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Salvatore Settis. Uno sguardo attento alla civiltà

Un’intervista esaltante, con una delle personalità più vivaci e colte del panorama culturale italiano, Salvatore Settis, le cui opere costituiscono vere e proprie pietre miliari per chi volesse approfondire l’affascinante mondo dell’arte italiana. Vi si affronta un tema delicato, quello che descrive la scarsa o inesistente influenza del nostro Paese all’interno del dibattito estetologico in corso, dominato dalle “superpotenze” attuali, che impediscono, in virtù del potere del mercato, l’analisi obiettiva dei valori in campo. Secondo l’intervistatore, privilegiati dovrebbero essere proprio i pittori italiani attuali, ed invece Hirst, Koons, Bill Viola e tanti altri imperversano, artisti molto modesti, interpreti di istanze sociologiche più che estetiche.
Il confronto con l’autorevole Settis ha permesso inoltre di far luce sui problemi relativi alla tutela dei beni del nostro patrimonio, minata da interessi economici: emblematica è la sorte sempre più precaria di Venezia. A questo punto ci si chiede: che fare? La soluzione è semplice, e ci riguarda da vicino: “lo Stato dovrebbe esser richiamato al suo dovere da noi cittadini. Lo stiamo facendo troppo poco”.

Il libro Iconografia dell’arte italiana 1100-1500: una linea, pietra miliare per gli studi iconografici, contribuisce a identificare nell’opera d’arte il tassello di un sistema culturale complesso, all’interno di una dinamica in cui l’iniziativa artistica è limitata. In un mio testo Sensibili alle forme. Che cos’è l’arte rilevo che l’artista non è mai stato libero, e quando poteva esserlo, si è lasciato adescare dalla mondanità e dal denaro. L’arte è dunque la trascrizione di un tentativo, fallito miseramente, di liberazione psichica e immaginativa?

“Arte” è parola in sé ambigua, che cambia profondamente significato. L’ars dei Romani, come la techne dei Greci, era un “saper fare” (un know how), e dunque era propria dello scultore e del calzolaio, del medico e del pittore, del muratore e dell’architetto. Questa apparente non-distinzione fra quelli che noi chiamiamo “artisti” e quelli che noi chiamiamo “artigiani” non vuol dire che gli Antichi non fossero capaci di individuare, distinguere, classificare la qualità della techne di ciascuno; né vuol dire che gli antichi scultori o pittori non gareggiassero fra loro anche nell’inseguire remunerazioni soddisfacenti. Ma il lento nascere ed affermarsi della concezione moderna di “arte” come privilegio di pochi artisti (e di pochi committenti o collezionisti) ha radicalmente mutato le condizioni di mercato, come è oggi evidente più che mai.

La straordinaria complessità della produzione artistica contemporanea, senza precedenti per la varietà delle fonti, delle procedure, dei saperi performativi che coinvolge, è la maggior sfida di chi oggi prova a scriverne.

Salvatore Settis

Nella stessa opera, lei sostiene che alcuni motivi iconografici, ad esempio la Madonna col Bambino, quando raggiungono il culmine della perfezione rappresentativa, vengono abbandonati. Probabilmente, aggiungo, a causa dei committenti, più che dei pittori. È mia convinzione, riportata nel libro già citato, che l’artista non sia mai soddisfatto della propria opera e che non si renda mai conto se abbia realizzato o meno un capolavoro. La perfezione di un’opera è decreto postumo, altrimenti l’arte si interromperebbe, una volta raggiunta la sua acme, e per volontà dell’artista, non del committente.    

Più che di oggettiva “perfezione”, parlerei di status iconico, che è sempre storicamente determinato: basti pensare al Cenacolo di Leonardo, innumerevoli volte ripreso tal quale anche al cinema (p. es. da Buñuel), o all’Urlo di Munch, tradotto persino in forma di scultura gonfiabile. Questa estensione di immagini iconiche al livello della “cultura popolare” è determinante, ma non credo che nei casi citati fosse nelle intenzioni dell’artista. Altro è il caso per quel che accade oggi: è lecito chiedersi se Jeff Koons o Damian Hirst non abbiano concepito qualcuna delle loro opere progettandone, per così dire, l’iconicità derivata, che oltre tutto ne innalza il prezzo.

Un’altra pietra miliare del suo pensiero è costituita da un gioiello, Futuro del classico, in cui lei definisce la classicità grecolatina come un discorso sulla particolare Stimmung (o forse Sehnsucht) che viene esercitata di fronte alle rovine, il cui rinascere, nel tempo, crea una ritmicità culturale. Una consuetudine languida desiderante il passato, o il bisogno di confrontarci con quello che siamo stati, che si stabiliscono ogniqualvolta la civiltà si trova davanti a una svolta epocale. Luogo di analisi del confronto tra culture, in senso globale, fra opposte interpretazioni non solo del passato, ma anche del futuro…  

Il punto cruciale nello sguardo ‘europeo’ sulle rovine è che da esse possa venire, come fu in quello che chiamiamo ancora Rinascimento, l’impulso alla rinascita, a una nuova fase storica caratterizzata da una creatività che gareggi con quella di chi aveva costruito il Colosseo e le altre inarrivabili rovine di Roma. In quel mio libro, ho cercato di dimostrare questo punto anche mediante la comparazione dello status delle rovine nella tradizione europea con quello in altre civiltà, per esempio in Cina o nell’America pre- e post-colombiana.

