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Intervista a Miguel Gotor

Un muro che da un giorno all’altro divise in due la società italiana. Fu ciò che accadde nel novembre del 1938 in Italia, in seguito alla promulga delle leggi razziali da parte del regime fascista. Un razzismo di matrice biologica, codificato nel Manifesto degli scienziati razzisti pubblicato il 15 luglio del 1938 sulle pagine del “Giornale d’Italia”. Attribuito a un gruppo di dieci scienziati, nei diari di Ciano risulta invece come redatto “quasi interamente” dallo stesso Benito Mussolini.

"Stavo diventando un isolato anch’io. I compagni cristiani erano gente civile, nessuno fra di loro né fra i professori mi aveva indirizzato una parola o un gesto nemico, ma li sentivo allontanarsi e, seguendo un comportamento antico, anch’io me ne allontanavo: ogni sguardo scambiato fra me e loro era accompagnato da un lampo minuscolo ma percettibile di diffidenza e di sospetto"

Primo Levi, Il sistema periodico, (pp. 397-98)

Nella ricorrenza del Giorno della Memoria, abbiamo voluto ricordare quel provvedimento dalle conseguenze tragiche con lo storico Miguel Gotor, autore del volume L’Italia nel Novecento. Con lui abbiamo ripercorso quale fu il contesto storico in cui furono promulgate le leggi razziali. Prima l’appoggio della monarchia, poi una Chiesa “bifronte”, che da una parte mancava di protestare ufficialmente e dall’altra accoglieva segretamente i rifugiati nei conventi. E la stampa, che con campagne martellanti (dalla rivista La difesa della razza di Telesio Interlandi al Corriere della Sera di Aldo Borelli) riuscivano a orientare fortemente l’opinione pubblica e a saturarla di una cultura razzista e antisemita.

La campagna antisemita lanciata dal Manifesto arriva l’anno dopo un altro provvedimento significativo, quello che vietava i matrimoni misti e il cosiddetto “madamato”, usanza in voga già nell’età liberale che vedeva uniti in legami temporanei i soldati italiani nelle colonie dell’Africa Orientale con giovanissime donne, spesso vere e proprie bambine. In questi mesi cinquantunomila italiani persero i più elementari diritti di cittadinanza: esclusi dalle scuole, dalle università, dalla pubblica amministrazione. Furono vietati i “matrimoni misti” con non ebrei. Furono degradati nella loro dignità, e costretti ad una vita semiclandestina, dove non poterono emigrare all’estero.

Per approfondire

Molto citata ma ancora poco conosciuta nelle sue vicende specifiche, la rivista «La Difesa della razza» fu pubblicata con cadenza quindicinale dal 5 agosto 1938 al 20 giugno 1943 sotto gli auspici del ministero della Cultura Popolare e giocò un ruolo fondamentale nella definizione della «questione razziale» in Italia e nella diffusione dell’antisemitismo negli anni cruciali della discriminazione e persecuzione degli ebrei. In questa prima approfondita ricostruzione storiografica, settant’anni dopo la promulgazione delle leggi razziali, Francesco Cassata ricompone la parabola politica e intellettuale del periodico fascista: i cospicui finanziamenti che lo sostennero, la linea editoriale e le sue variazioni, il linguaggio e i contenuti, la veste grafica aggressiva e non convenzionale. Un lavoro fondamentale per comprendere il volto autentico del fascismo.
Il libro propone per la prima volta il confronto tra la legislazione nazista e quella fascista contro gli ebrei: un’analisi comparativa che giunge alla conclusione che non vi fu una grande differenza nella sostanza tra la legislazione italiana e quella tedesca; esse infatti avevano in comune lo scopo di separare completamente la popolazione di “razza ebraica” dal resto della Nazione, riducendone ogni attività professionale ed economica, sino a ridurla in breve sotto la soglia di sopravvivenza.
La sera del 5 dicembre 1943, il giovane pianista Arturo Benedetti Michelangeli suona al Teatro La Fenice di Venezia. In quelle stesse ore, polizia, carabinieri e volontari del ricostituito Partito fascista – i carnefici italiani – compiono in città una delle maggiori retate di ebrei nella penisola dopo quella condotta dai tedeschi a Roma il 16 ottobre. Sulla base del censimento della popolazione di “razza ebraica” condotto a partire dal 1938, oltre centocinquanta tra uomini, donne, vecchi e bambini vengono stanati dalle loro case e tradotti alle locali carceri. Nei giorni successivi i loro beni vengono sequestrati, gli appartamenti sigillati o destinati ad altri italiani. I prigionieri saranno poi trasferiti a Fossoli di Carpi, il principale campo di transito degli ebrei nella Repubblica sociale, gestito da forze italiane. Qui saranno detenuti in condizioni precarie e, quindi, caricati su vagoni piombati – dopo la consegna in mani tedesche – su cui verranno condotti alla morte nel campo di sterminio di Auschwitz. Questi eventi si ripeterono in modo analogo, tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945, nelle principali città e in una miriade di piccoli paesi del centro-nord della penisola italiana. Perché si tende ancora a rimuovere il ricordo di queste vicende, mentre prevale quello dei “salvatori” e dei “giusti”? Perché raramente si ricorda che almeno metà degli arresti di ebrei fu condotta da italiani, senza ordini o diretta partecipazione dei tedeschi?

MIGUEL GOTOR

Nato a Roma nel 1971, insegna storia moderna all’Università di Torino. Studia i santi, gli eretici e gli inquisitori tra Cinque e Seicento e gli anni Settanta del Novecento, con una particolare attenzione al delitto Moro. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo la raccolta di saggi Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica (PaperFirst, 2019) e il volume L’Italia del Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon (Einaudi, 2019). Nel 2008 ha vinto il premio Viareggi Rèpaci per la saggistica con l’edizione delle lettere dalla prigionia di Aldo Moro (Einaudi, 2008 e 2018). Dal 2013 al 2018 è stato parlamentare e attualmente collabora con «la Repubblica» e con «L’Espresso».

Cover ph. Museo ebraico di Berlino | Unhappy metal faces by Gennie Stafford. Licensed with CC BY-NC-ND 2.0.