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Intervista ad Annelisa Alleva

Al proposito dell’opera di Virgilio, un raffinato studioso quale è stato Enzio Cetrangolo, scriveva che “nella contingenza del mondo storico, la poesia appare e si forma come superamento di quella contingenza, in virtù di un trascendente spirito ch’essa reca in sé come occulto sigillo del suo essere”.

Incurante dell’eccentricità e dell’arcaicità e dello scandaloso aspetto provocatorio e idealistico che il problema riveste presso gli odierni frequentatori delle tribune letterarie, mi sono imposto, senz’alcun timore di offendere quegli assidui occupanti di tribune, di cercare di rinvenire almeno i pochi frammenti, data la promiscua prosaicità dei tempi, degli empiti spirituali contenuti nella lirica classica, così come si sono sedimentati e occultati nei moderni, e in particolare nei viventi poeti, interrogandoli direttamente ad domum suam.   

Se una persona è degna della poesia, ebbene questa sarà la sua divinità, anzi, la sua stessa sostanza, incarnandola. Annelisa Alleva è una di queste figure che recano già nel volto, nei gesti, nella delicatezza della persona, tracce di una misteriosa viva e palpitante istanza di trascendenza.

Chi scrive poesia è preso da una lotta strenua con la sua maestosità, con la sua divinità….

Io direi di no. Se si pensasse a maestosità e divinità, non si riuscirebbe a scrivere, ci si sentirebbe comunque inadeguati. Se dovessi paragonare l’atto dello scrivere una poesia a qualcosa, penserei piuttosto a una freccetta lanciata per colpire il centro di un tirassegno rigorosamente interiore. E non si capisce per forza subito se si è fatto centro. Bisogna avvicinarsi, guardare meglio.

C’è amore in ogni sua poesia. È una modalità della sua scrittura, oppure c’è una coscienza che veglia sulla sua mano?

Spesso c’è passione, ma il colorito è vario. Direi che è una poesia che ha a che fare col sentimento, a cui bisogna aggiungere necessariamente una certa dose di consapevolezza.

C’è molta quiete nella sua poesia, contemplazione. La poesia d’altronde è una forma dell’ascolto di se stessi, del proprio silenzio. È uno spazio o una dimensione temporale? Da dove parte, da quale istante dell’eterno si incammina per scrivere poesia? 

Non è sempre quieta. Ha a che fare con lo spazio e con il tempo. Spesso nasce da un conflitto temporale, spaziale, o entrambi: senso di perdita, paura del futuro, nostalgia. Nasce ugualmente dalla vita e dalle letture.

Si può perseguire l’eleganza nella poesia? E come?

Beh sì, certo. L’eleganza non è tanto nel che cosa si scrive quanto nel come. Uno stile che appaia casual, ma con un gusto preciso personale dietro che si può perfezionare nel tempo.

Quale è il suo rapporto con la parola? La subisce, la graffia via, la detesta, la incensa? Come sceglie i vocaboli? Scrive d’impeto? Corregge molto i componimenti?

Amo la parola, le parole, fin da quando ero bambina. Ricordo il mio desiderio di imparare a leggere e a scrivere quando i miei fratelli maggiori avevano già cominciato ad andare a scuola. Scrivo avendo già un’idea in testa, e poi correggo e non finisco mai di farlo. Anche quando un libro è stampato ho sempre paura di rivederlo, perché cambierei qualcosa sicuramente. E amo i puri contenitori di parole: i dizionari.

Che cos’è il ritmo nel testo? E la spezzatura, l’enjambement?

Nel mio caso il ritmo è interno al verso. Ha tanti richiami, allitterazioni vicine e lontane. Qualche volta rime.

L’io poetico. Il soggetto della poesia è un dittatore o uno stratega, un impostore o un semplice raddoppiamento allo specchio della tua immagine evocante? Evocata da quella o evocatrice di quella, o semplicemente evocante, voce di se stessa? È una coscienza?

L’io poetico soprattutto all’inizio è apertura di sé al mondo, ma poi può diventare altro. Se  descrivi una violenza, per esempio, il tuo io può essere derubato da qualcun altro, talmente prepotente da sottrartelo e impossessarsene. Comunque non c’è mai una totale apertura di sé e mai una corrispondenza assoluta fra io poetico e io. Restano sempre ombre, misteri, chiaroscuri. La poesia è proprio fatta di questo.

Amo la parola, le parole, fin da quando ero bambina. Ricordo il mio desiderio di imparare a leggere e a scrivere quando i miei fratelli maggiori avevano già cominciato ad andare a scuola. Scrivo avendo già un’idea in testa, e poi correggo e non finisco mai di farlo.

Annelisa Alleva

Segue un percorso poetico? Dove vuol giungere con la poesia? Che cosa si ripromette?

Il mio percorso si muove fra generi diversi: poesia, saggi, traduzioni, diari, aforismi. La poesia si nutre della prosa. Attinge da tutto, anche dai giornali, dalla lingua parlata, dal dialetto. E naturalmente anche dalla poesia degli altri. Non ho un goal. Vorrei scrivere sempre meglio, ma non posso essere sicura di riuscirci.

Che cos’è la poesia nella sua vita?