Lei ha scritto molti libri per la difesa del patrimonio culturale italiano, che è la vera battaglia da combattere oggi. Solo per citarne alcuni: Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile; Azione Popolare. Cittadini per il bene comune; Il paesaggio come bene comune; Se Venezia muore. Emblematica è la sorte di Venezia. Se cade Venezia, cade l’Italia, cade la civiltà grecolatina e poi rinascimentale…

Venezia, in quel mio libro, è prima di tutto la viva città che risponde a questo nome. Ma è anche il simbolo massimo della città storica, una creazione altissima (forse la più alta) della civiltà umana, oggi messa a rischio dal dilagare di confuse megalopoli. Credo che quel tanto di fortuna che il mio libro sta avendo (è uscita da poco, dopo altre, la traduzione in cinese) sia dovuto a questa parte del messaggio, e non solo al fascino che Venezia esercita in tutto il mondo.

Venezia - ph. Jody Sticca

Ci vuole brevemente accennare alla storia dei marmi Torlonia, che si conclude con una mostra e un catalogo da lei curato…

La mostra, chiusa a Roma e che è stata riaperta a Milano (Gallerie d’Italia), è l’esito di un accordo fra Fondazione Torlonia e il Ministero della Cultura. Con questo accordo, che dev’essere ancora pienamente realizzato, si pone fine alle lunghe dispute seguite alla chiusura di fatto del grande Museo Torlonia, fondato dalla famiglia nel 1876 e visitabile fino agli anni Quaranta del Novecento. Le opere in mostra (91 a Roma, 96 a Milano) non sono che una scelta fra le oltre 600 del Museo Torlonia: ma sufficienti, spero, a mostrare la ricchezza e importanza della collezione, e dunque a radicarne la presenza nella memoria culturale collettiva, onde favorire l’esecuzione piena dell’accordo ministeriale, che non è certo una mostra, ma la riapertura del Museo Torlonia.

Mi permetto di avvicinarmi alle sue Incursioni, il libro più recente, in cui analizza le opere di antichi e di contemporanei grazie a una lettura appassionante, colta, che elargisce infinito piacere al lettore. Un libro esaltante. Una lettura delle opere che però abbandoni il paradigma del giudizio potrebbe giustificare operazioni intellettualistiche spesso gratuite, in un’epoca in cui prevalgono fenomeni come l’espansione dell’artificializzazione, l’estetizzazione del quotidiano, l’asservimento degli artisti al servizio del trash (“sublime” secondo Zizek) o del kitsch mondiale (Fofi), di cui a mio avviso sono esponenti di spicco proprio Jeff Koons, Damien Hirst e Maurizio Cattelan.

Questo mio libro non pretende certo di offrire la chiave universale per intendere l’arte contemporanea, ma solo di indicarne un ingrediente essenziale in quella che (insisto) va chiamata “tradizione”. Essa opera anche quando si fa di tutto per metterla in ombra: è per questo che il libro si apre con un saggio su un’opera di Duchamp, e include saggi su un regista cinematografico (Ingmar Bergman) o un video-artista (Bill Viola).

Lei scrive in Incursioni che il fotografo impugna la macchina fotografica trattandola come la matita del disegnatore, riferendosi a Mimmo Jodice. Questo giudizio non può valere per tutti, perché il fotografo usa uno strumento tecnologico con il quale ritaglia un pezzo di mondo esterno, mentre il pittore trae il suo ritaglio dall’immaginazione, in piena libertà: la differenza tra i due non è solo strumentale, ma anche etica; il pittore è inoltre può modificare da un momento all’altro la sua opera, in una relazione strettissima tra mente e mano.

Ho cercato di non dare mai, nel libro ma anche in ogni altro mio studio, “regole di grammatica” che siano sempre valevoli; perciò quel che ho scritto di Mimmo Iodice non è necessariamente valido per altri fotografi; e quanto alla ‘libertà’ del pittore, prima di rispondere vorrei sapere di quale pittore stiamo parlando. Anzi, per essere più precisi, di quale opera di quale pittore. Non dimentichiamo i contratti che nel Trecento, ma anche nel Cinquecento, prescrivevano ai pittori non solo il tema voluto dal committente, ma anche le modalità della rappresentazione, il numero delle figure, i colori da usare. La libertà dell’artista non è qualcosa di perpetuo, di dato o di scontato; è uno spazio che ogni singolo artista conquista negoziandolo con il committente (allora) o con il mercato (oggi).

