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Intervista a Massimo Canevacci.

Massimo Canevacci è docente di Antropologia Culturale presso la Sapienza di Roma. La sua ricerca è partita da libri come La città polifonica, ricerca empirica basata sull’antropologia urbana applicata a San Paolo del Brasile.
Segue da tempo e con attenzione la comunicazione e le dinamiche “ibride” che le culture innescano nella società contemporanea. Partendo dal dibattito “demagogico” proposto dal documentario The Social Dilemma, abbiamo discusso insieme a lui di come sia possibile misurare lentezza e velocità in un mondo iperconnesso, e di come affrontare quella che Canevacci definisce la nostra “solitudine non solitaria”. Abbiamo poi affrontato un altro tema sensibile, quello della gentrificazione urbana, e di una possibile rinascita culturale attraverso la ricchezza periferica delle città.

Nel documentario The Social Dilemma uno dei protagonisti (l’ex Google Tristan Harris) esprime il suo punto di vista sul condizionamento dei social network nella polarizzazione della società: “Non è la tecnologia la minaccia esistenziale. È la capacità della tecnologia di tirare fuori il peggio della società. Ed il peggio della società è la minaccia esistenziale.” Sei d’accordo con questa interpretazione?

La mafia sponsorizza l’anti-mafia ovvero il potere della meta-comunicazione. Diversi anni fa rimasi impressionato da una striscia del fumetto Superman in cui il “cattivo” accusava i comics di farsi pubblicità tramite giocattoli e gadget vari. La scelta dei neo-mafiosi e purtroppo anche neo-melodici di farsi tatuare Falcone e Borsellino come codice di riconoscimento va nella stessa direzione. Il dominio ha imparato a comunicare sulla comunicazione spostando il livello dal semplice primo livello di comprensione “positivista” a un più complesso che per l’appunto costituisce il regno della meta-comunicazione. In questo processo i simboli (Superman o Falcone) vengono trattati, per così dire, come semplici segni, senza alcun valore significativo o trascendente. In un modo analogo, Netflix con “The Social Dilemma” sceglie di presentare la critica ai grandi social network di cui Netflix stesso è parte determinante. Meta-comunicazione. Così si accende una falsa discussione sui social in cui alcuni concordano con chi “tira il peggio della società”. Tra sindrome di Stoccolma e sindrome di Stendhal. Fascino per la grande bellezza del perfido assassino. Ho visto alcune parti del dilemma ma mi è sembrato subito un falso dilemma. Non un documentario ma proprio una fiction o, se si vuole, un docu-fiction, in cui attori che in passato erano in scena nei grandi social network ora si sono pentiti e promulgano critiche che si possono trovare su qualsiasi manuale di comunicazione o, meglio, su Wikipedia!
La tecnologia – sia analogica che digitale specie nelle loro inquiete combinazioni attuali – è parte costitutiva della co-evoluzione natura-cultura. Senza l’intervento creativo umano non ci sarebbero cambiamenti in quello che ora giustamente si definisce antropocene. La centralizzazione economica del tecno-digitale è un serio problema in quanto entra in contraddizione con le tendenze proprie del web di orizzontalizzare le relazioni e scambiare i ruoli tra attori e spettatori (spett-attori). Se questo sia un circolo vizioso con cui gli ingenui consumer contribuiscono con un lavoro gratuito a valorizzare le corporation digitali oppure il conflitto si è aperto e non è più il “moderno” sociale che affronta o risolve il problema bensì la comunicazione decentrata e autonoma.

La centralizzazione economica del tecno-digitale è un serio problema in quanto entra in contraddizione con le tendenze proprie del web di orizzontalizzare le relazioni e scambiare i ruoli tra attori e spettatori (spett-attori).

Massimo Canevacci

Nel tuo libro “Minima viralia” racconti il periodo del lockdown in una “solitudine non solitaria” e di come hai utilizzato i social network per esprimerti. Puoi raccontarci com’è nato il libro e in cosa consiste esattamente il concetto di “oralità digitale” di cui parli nel libro?

Questo per me è il potenziale di quello che ho chiamato decentramento autonomo delle tecnologie. Il giorno prima della chiusura, per un caso fatale, la Tim riuscì al terzo tentativo di mettere internet a casa. Immagino cosa mi sarebbe successo se così non fosse stato. Allora in una situazione per me atipica (era la prima volta che mi trovavo solo, in quanto moglie e figlio partiti per in Brasile una settimana prima del lockdown) mi sono dovuto organizzare l’esistenza. Così ho scoperto che grazie a un social network (Facebook) la mia solitudine non era solitaria in quanto potevo non solo comunicare con amici parenti amori, ma sviluppare ogni mattina quello che ho chiamato oralità digitale. Cioè a differenza della mia scrittura tradizionale, diciamo saggistica, per quanti sforzi abbia fatto di modificarla narrativamente, mi sembrava inadeguata alla sfida che mi trovavo a vivere insieme a tante altre persone. Così quando mi svegliavo, nella mia dormiveglia pensavo a un mio evento o riflessione che potevano essere importanti non tanto per me quanto in generale per tante altre persone. E allora mi facevo la Moka, anzi Moka tout-court, e poi scrivevo brevi storie. Subito dopo rimanevo in attesa delle reazioni e, in effetti, all’inizio erano scarse o di persone intime ma poi si allargavano e su alcuni tempi si accendevano discussioni appassionate. Il segreto è stato proprio di sperimentare spontaneamente queste narrazioni decentrate (nel senso proprio affermato nella prima domanda). E così sono stato solo insieme a una moltitudine crescente di amici in un significato espanso. Amicizia espansa grazie all’oralità digitale nella solitudine non solitaria.


