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Ginzburg e Pizzoli, una storia condivisa

A Pizzoli, in provincia dell’Aquila, una biblioteca e un sentiero raccontano ancora oggi la storia di Leone e Natalia Ginzburg. Il loro legame con il paese abruzzese nasce durante la guerra, quando il regime fascista interna qui Leone, e prosegue ben oltre la fine di quell’esperienza. Nelle voci e nelle testimonianze che abbiamo raccolto per questo podcast, la memoria della famiglia si intreccia con quella di una comunità che continua a custodirla.

Il confino e la vita a Pizzoli

Nell’estate del 1940 Leone Ginzburg arriva a Pizzoli come internato politico. Ebreo di origine russa, traduttore, critico letterario e militante antifascista, è considerato dal regime una persona pericolosa per la sicurezza dello Stato. Vive in una casa nel centro del paese, all’angolo tra piazza del Municipio e Corso Sallustio. Nell’ottobre dello stesso anno lo raggiungono la moglie Natalia e i figli Carlo e Andrea. La terza figlia, Alessandra, nascerà all’Aquila durante il soggiorno della famiglia in Abruzzo.
Il confino impone lontananza, restrizioni e isolamento. Eppure, da Pizzoli, Leone continua a lavorare per Einaudi: traduce, corregge bozze, scrive prefazioni e mantiene un fitto scambio di lettere con la casa editrice e i suoi collaboratori. Come osserva Giovanna Lombardo nel saggio Nonostante il confino, la distanza rende il lavoro più difficile, ma non interrompe il suo contributo alla costruzione di un progetto culturale. Natalia, intanto, scrive il suo primo romanzo, La strada che va in città, pubblicato nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte.

L’incontro con il paese

Negli anni trascorsi a Pizzoli, i Ginzburg entrano in contatto con gli abitanti e con una realtà molto diversa da quella torinese. In Inverno in Abruzzo, scritto dopo la morte di Leone, Natalia racconta il paese dei muratori, le case, i fuochi accesi nelle cucine e le persone che, col tempo, imparò a conoscere per nome. Nel suo ricordo convivono la durezza di quel periodo e l’intimità della vita familiare.
Tra le persone incontrate a Pizzoli c’è Vittorio Giorgi, muratore e antifascista, con il quale Leone stringe una forte amicizia. Dopo la caduta del fascismo, Giorgi aiuta Natalia e i tre figli a lasciare il paese e a raggiungere Roma. Il rapporto tra le due famiglie resterà vivo negli anni successivi.
Dopo la caduta del fascismo, nel 1943, Leone Ginzburg viene liberato e si trasferisce a Roma, dove partecipa attivamente alla Resistenza. Arrestato dai tedeschi, viene rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Qui subisce torture, ma si rifiuta di collaborare. Muore la mattina del 5 febbraio 1944, a causa delle violenze subite.

L'incontro con Crocetta - ph. Ilaria Di Giustili

Una biblioteca per custodire la memoria

La fine del confino non chiude la storia dei Ginzburg a Pizzoli. Nel 1970 nasce una biblioteca intitolata a Leone, a partire da un primo nucleo di libri donati da Einaudi. All’iniziativa, promossa nel paese da Vittorio Giorgi, partecipano anche Natalia Ginzburg e Carlo Levi. La biblioteca nasce con l’ambizione di essere un centro culturale per la comunità.
A raccontarne i primi anni è Marina Ioannucci, ex docente che comincia a occuparsene tra il 1975 e il 1976. Insieme a due colleghi trova libri ancora da ordinare e catalogare. È un lavoro nuovo, imparato sul campo, che permette poco alla volta di aprire la biblioteca al pubblico e avviare il prestito. Marina ricorda i ragazzi e gli adulti che tornavano a prendere libri, ma anche gli incontri e le iniziative ospitati nel centro: la biblioteca comincia così a entrare nella vita quotidiana del paese.

Il Fondo Ginzburg, un patrimonio da trasmettere

Nel 2016 Carlo, Andrea e Alessandra Ginzburg donano alla biblioteca circa tremila volumi appartenuti alla madre Natalia. Nasce il Fondo Ginzburg, testimonianza concreta di un rapporto che i figli hanno scelto di mantenere con Pizzoli.
Per Milena Ranieri, assessora alla Cultura del Comune, custodire quei libri significa anche trasmettere alle nuove generazioni la storia che li accompagna. Il ricordo diretto di chi conobbe la famiglia si affievolisce; molti ragazzi, racconta, non sanno chi fossero Leone e Natalia Ginzburg né perché vissero nel loro paese. Da qui l’impegno a coinvolgere le scuole e a far conoscere la biblioteca come luogo di incontro e di scoperta. È un progetto ancora in corso. Accanto alla cura e alla catalogazione del patrimonio librario, l’obiettivo indicato da Ranieri è tenere aperta la biblioteca e renderla uno spazio vissuto dai cittadini, capace di ospitare letture e iniziative culturali.

Le lascio immaginare, poi, il senso di malinconia e di rabbia che mi dà il continuare a essere considerato straniero nel mio paese. Non vorrei domandare nessuna concessione speciale, chiedo bensì che mi sia resa giustizia.

