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La casa inglese

In un acquerello pieno di humour, tra stereotipi e leggende metropolitane sulla “perfida Albione” Gianluca Cicinelli esplora la tipica abitazione londinese, dall’ingresso alla soffitta, e spiega finalmente l’origine dell’espressione “the cat is on the table”.

La casa inglese si sviluppa verso l’alto senza mai raggiungerlo. Cioè, ci prova a raggiungerlo ma la legge la ferma prima. Non ferma la casa, ferma il proprietario, che si chiama Landlord se uomo Landlady se donna, niente a che vedere con Highlander che è immortale e di conseguenza non paga l’affitto, tanto che gli possono fare? Insomma, se fai eccezione per il centro di Londra, ma pure lì non trovi mai un palazzo che supera i sei piani, la casa inglese è un villino a due piani. Sembrebbero costruite riprendendole pari pari dai film inglesi di prima della guerra. Tanto allora viaggiava poca gente e pochi avevano visto le case inglesi, così dopo la guerra, visto il successo dei film inglesi e americani, hanno avuto tutto il tempo necessario per aggiungere il bagno e le stanze ai piani superiori e il giardino da far vedere ai turisti per dire: la tipica casa inglese col giardino che vediamo nei film. Ora bisogna specificare che gli inglesi non lavano i panni sporchi nemmeno in famiglia. Cioè forse li lavano ma a nessuno è chiaro dove li stendono ad asciugare. Perché nel giardino non possono, sai quanto sparlerebbero i Johns della casa accanto?, e il piano superiore della casa è più stretto del piano sotto e se ci metti i panni poi devi dormire da un amico, il quale però deve essere quello che quella settimana non ha fatto il bucato. Comunque asciugare i vestiti in Inghilterra è come imparare il bridge: occorrono molto tempo libero e tanta pazienza.

Ora bisogna specificare che gli inglesi non lavano i panni sporchi nemmeno in famiglia. Cioè, forse li lavano ma a nessuno è chiaro dove li stendono ad asciugare.

Gianluca Cicinelli

Ma cominciamo dall’ingresso, anche se nessuno sa che siamo entrati. Troviamo la living room o dinner room, e siccome non esiste da nessuna parte del Regno Unito una lunch room ora sappiamo perchè gli inglesi sostituiscono il pranzo con un frugale spuntino: non saprebbero dove mangiare alle 13, visto che in mancanza d’indicazioni precise vanno un po’ in affanno. Poi c’è un soggiorno che ricorda quelle stanze dove quando eravamo piccoli le mamme non ci facevano entrare, riservandole per improbabili ospiti d’improbabile riguardo. Gli inglesi pure infatti se la riguardano ma non ci entrano. La differenza è che le stanze dove non ci facevano entrare in Italia erano linde queste sono piene di polvere.

Sugli scaffali stanno gli oggetti più antichi della casa, non nel senso dell’antiquariato, soltanto stanno lì da anni, i proprietari dei negozi che li hanno venduti sono morti e per rispetto nessuno li ha più tolti da lì (gli oggetti non i venditori). Infine la nota dolente: la cucina. Meriterebbe un capitolo a parte la cucina inglese perché nella casa solo il bagno viene nascosto più della cucina. Se ne vergognano, non sopportano gli odori della roba cucinata e infatti non cucinano. Il micronde è oggetto di culto, uno schizzetto sulla macchina del gas provoca panico, sia per la macchia sia perché qualcuno potrebbe dedurne che l’hai usata e denunciarti all’ufficio immigrazione, che cucinare è roba da pakistani, bengalesi, indiani, filippini ed italiani. Per questo l’inglese da anni sta cercando una soluzione: come spostare la cucina al primo piano, accanto al bagno. Li ha fregati il giardino. Perché solo dalla cucina si accede al giardino e quindi spostandola al secondo piano, ammesso di sopportare il comprensibile disagio per il salto dal primo piano, restava irrisolta la questione di come rientrare in casa senza sporcare, l’inglese ci tiene, e la terra dopo il salto sarebbe stato il meno. Quindi per ora la cucina rimane accanto al giardino, anche se questo ci deve far riflettere sul perché gli inglesi sono secondi solo agli americani, infatti non sono primi.



La casa inglese
Ph. Bruno Martins on Unsplash

Gli americani, un architetto potrebbe spiegarcelo meglio, hanno risolto anni fa la questione del giardino, perché il loro è davanti alla casa e non dietro. Hanno costruito più avanti? Hanno spostato la casa appena compreso l’errore? Sta di fatto che l’americano non si cura del giardino dell’inglese e infatti gli inglesi in estate non affittano agli americani perché poi gli yankee non gli curano il giardino.

Ma saliamo adesso al piano superiore. Dopo numerose osservazioni la conclusione è che l’imposta sulla casa sia maggiore tanto è più bella la scala. Non si spiegherebbe altrimenti perché sembrano tutte uscite dalla mente di un architetto preda del Parkinson e con trascorsi etilici. Più è malridotta la scala meno paghi di tasse, non c’è altra spiegazione. Non c’è un gradino uguale a un altro, più sali e più diventano alti, e la balaustra impedisce di trasportarci a mano mobili più grandi di una noce quando fai il trasloco. La scala inglese contraddice quelle teorie dei medici per cui fare spesso le scale previene l’infarto. Se così fosse in Inghilterra non esisterebbe un solo cardiopatico. Siamo così arrivati al primo piano.

