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Per un pugno di beat. Alla ricerca del Morricone segreto

È uscito il 6 novembre su CAM Sugar la prima raccolta postuma del Maestro Ennio Morricone, scomparso lo scorso luglio. La compilation, con sette inediti, si intitola Morricone Segreto e cattura l’ascolto all’interno di “un viaggio sonoro dalle sfumature acide attraverso voci misteriose, chitarre fuzz, archi ariosi, sintetizzatori inquietanti e groove moderni firmati dal compositore che era sempre in anticipo sulle tendenze, dettando lo stile a modo suo”.
Il progetto discografico che a dicembre sarà pubblicato anche in un’edizione deluxe per collezionisti e appassionati, non vuole essere soltanto un omaggio e un riconoscimento alla grandezza del musicista Premio Oscar, ma soprattutto un lavoro di ricerca di materiale sonoro dimenticato o considerato a lungo perduto che riporta alla luce “il lato nascosto oscuro e psichedelico del Maestro”.
Allievo di Petrassi, folgorato sulla via di Darmstadt dall’incontro con John Cage insieme agli altri pionieri del GINC – Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, Ennio Morricone nel corso della sua carriera ha lasciato il segno sia come arrangiatore per la storica RCA delle canzoni più rappresentative della musica leggera italiana che hanno accompagnato gli anni del boom economico, sia in qualità di compositore, in primis di colonne sonore, grazie alla geniale intuizione di inserire fonti sonore eterogenee all’interno di classici arrangiamenti orchestrali.

Tra le innumerevoli chiavi di lettura dell’opera del Maestro che gli esperti e gli studiosi si troveranno a rileggere negli anni a venire, quella che oggi viene riscoperta attiene alla scelta rivoluzionaria di stravolgere contesti codificati, come quelli delle colonne sonore di genere western, con tecniche compositive inedite.
L’originalità del suo stile e i cambiamenti che tale approccio avrebbe portato nella storia della musica pop fino a consentirgli di sfiorare l’invenzione di un rock unico quasi per via inconscia, come dichiarato da Alan Bishop e riportato da Mattioli in Superonda (Baldini & Castoldi, 2016), sono oggi al centro di un lavoro di riscoperta e di ricerca d’archivio che soltanto pionieri della prima ora sono in grado di poter compiere.
Tra i pochi autorevoli cercatori di suoni che nel corso della loro carriera si sono misurati con il lavoro di Ennio Morricone per il cinema c’è senz’altro Pierpaolo De Sanctis, regista, dj e produttore discografico, fondatore dell’etichetta Four Flies Records, nonché curatore della raccolta “Morricone Segreto” per CAM Sugar / Decca Records. Lo abbiamo incontrato per fargli alcune domande.

C’è tutta una scena di musica alternativa che si è nutrita negli anni del Morricone Segreto; questi brani suonano più attuali oggi di quando vennero registrati perché questo repertorio è quello che vive di più al di fuori del tempo. È musica eterna.

Pierpaolo De Sanctis

Prima di entrare in argomento, vorrei chiederti come è nata la passione per le colonne sonore del cinema italiano “perdute” o dimenticate.

Sono diverse componenti che si intrecciano. Da una parte c’è l’amore per il cinema italiano fuori dai radar, quello che va dalla metà degli anni ‘50 ai primi anni ‘80. Ho avuto la fortuna di formarmi non tanto nelle aule di cinema dell’università, ma anche e soprattutto nelle sale che proiettavano in pellicola i film di Fulci, Di Leo, Castellari, Pietrangeli, Risi, Damiani (Damiano, ma anche Amasi), Salce, Bava, Tessari, Valerii (che piacere e che lusso poter frequentare per tanti anni un luogo incantato come il cinema Trevi, della Cineteca Nazionale). Prima ancora, all’epoca dei forum on-line (Nocturno, Gente di Rispetto), il nutrimento principale era dato dagli scambi selvaggi di vhs che ci copiavamo a ritmi forsennati. Vedevo di tutto o quasi, praticamente senza filtri. C’era una fame, un desiderio di conoscenza, che era dato anche dalla relativa difficoltà nel raggiungere un determinato film. Prima di YouTube, per mettere gli occhi su un film di Bava dovevi fare dei salti mortali. E a contare, alla fine, era quasi più la ricerca in sé che la conquista. Anche perché alla fine avevi a che fare il più delle volte con delle copie di terza mano di un film dove vedevi solo dei corpi ondulati dai contorni fantasmatici e dai colori evanescenti, non ci capivi niente, ma era comunque in qualche modo appagante.

