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Più là che Abruzzi

Negli ultimi anni stanno riscuotendo un discreto successo gli scrittori abruzzesi. Come mai? Nella novella III della giornata VIII del Decameron si svolge un ameno dialogo tra Maso e Calandrino, il quale chiede all’amico come raggiungere la contrada di Bengodi: — E quante miglia ci ha? — Maso rispose: — Daccene piú di millanta, che tutta notte canta. — Disse Calandrino: — Adunque dèe egli essere più là che Abruzzi. — Sì bene, — rispose Maso — si è cavelle.  

Più là che Abruzzi, in bocca a Calandrino, interpreta, in modo comico, l’idea di una terra allora ritenuta lontanissima, fantastica, che ancora oggi ha molto da mostrare e rivelare, visto che per tanto tempo abruzzesi e molisani si sono tenuti stretti le loro cose (nascondendosi o mimetizzandosi fin troppo, tanto che qualcuno sostiene ancora il Molise sia pura invenzione di geografi buontemponi).

Ebbene, l’Abruzzo era una terra inarrivabile e ferina, frequentata da pastori: ieri come oggi, se ogni volta succede che quando qualcuno viene per la prima volta in Abruzzo si sente subito dire: ma hai mai assaggiato gli arrosticini?

Il libro di Remo Rapino

Gli scrittori, poi, sono proprio da scoprire. C’è da sospettare che siano non solo diversi, lontani, fantastici, ma anche e soprattutto selvatici, alieni, un po’ matti. Per forza, potrei aggiungere io alimentando la supposizione, gli abruzzesi si sposavano tra di loro! Sono tutti imparentati, discendenti di quelli che si sposavano tra cugini, senonché della loro beata ignoranza parentale finiscono per comporre romanzi nei quali prendono la parola personaggi straordinari conosciuti in casa e spacciati come scemi del villaggio oppure come zii bizzarri che fabbricano bombe in casa, o sorelle ribelli pavesiane.

Nel mondo sempre più snob del giro letterario in cui ormai si va a caccia anche lì del nuovo, ben vengano gli abruzzesi, fanno comodo, sono rustici, grossolani, non sanno nulla della noia degli scrittori ingaggiati per scrivere su commissione o che hanno dietro di loro odiosi ghost writer, esistono anche scrittori che ridono e si divertono, completamente innocui perché hanno svampato tutta la loro carica rivoluzionaria e anticonformista tanto che si lasciano intervistare dai giornali che contano, presentandosi come quelli che non hanno mai chiesto appoggi a nessuno ma, ormai vecchi e allucinati, adoperano il bastone per allontanare i nemici e il malocchio (l’avellana, per i raffinati dei salotti buoni).

Vengono accolti perché bisogna dimostrare di essere favorevoli all’integrazione sociale e per questo motivo gli abruzzesi arrivano nelle finali dei premi importanti, anzi li vincono perfino. Pòrtati a casa uno scrittore abruzzese, strappalo dal centro di accoglienza, oppure adottalo a distanza, se hai paura del Covid, tanto paga lo Stato. Lo Stato in Italia ormai paga per tutti, come Cristo tra i muratori (è il titolo di un romanzo di Pietro Di Donato, di recente ristampato da una casa editrice abruzzese).

Remo Rapino in occasione della consegna del Premio Campiello

Nella assonnata e anestetizzata provincia italiana, perfino gli emarginati hanno una chance. Che provengano dalla Lucania, dal Mali o dall’Abruzzo, non fa più specie, anzi, fa glamour. Il vincitore dell’ultimo Premio Campiello, un abruzzese, Remo Rapino, è scrittore di pura razza frentana, un vero, sincero poeta, un autentico romanziere. A Venezia in Piazza San Marco dopo aver ricevuto il Campiello, tutti sono andati a cena sottobraccio. Lui è rimasto in piazza solo, ha aiutato gli inservienti a rimettere a posto le sedie, poi è andato al bar con un barbone. Chi è veramente un affabulatore, un raccontatore di storie, un uomo così come dovrebbe essere un vero uomo, non cambia le proprie abitudini, neanche dopo il successo, perché la vita continua a essere la semplice, la buona, carezzevole vita, e i sogni non si interrompono, splendono ancora, anche dopo che sono stati raggiunti.

Un consiglio per tutti coloro che amano leggere romanzi: oltre a “Vita, morte e miracoli di Liborio Bonfiglio” di Remo Rapino, suggerisco la lettura del picaresco “La misura del cielo” di Rolando D’Alonzo, un altro scrittore di selezionata razza frentana. Per avvicinarsi all’Abruzzo, attraverso i suoi affabulatori, senza dover passare per gli arrosticini. Se volete approfondire la conoscenza del dialetto frentano, vi si presenta l’occasione leggendo i versi di Giuseppe Rosato e di Marcello Marciani, poeti, questi, di pura razza… frentana!

MASSIMO PAMIO

Poeta e saggista, è direttore del Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo che è ospitato nel Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina ed è direttore editoriale di Edizioni Mondo Nuovo. Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”, per meriti culturali. Ha pubblicato in volume numerose opere. I suoi testi più recenti sono: Sentirsi sentire. Che cos’è il pensare (2020); Padovani Pamio (2020); Sensibili alle forme. Che cos’è l’arte (2019). È stato direttore editoriale delle Edizioni Noubs.