Ci sono naturalmente le camere da letto. Chiuse. Nascondono corpi smembrati, stoviglie sporche, i pannolini dei bambini? Non lo sapremo mai perché gli inglesi sono molto riservati al punto da farci dubitare che essi stessi entrino in camera, magari pensando che è riservata, perché l’inglese ci tiene alla prenotazione e la rispetta. Anche se lo fanno tu non te ne accorgi, non vedrai mai lo spiraglio della porta della camera socchiusa. Infine il bagno. Sarebbe facile adesso fare il solito italiano che ironizza sull’assenza del bidet. Siamo seri! Quello sarebbe il meno. La questione vera è: perché la tazza si trova in un ambiente separato dal resto del bagno? Naturalmente per gli odori. Ma ci torneremo prima di finire, sugli odori non al bagno che già ci stiamo.

Questa separazione la mattina ti costringe a fare due viaggi separati, sembra di stare in quelle pensioni al mare anni ’60 dove il bagno stava sul ballatoio per dieci ospiti e dovevi aspettare il tuo turno. Lo spazio dell’ambiente tazza è quindi estemamente angusto. Se leggi il giornale girando pagina rischi di bruciarti perché la mano è ad altezza termosifone. Se ti guardi intorno ti vengono in mente i condannati della resistenza, anche se loro almeno, a pochi passi, avevano anche un tavolo e la branda. La finestra naturalmente è alle tue spalle, aperta per favorire la circolazione (non quella del tuo sangue ma dei medici all’interno del Regno Unito) così non ti resta che sovvertire tutte le leggi dell’osservazione e, visto che davanti hai la porta, sei tu, dall’interno, a spiare dal buco della serratura. Poi rientri in camera, prima controlli che nessuno osservi la camera che richiudi subito, e ti cambi per andare all’altro bagno. Dove finalmente puoi concentrarti sulla questione rubinetto caldo rubinetto freddo. Il miscelatore solo da pochi anni ha fatto la sua comparsa nella vasca, per la doccia, ma le probabilità che diventi fenomeno di massa nel lavabo vanno di pari passo con quelle sulla caduta della monarchia. Passo uno l’ustione, passo due perdita della sensibilità causa assideramento. Nella scala valori delle Nazioni Unite usare il lavabo inglese e rimanere illesi equivale a usciri vivi dal conflitto iracheno. C’è chi muove le mani inconsultamente tentando di bilanciare la temperatura, c’è chi decide stoicamente per il congelamento delle parti intime e vistose ustioni sulla faccia, c’è chi riempe il lavandino e si lava con acqua tiepida ma sporca, altri alternano: un giorno soffro il caldo un giorno il freddo.

Chiudiamo questo nostro acquerello londinese con un’annotazione sui rifiuti e non mi riferisco al nostro rifiuto di abitare in una casa inglese. La mondezza. Abbiamo appurato in precedenza l’idiosincrasia albionica per gli odori, in cucina come al bagno. Ti aspetteresti quindi che sistemino le scorie duecento metri sottoterra, ma l’inglese ti sorprende sempre. Innanzitutto non esiste il cassonetto per strada. La tassa sui rifiuti è così alta che nessuno vorrebbe che metti gratis nel cassonetto suo pure la mondezza tua. Il camion del comune passa solo una volta alla settimana. E tu per sette giorni ti tieni la mondezza a casa. Alla faccia dello schifo per gli odori! Ecco così trovata una spiegazione del motivo per cui il giardino è sul retro. Alcuni osservatori hanno avanzato il sospetto che sia questo il motivo per cui tengono gelosamente chiusa la porta della stanza da letto, ma gli antropologi di nuova generazione confutano questa teoria. E qui entra in gioco la latitudine. Non dobbiamo dimenticare che quando è estate qui fa, a dire tanto, venti gradi, e il freddo impedisce alla puzza di spargersi per l’aria. Abbiamo comunque conosciuto inglesi, abitano a Corleons, una localita marina, che negavano l’esistenza della mondezza nel loro paese. Ora è chiaro perché, come c’insegnavano a scuola, the cat is on the table: è l’unico posto della casa inglese dove non corri rischi per la tua incolumità e il gatto riesce solo lì a conservare le sue proverbiali sette vite.

Gianluca Cicinelli

Classe 1962, giornalista professionista, è stato a lungo direttore dell’informazione di Radio Città Futura di Roma. Ha collaborato con quotidiani e periodici nazionali e si occupa principalmente d’inchieste sulle zone d’ombra tra servizi segreti, criminalità organizzata e istituzioni. Ha pubblicato due libri sul rapimento di Davide Cervia, l’esperto di Guerre Elettroniche rapito a Velletri nel 1990. Ha dato vita all’esperimento criminologico dell’Università del Crimine Sociale dedicato all’intreccio tra i temi giornalistici della violenza individuale, sociale e politica con la letteratura. Ha partecipato alla raccolta di racconti “L’orrore della guerra” edito da Datanews. Ha scritto, diretto e interpretato e portato in giro per l’Italia lo spettacolo teatrale L’Elicottero a pedali, dedicato a una fuga per la libertà da Berlino est. Propone spesso corsi di formazione giornalistica popolare. Ha realizzato la video inchiesta Coperti a Destra sulla strage di via Fani del 16 marzo 1978. Attualmente collabora con la Lumsa di Roma.

1 Comment

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  • Molto bello

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