Mi sono perso. Ah sì… insomma, già all’epoca di queste visioni su vhs, a qualsiasi ora del giorno e della notte, erano due le cose che mi restavano più impresse di un film: la musica e la fotografia. Ma più la musica, direi. Ricordo che facevo dei mixtape collegando direttamente il videoregistratore alla piastra delle cassette, per montare uno dopo l’altro i momenti musicali più interessanti dei vari film, intercalati da dialoghi, sequenze clou. Ragionavo già in termini “discografici”, come un compilatore, ma senza saperlo. La vera illuminazione però è avvenuta quando mi sono imbattuto nel primo disco della Easy Tempo, una serie di compilation cinematiche curate da Rocco Pandiani tra fine ‘90 e primi ‘00, con un gusto e un’amore enorme per il più bel jazz e jazz-funk italiano che abbiamo mai avuto. Quel concept mi ha letteralmente rapito, perché non c’era solo la musica in gioco: c’era anche, e prima di tutto, l’immaginario. Quelle compilation hanno dato dei nomi e un contesto a tutta una musica che praticamente già ascoltavo ma non riuscivo a classificare in nessun modo. È stata una specie di rivelazione. Poco prima avevo registrato La Decima Vittima di Elio Petri, da un passaggio Rai nel fondo della notte. Ricordo ancora la sensazione che provai, vedendolo per la prima volta. Pensai: “Ma davvero nel cinema italiano è successo tutto questo?”. Quel film mi ha fatto scattare qualcosa dentro. Fu una spinta per partire a ricercare musiche (la colonna sonora di Piero Piccioni era un jazz retrofuturista che aveva del sublime), dischi, altri film, bizzarrie pop, tutto un immaginario cinematico che tra release della Right Tempo, riviste come Il Giaguaro, i primi dj-set, feste e quant’altro, era diventato una specie di filtro prismatico con cui guardare il mondo. Ma ho divagato…

Ennio Morricone © MARKA Alamy Stock Photo

Come nasce l’etichetta discografica?

Ho iniziato a suonare i dischi di colonne sonore nei club, organizzavo serate a tema, alcune anche molto seguite. Cercavo di riportare quei suoni alla gente, condividendo quella che era semplicemente una passione. Poi a un certo punto, tra il 2013 e il 2014, sono iniziati ad uscire certi dischi come Gli occhi della paura o Le Foto proibite di una signora per bene, entrambi di Morricone, o il ciclo di Emanuelle Nera di Nico Fidenco. Tutta roba stampata già tra fine ‘90 e inizi duemila. Mi sembrò molto strano riproporre a distanza di poco più di 10 anni quelle ristampe. Mi chiedevo il perché. Contemporaneamente cominciarono a uscire le prime colonne sonore di Fabio Frizzi per i film di Lucio Fulci, cose bellissime, fatte benissimo. Le stava pubblicando un’etichetta americana, la Death Waltz, gestita da appassionati di “cinema nero”. A quel punto il ragionamento è stato: “Se questa roba la fanno – bene – gli americani, perché non possiamo farla – bene – anche noi?”. Questo è stato il seme che ha poi portato alla nascita del progetto Four Flies. Ci ho messo un anno prima di dare alle stampe il primo disco, perché venendo da ambiti cinematografici e “creativi”, il lato imprenditoriale mi era del tutto sconosciuto. L’unica cosa che avevo ben chiara, fin dall’inizio, era seguire una linea di gusto personale: “Fai solo quello che ti piace, ma fallo meglio che puoi”.

Perché proprio Four Flies come nome?

Il nome Four Flies è “rubato” a una pellicola molto iconica di Dario Argento, Quattro Mosche di Velluto Grigio, anch’essa con colonna sonora di Morricone, peraltro “scomparsa” per molti anni per una questione di diritti. Da qui il concept della label, la cui mission è quella di rendere finalmente disponibile, dopo decenni di oblio, delle colonne sonore italiane dimenticate, in molti casi sottovalutate, dichiarate scomparse o addirittura introvabili. Rispetto ai discografici puri, avevo dalla mia un bagaglio di ricerche (e un livello di “nerdismo”) in ambito cinematografico che mi ha permesso di sapere in anticipo se una colonna sonora mai pubblicata fosse buona o no.

Qual è il segreto di Four Flies? Come si fa a sopravvivere in un mercato in crisi come quello discografico di oggi?

Ho sempre preso Four Flies come un’attività ludica, prima ancora che un business. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per passione, mai per calcolo commerciale. Mi piace pensare che dipenda molto anche da questo. Anche adesso che siamo una squadra, e intorno alla label gravitano vari collaboratori, il criterio che ci guida è sempre lo stesso: “Take your pleasure seriously”, per citare il mio amico Luca Barcellona, che ha curato diverse magnifiche copertine per FF.