L’assenza di paradigmi nella nostra epoca ha prodotto la nascita, nel settore dell’arte, di nuovi generi, i quali vanno ben distinti, come è accaduto per la fotografia e il cinema. La pittura è un genere completamente diverso dall’arte multimediale (videoarte), o da quella performativa. Ogni artista andrà inserito nel suo genere e posto a confronto solo con gli operatori di quel genere: ciò non toglie che possano essere paragonati con gli artisti di altri generi, ma si tratterà di studi comparativistici interdisciplinari e non di un confronto sul piano estetico. Il problema è che non ci sono figure di critici che abbiano competenze specifiche. Per l’arte performativa, per esempio, occorrerebbero, per poterla giudicare, competenze nel settore del teatro, della danza, della scenografia.

Bill Viola, grande videoartista, si considera un pittore: è analizzando casi come questo che, nel mio Incursioni, ho provato ad affrontare il problema che Lei ora pone. La straordinaria complessità della produzione artistica contemporanea, senza precedenti per la varietà delle fonti, delle procedure, dei saperi performativi che coinvolge, è la maggior sfida di chi oggi prova a scriverne. Le mie competenze per parlarne sono davvero insufficienti, e lo so. Ma la nostra incompetenza non può ridurci al silenzio: provare a dire quel che uno crede di vedere o di sapere, e dialogare con chi ne ha voglia e non è d’accordo, è una minima ma necessaria approssimazione a quello di cui avremmo bisogno.

Penso non si possa vivere di rendita sulle spalle del passato, grazie alla bellezza che ci circonda, e che purtroppo non costituisce un sicuro crogiuolo di eternità, ma che piuttosto si configura come una base di transito verso nuove soluzioni per promuovere la nostra eccellenza nel mondo. Il nostro Paese è per il resto del mondo il paese di Leonardo, di Michelangelo e Bernini. Commetteremmo però un doppio errore se considerassimo che il talento italiano si sia esaurito qualche secolo fa, sarebbe irriguardoso nei confronti del nostro presente e dei pittori italiani che dimostrano un valore mondialmente riconosciuto. Lo Stato Italiano dovrebbe promuovere l’Arte italiana dei nostri giorni, che è ancora all’altezza di quella del passato.

Perché questo orgoglio degli italiani per la loro (la nostra) civiltà, non solo artistica ma letteraria e musicale (Dante, l’opera lirica…), non sia pura retorica bisognerebbe saperlo tradurre in percorsi educativi degli stessi italiani nella scuola. Questo dovrebbe essere il compito numero uno della scuola pubblica statale, prima di qualsiasi mostra o di altre iniziative. Come diceva Gombrich, o gli italiani tutti si fanno custodi del loro patrimonio, o questo patrimonio è condannato alla decadenza e alla morte. Ma invece la storia dell’arte e della letteratura, anzi la storia senza aggettivi, si studia sempre meno. Lo Stato dovrebbe esser richiamato al suo dovere da noi cittadini. Lo stiamo facendo troppo poco.

cover ph. © Paolo Benegiamo

Salvatore Settis

Nato a Rosarno (1941), è una delle personalità più prestigiose e influenti del mondo culturale italiano. Archeologo e storico dell’arte italiano, è stato direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa. Laureatosi in Archeologia classica all’Università di Pisa, è stato assistente, professore incaricato, quindi ordinario di Archeologia greca e romana. Ha diretto il Getty Center for the History of Art and the Humanities di Los Angeles. È membro del Deutsches Archäologisches Institut, della American Academy of Arts and Sciences, dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’Accademia delle Arti del Disegno, dell’Accademia di Francia e delle Accademie delle Scienze di Berlino, Monaco e Torino; è stato tra i membri fondatori dell’European Research Council. Il suo libro Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale nel 2003 ha vinto il premio Viareggio nella categoria Saggistica, premio già conferitogli come Opera Prima di Saggistica nel 1978 per La Tempesta interpretata. Nel 2008 si pronuncia in modo esplicito contro la politica di tagli indiscriminati all’Università promossa dal governo Berlusconi sulle pagine dei quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e più tardi dà le dimissioni dalla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, dovute soprattutto al desiderio espresso dal Ministro dei beni e delle attività culturali Sandro Bondi che egli non criticasse la linea del governo. È stato Warburg Professor ad Amburgo, ha tenuto le Isaiah Berlin Lectures a Oxford, le Mellon Lectures alla National Gallery di Washington, la Cattedra del Museo del Prado e la Cattedra Borromini all’Università della Scizzera Italiana. Dal 2010 presiede il Consiglio Scientifico del Museo del Louvre. Tra le opere: La Tempesta interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto, 1978; Laocoonte. Fama e stile, 1999, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, 2002; Futuro del “classico”, 2004, Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto, 2005, Iconografia dell’arte italiana 1100-1500: una linea, 2005, Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI secolo, 2008, La villa di Livia. Le pareti ingannevoli, 2008; Artisti e committenti fra Quattro e Cinquecento, 2010; Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, 2010; Azione Popolare. Cittadini per il bene comune, 2012; Il paesaggio come bene comune, 2013, Se Venezia muore, 2014, Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, 2016, Architettura e democrazia. Paesaggio, città, diritti civili, 2017; Cieli d’Europa. Cultura, creatività, uguaglianza, 2017; con Carlo Gasparri, I marmi Torlonia. Collezionare capolavori, 2020, Incursioni. Arte contemporanea e tradizione, 2020.