Un atto privato molto importante intorno al quale ruota tutto.

Che cos’è la classicità?

Per me la classicità è chiarezza cristallina, decifrabilità, il non temere di consegnare ai posteri la morte di un passero, e il lutto della puella di Catullo.

Quali sono i poeti classici che ama leggere?

Mi piace la spregiudicatezza di Marziale, il dettaglio di Properzio, l’acutezza di Giovenale, la capacità di descrivere la sofferenza di Catullo, gli amori raccontati da Ovidio, l’Antologia Palatina
tutta, compresi gli indovinelli.

Che cos’è rimasto del paganesimo nella nostra società?

Trovo che siamo andati al di là. Il capitalismo ha portato all’alienazione, al mondo virtuale, che -è poco mondo. Nel sacrificio era presente la perdita, la rinuncia di qualcosa. Oggi la perdita è molto più grande, ma non se ne ha coscienza.

Ci parla della poesia russa?

La poesia russa è esplorazione di un mondo con un alfabeto diverso, difficile da decifrare e perciò affascinante. Un’esperienza alla quale mi ha iniziato Angelo Maria Ripellino, mio professore all’università. Erudito dalla voce profonda, era capace di trasmettere una grande passione per la lingua italiana, russa e per la poesia russa. Più tardi ho conosciuto tanti poeti russi contemporanei, che mi hanno sicuramente in parte influenzato. La poesia russa è concreta, fatta di cose che in poesia acquistano una loro valenza speciale.

Dov’è la poesia oggi?

La poesia c’è, in tanti posti. Ultimamente, lo scorso autunno, ho partecipato a una lettura poetica qui a Roma all’alba in un luogo incantevole. Credevo non sarebbe venuto nessuno ad ascoltarci, invece c’era un pubblico numeroso. Ci siamo alzati tutti presto, e ci sentivamo uniti da questo atto collettivo che aveva del rituale. Intanto sorgeva il sole.

ph. Sinan Gudzevic

Annelisa Alleva

Nata a Roma, dove vive. Si è laureata in Lingua e letteratura russa alla Sapienza nel 1980; ha studiato poi a Leningrado nel 1981-1982 con una borsa di studio del Ministero degli Esteri. Ha pubblicato le raccolte: Mesi, Centofiorini 1996; Chi varca questa porta, Il Bulino 1998; Lettera in forma di sonetto, Il Labirinto 1998; Astri e sassi, Edizioni Arte 1999; Aria di cerimonia, Centofiorini 2000; L’oro ereditato, Il Labirinto 2002; Istinto e spettri, Jaca Book 2003; La casa rotta, Jaca Book 2010, Premio Sandro Penna; Caratteri, Passigli 2018, Premio Viareggio Giuria. Sta per uscire una nuova raccolta, Dita di vetro/Glass fingers, per Aragno, con il testo a fronte in inglese, la traduzione di Elena Buia Rutt e la presentazione di Tommaso Ottonieri.

La sua poesia è stata tradotta in inglese (Poesie scelte/Selected poems, Gradiva Editions 2020, con un’introduzione di Paolo Febbraro e la traduzione di G.Albano, B.Cocciolillo, J.Joseph, G.Lenhard e V.Melchioretto), in russo (A memoria/Naizust’, Puškinskij Fond 2016, traduzione di M.Amelin, O.Dozmorov, M.Eremin, L.Losev, G.Šulpjakov) e sta per uscire una sua raccolta in spagnolo (La casa rotta e altre poesie/La casa rota y otros poemas, Zibaldone 2022, presentazione di Paolo Febbraro, traduzione di Leonardo Vilei). È stata tradotta da Daniel Dumitru Marin nell’antologia italo-rumena Borderline 2000. Dieci autrici per un’antologia della poesia di oggi. Ha tenuto letture poetiche in Italia, e all’estero a New York, Pechino, San Paolo del Brasile, Edimburgo, Bucarest, San Pietroburgo, Mosca, Tbilisi, Lussemburgo. Nel 2002 è stata visiting writer al Vermont Studio Center (USA); nell’inverno del 2008 ha vissuto come poet in residence nel castello di Hawthornden in Scozia. Dal 2007 è invitata al Festival Internazionale di poesia in Georgia. Nell’estate del 2010 Sergej Krasavin ha girato il film «Poe mie, Poju moë» con le sue poesie in italiano e in russo.

Collabora con RadioTre per i programmi “Fahrenheit” e “RadioTre Suite”.

Sue poesie, saggi, racconti, ricordi e interviste sono stati pubblicati in italiano, inglese, francese, russo, portoghese, macedone, serbo, bulgaro, rumeno, cinese e georgiano in antologia e su rivista.

Ha pubblicato il volume di saggi e ricordi Lo spettacolo della memoria, Quodlibet 2013, Premio Bella Achmadulina.

È intervenuta a convegni su Puškin (Vienna 1999), Marina Cvetaeva (Elabuga 2010, 2012), Iosif Brodskij (San Pietroburgo 2010, 2015, Smolensk 2021), Boris Ryžij (Amsterdam 2008), Oleg Ochapkin (San Pietroburgo 2014) e sulla traduzione (Kazan’ 2017).