Morricone e le colonne sonore: parliamo di questo binomio

Morricone è stato senz’altro il più grande musicista italiano degli ultimi cent’anni. Non esagero. E probabilmente il migliore compositore di colonne sonore del ventesimo secolo. Il suo lascito è inquantificabile. Ancora oggi scopro delle cose di Morricone che avevo sempre ignorato. Il suo mondo musicale sembra praticamente infinito. E questo non dipende soltanto dal numero impressionante di colonne sonore composte (quasi tutte pubblicate), ma anche da quel travaso  continuo che ha spesso guidato l’ideazione del Maestro, in un movimento creativo che ha sempre fatto convergere le sue ricerche nel campo della musica assoluta in quello della musica applicata. Ci sono stati dei momenti in cui le due anime di Morricone, quella del compositore pop di colonne sonore di successo, e quella del colto avanguardista e sperimentatore forsennato, hanno viaggiato insieme in un intreccio indissolubile, producendo dei veri e propri capolavori. Penso al periodo in cui Morricone militava nel Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza, insieme a personaggi del calibro di Franco Evangelisti, Walter Branchi, Mario Bertoncini, Egisto Macchi, Ivan Vandor… c’è stata un’epoca, tra la fine degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, in cui il GINC venne assoldato da Morricone anche per la registrazione di alcune colonne sonore.

Grazie alle sue entrature nel cinema, la musica d’avanguardia ha potuto contaminare il cinema popolare italiano, quello dei gialli, dei noir, degli horror, in un cortocircuito pazzesco tra alto e basso. Un tranquillo posto di campagna (1968, Elio Petri) ha una colonna sonora spettrale, perfetta per descrivere l’instabilità psichica di Franco Nero, protagonista di questo horror astratto. Poi c’è Eat It (1969, Francesco Casaretti), il cui brano uscito su 7’’ (l’unico della colonna sonora stampato all’epoca dalla CAM) è quasi una prova generale del successivo, ormai mitico, The Feed-Back, l’album considerato da molti come il disco che segna l’atto di fondazione di un rock italiano deviato, psichedelico e dark. Poi con gli anni ‘70 si entra in un vero e proprio vortice di suoni acidi, taglienti, onirici, che Morricone ha utilizzato moltissimo per i gialli di Dario Argento ed epigoni, fino ad arrivare a un paio di film che personalmente mi hanno segnato non poco: Gli occhi freddi della paura (1972, Enzo G. Castellari) e E se per caso una mattina (1972, Vittorio Sindoni), due gialli oscuri, enigmatici, resi ancor più surreali dalla colonna sonora che non stacca quasi mai, protagonista incessante dei film, quasi a sovrastare le immagini con una pressione da capogiro, quasi volesse sostituirsi ad esse.

Una musica ipnotica, che agisce a un livello preconscio sullo spettatore, travolgendolo con la sua onda d’urto, come in un trip acido. È un Morricone minore? Sicuramente è quello meno conosciuto dal grande pubblico, ma è senz’altro il Morricone che mi ha sempre affascinato di più. Ricordo che alla fine degli anni ‘90, quando da ragazzino giravo tra i banchi di Porta Portese a caccia dei primi dischi da comprare, uno dei miei primi ritrovamenti fu una compilation del Maestro che si intitolava programmaticamente “I film della violenza”. Dentro c’era già un bel compendio del Morricone più aggressivo e dark, con brani che mi hanno scioccato, come “Guerra e pace, pollo e brace”, da Grazie zia (1968, Salvatore Samperi), un pezzo irresistibile costruito interamente su una batteria garage e sulle voci di un coro di bambini, straniante e superoriginale.

Come inquadri il fatto che si sia approcciato ad un genere particolare come il western? Il genere “spaghetti western” è stato inventato da Morricone?

Dietro le musiche leggendarie della trilogia del dollaro c’è uno studio, un’orchestrazione e una ricerca dei suoni e dei timbri che ha del clamoroso. È il risultato di un percorso che comincia al conservatorio, con Goffredo Petrassi, e prosegue con le frequentazioni dei corsi estivi di Darmstadt, culla della neo-avanguardia europea. Un percorso che intreccia musica concreta e rumori, Pierre Schaeffer e John Cage. E che trova proprio nel western una sua prima applicazione pratica, con il recupero di strumenti presi dalla tradizione popolare italiana, come il campanaccio o il marranzano, accostati a mezzi espressivi come il fischio o le grida, a loro volta associati ad oggetti reali, come la frusta. È come se Morricone trasfigurasse l’epopea americana del western in una dimensione etnografica alla De Martino, tipo ‘Sud e magia’, scolpendo dei suoni sanguigni, aspri, come accecati da un sole che non è quello della California o dell’Arizona, ma quello del Sud Italia, della Magna Grecia, evidenziando così un colore musicale totalmente mediterraneo, che si discosta completamente dalle composizioni americane classiche.

Come nasce il progetto discografico dedicato alla riscoperta di alcuni lavori lavori poco conosciuti del Maestro?