In una tua intervista di qualche anno fa consigliavi ai giovani di “correre lentamente”, incrociando la lentezza della riflessione con la velocità della tecnologia. Come si può rimettere secondo te al centro la conoscenza e la riflessione in una fase come quella attuale dove l’infinita quantità di informazioni a nostra disposizione ci pone in un costante disturbo dell’attenzione?

Ed è proprio quello che ho dovuto sperimentare casualmente a casa durante la clausura! Comminavo tra una stanza e l’altra misurando i passi e a volte accelerando e persino correndo; poi accendevo 2 TV in due stanze diverse senza audio e mescolavo frammenti di storie tra Maciste e Serial killer. Apprendere a incrociare lentezza e velocità è un’arte che ciascuno può sviluppare secondo la propria fantasia e sensibilità. Le notizie sono effettivamente troppe e velocissime e anche io spesso subisco l’ansia di leggere i miei giornali online troppo spesso. Ed è vero che l’attenzione tra persone spesso è disattesa, per così dire… A volte vedo due persone he parlano contemporaneamente senza minimamente percepire che in questo modo sono sordi e persino muti! Cogliere e sviluppare la propria attenzione nei minimi dettagli quotidiani camminando per il Pigneto e surfando nei social è determinante.

Nelle tue lezioni nei tuoi libri hai parlato spesso di un cinema “antropologico”, individuando in film come “Videodrome” di Cronenberg narrazioni chiave. Ci sono nella produzione attuale (penso in particolare alle serie televisive) narrazioni che hanno quel respiro?


Videodrome per me rimane un modello insuperato. Certamente ci sono, mi ero appassionato ai primi episodi di Black Mirror, un serial molto complesso e ben oltre la superficialità demagogica del Dilemma… Gli ultimi episodi sono diventati meno appassionanti almeno per me, comunque Waldo e White Bear sono episodi su cui farei un seminario. Trovo invece noioso Cristopher Nolan e direi uno bravissimo nel suo Memento e ora cavalca l’onda ripetendola con le tecnologie digitali.

Street art nel quartiere Pigneto a Roma

Parlando di un tema particolarmente caro a questo magazine, quello degli spazi urbani e della loro gentrificazione, vorrei farti una domanda sul tuo interessante saggio nel libro “Una città per tutti”. Qui parli del quartiere romano del Pigneto, che definisci un “Paese metropolitano”. Un’analisi che sembra rimarcare il conflitto tra dimensione esclusiva e inclusiva della città. Quali scenari immagini per questo quartiere e per le relazioni umane al suo interno?

Ci sto riflettendo sempre di più su questa ipotesi delle periferie (termine assolutamente datato) in quanto paese metropolitano. Giorni fa sono stato a fare una conferenza a piazza Quadraretto, di lato della Tuscolana e parlando con alcune persone anziane e popolari, poi osservando i codici delle insegne e altro, l’ipotesi si è confermata. Cioè i flussi che caratterizzano le periferie romane si caratterizzano da almeno tre componenti: quelle popolari stanziali, spesso deluse e anziane, alquanto rancorose e nostalgiche di un passato felice immaginario; quelle dei migranti che ormai sono determinanti in una serie di lavori e attività commerciali (Bangla, cinesi, africani e anche latino-americani): a loro si deve con urgenza applicare lo ius culturae come atto non solo di giustizia ma proprio di mutamento politico-culturale. E infine attività di soggetti creativi nel campo design, architettura, editoria, alimentazione ecc che potrebbero essere confusi con la gentrification invece costituiscono la dimensione vitale di un quartiere vivo e in transito. Insomma se si riuscisse di creare intrecci, tensioni, scambi tra questi flussi tra loro diversificati la nostra città così abbandonata potrebbe vivificarsi. E il centro storico, bellissimo ma immobile, attraversato prima da turisti eccessivi e ora dal nulla, potrebbe essere modificato da questa ricchezza periferica e cosmopolita.

Massimo Canevacci

MASSIMO CANEVACCI
Docente di Antropologia Culturale presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione – Università di Roma “La Sapienza”. Visiting Professor in diverse università europee, a Tokyo (Giappone), Nanjing (China). Dal 2010 al 2018, è stato Professor Visitante in Brasile: Florianôpolis (UFSC), Rio de Janeiro (UERJ), São Paulo (IEA/USP).

Alcuni suoi libri:
Minima Viralia, Roma, Rogas, 2020
La città polifonica, Roma, Rogas, 2018, (Studio Nobel, São Paulo, 2013) – Sincretika. Esplorazioni diasporiche sulle ibridazioni culturali, Roma, Bonanno, 2015
The Line of Dust. The Bororo Culture between Tradition, Mutation and Self-representation, Canon Pyon, Sean Kingston Publ., 2013 (Meltemi, Milano, 2017)
Antropologia della comunicazione visuale, Milano, Postmedia Books, 2017 (4^ ed.)
Caccia Funebre, Roma, Aracne, 2018
Meta-feticismo, in corso di pubblicazione per Il Manifesto Libri