levi. È tradotto in venticinque paesi. Le sue opere sono pubblicate anche in edizioni per ciechi, in Italia e in Francia. Nel 2016 ha vinto il premio Campiello alla Carriera.