Morricone Segreto nasce dalla volontà di CAM Sugar di dedicare un grande progetto al Maestro, che non fosse il solito disco tributo con i suoi grandi successi già compilati mille altre volte. L’idea su cui abbiamo lavorato è stata dunque quella di estrarre dal repertorio storico di CAM Sugar una selezione di brani dimenticati, rari o addirittura inediti, molti dei quali pubblicati per la prima volta su vinile. Abbiamo lavorato su un repertorio solo apparentemente minore, fatto di musiche di polizieschi, erotici, film drammatici, sessantottini, neri metropolitani. Se questi temi non sono passati alla storia, sono invece circolati moltissimo nel circuito di addetti ai lavori, appassionati e produttori che proprio da questo tipo di suoni sono stati ispirati: trame aleatorie, ventate di psych-funk, alternative rock, pop-lounge, dark-jazz, bossanova, sperimentazione, dodecafonia spinta. C’è tutta una scena di musica alternativa che si è nutrita negli anni del Morricone Segreto, tra sincronizzazioni in film hollywoodiani (Wes Anderson), campionamenti (Flying Lotus), rivisitazioni (Mike Patton, John Zorn, Calibro 35) e quant’altro, Paradossalmente, anzi, le 27 tracce che abbiamo incluso nel disco suonano più nuove, più fresche, più attuali oggi di quando vennero registrate all’epoca. Forse esagero, ma azzardo e dico che sono più inserite oggi nel flusso musicale della contemporaneità. A riprova che questo repertorio “laterale” di Morricone è quello che vive di più al di fuori del tempo. È musica eterna.

Il mondo dei collezionisti di supporti fisici, in particolare dei vinili, segue molto attentamente e con interesse le colonne sonore di Morricone?

Negli ultimi 10 anni c’è stato un boom di vendite, una moltiplicazione delle ristampe di colonne sonore, soprattutto di Morricone. Molte hanno invaso il mercato senza un reale piano editoriale, e si sono perse nel mare magnum della distribuzione, andando ad ingrossare gli scaffali dei magazzini di dischi. Dipende sempre da quello che proponi, e da come lo proponi. Non basta che ci sia scritto “musiche di Ennio Morricone”. Comunque non tutto è stato pubblicato. Io ho ancora i miei oggetti del desiderio morriconiani da esaudire. Cose che difficilmente vedranno mai la luce, ma ci lavoreremo.

Quali sono i nuovi progetti targati Four Flies a cui stai lavorando?

Four Flies sta attualmente dedicando molta attenzione ad artisti contemporanei e a progetti che si muovono nel solco della musica per immagini, innovandola, con un feel molto cinematico, ma in chiave moderna. Stiamo lavorando a singoli e dischi che spaziano da sonorità acid-jazz all’elettronica, dall’hip-hop all’afro-cosmic. Sia brani originali che reworks affidati a DJ e producer che stimiamo molto (Jolly Mare, pAd, Francisco, Quiroga, The Rebel, Dedy Dread…). Proprio perché questi suoni sono “senza tempo”, è molto interessante lavorare su una loro attualizzazione. Poi certo, il focus della label resta la grande stagione di musica per immagini che abbiamo avuto in Italia tra anni ‘60 e ‘80. È incredibile quanto ci sia ancora da scavare, da tirar fuori dagli archivi. E come cambi la lettura di un compositore, in base alle uscite che facciamo. Africa Oscura per Giuliano Sorgini, o Afro Discoteca per Alessandro Alessandroni, sono stati dei veri e propri detonatori per i loro autori. Siamo molto fieri di aver potuto contribuire con le nostre uscite ad ampliare la considerazione attorno a questi o altri compositori che non hanno avuto all’epoca l’attenzione che avrebbero meritato. È molto gratificante poter svelare questi loro mondi, e sempre stupefacente constatare quanto ancora la loro musica abbia da dire agli ascoltatori di oggi.

cover: Ennio Morricone © by Il Fatto Quotidiano licensed with CC BY-NC-SA 2.0

PIERPAOLO DE SANCTIS 

Produttore discografico e consulente musicale, ma anche studioso di cinema, autore di documentari (A pugni chiusi, interpretato da Lou Castel) e DJ. Ha scritto numerosi saggi sul cinema italiano degli anni  ’60 e ’70 pubblicati in volumi collettanei e riviste, ed è coautore di due monografie dedicate a Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, oltre che del volume Pop Film Art. Visual culture, moda e design nel cinema italiano anni Sessanta e Settanta. Nel 2015 ha fondato l’etichetta Four Flies Records, specializzata nella pubblicazione in vinile di musica italiana prodotta per il cinema, la radio e la televisione. Dal 2020 è curatore per CAM Sugar.