Lettera di Leone Ginzburg a Benedetto Croce, 1° agosto 1943

Carlo, Alessandra e Andrea Ginzburg nel 2016 a Pizzoli per l'inaugurazione del Fondo Ginzburg - ph. Ilaria Di Giustili

La memoria lungo il sentiero

A Pizzoli la storia dei Ginzburg si incontra anche fuori dagli scaffali, nei luoghi attraversati dalla famiglia. L’associazione Orione ha recuperato un percorso che parte dal castello Dragonetti e attraversa la pineta, evocando le passeggiate di Natalia con i figli. Rita Ceci, presidente dell’associazione, spiega che il lavoro è consistito nel ripulire un vecchio tracciato, ripristinarlo e dotarlo di segnaletica. Chi percorre oggi il sentiero può così conoscere il legame tra la famiglia e il paese attraverso il paesaggio. Per Orione, recuperare quei luoghi è un altro modo di custodire e condividere la memoria del territorio.

Una storia ancora aperta

Il confino fu per Leone Ginzburg una privazione della libertà e una separazione dal mondo in cui aveva costruito il proprio lavoro. A Pizzoli, tuttavia, continuarono la sua attività intellettuale, la scrittura di Natalia e una vita familiare destinata a lasciare tracce profonde nei loro ricordi. Oggi quella vicenda continua a essere raccontata dalle persone che si prendono cura della biblioteca, dai libri donati alla comunità e dai luoghi che invitano a ripercorrerla. La memoria dei Ginzburg a Pizzoli non appartiene soltanto al passato: vive nel lavoro di chi sceglie di renderla accessibile e di trasmetterla a chi verrà dopo.

Questo podcast è dedicato alla memoria di Carlo, Andrea e Alessandra Ginzburg.
Un ringraziamento speciale va a Simone Virgili e a Valeria Consorte della Biblioteca Comunale di Pizzoli.

Bibliografia essenziale

Leone Ginzburg_Scritti «Il fascismo», scrive Luisa Mangoni, «condannandolo a due anni di galera, a due anni e mezzo di sorveglianza speciale che gli rese impossibile proseguire la sua attività pubblicistica, a tre anni di confino, alla morte per mano dei nazisti, gli ha sottratto per sempre una parte feconda dei suoi trentacinque anni di vita». Ma «è il caso di affermare che se il fascismo impedí a Ginzburg il pieno manifestarsi delle sue potenzialità di studioso, c’è un campo in cui la sua personalità ebbe tuttavia modo di esprimersi compiutamente: l’attività editoriale».

Lettere dal confino

«Mi è giunta la notizia straziante che il caro Leone Ginzburg, nella qualità di oriundo russo, di ebreo e di antifascista, è stato sottoposto a maltrattamenti nel carcere di Roma e vi è morto or sono già tre mesi!»: cosí, il 20 maggio 1944, Benedetto Croce scriveva a proposito della morte di Leone Ginzburg. Queste lettere dal confino sono per molti aspetti un diario di lavoro e di studio che integra la raccolta degli Scritti. Ma nelle lettere dal confino c’è dell’altro. Dalla documentata quotidianità del lavoro, da lontano, per la casa editrice Einaudi, affiora una concezione del «fare i libri» in cui «ragioni morali e editoriali» (Giaime Pintor) si intrecciano inestricabilmente. Né mancano giudizi perentori e umori vivaci, e, soprattutto, accenni personali, rari ma intensi, a testimoniare la dolorosa condizione del confinato, ma anche, per Ginzburg, il lavorío interiore, il severo esercizio all’autodisciplina.

Le piccole virtù

“In ogni pagina di questo libro c’è il modo di essere donna [di Natalia Ginzburg]: un modo spesso dolente ma sempre pratico e quasi brusco, in mezzo ai dolori e alle gioie della vita… Tra i capitoli del volume si ricorda Ritratto d’un amico, certo la piú bella cosa che sia stata scritta sull’uomo Cesare Pavese. E le pagine scritte subito dopo la guerra, che riportano con una forza piú che mai struggente il senso dell’esperienza d’anni terribili (e sanno pur farlo, serbando, come Le scarpe rotte, un quasi miracoloso senso del comico). Poi, le prove (come Silenzio e Le piccole virtú) d’una Natalia Ginzburg moralista, dove una partecipazione acuta ai mali del secolo sembra nascere dalla matrice d’un calore familiare. E soprattutto, perfetto capitolo d’una autobiografia in chiave obiettiva e ironica, Lui e io, in cui la contrapposizione dei caratteri si trasforma, da spunto di commedia, nel piú affettuoso poema della vita coniugale”. Italo Calvino

Vita di Leone Ginzburg

Il volume racconta per la prima volta, in modo completo, la storia della vita di quest’uomo, del suo radicalismo politico e morale, forse troppo rapidamente dimenticato nei decenni successivi. Florence Mauro, una scrittrice francese, di padre di origine piemontese, che porta nella propria formazione le tracce profonde di quella memoria, ha voluto raccontare la folgorante parabola di Leone «come fosse una bandiera, un manifesto, un tentativo di fornire un contrappunto alla cattiva qualità della storia presente».

In copertina: Natalia e Leone Ginzburg nel 1938
Nel podcast: La voce di Vittorio Giorgi è tratta dall’intervista del TGR Abruzzo del 13 marzo 2004.
Gli interventi di Carlo Ginzburg sono tratti dalla puntata di Laser (RSI) dal titolo “Carlo Ginzburg e il mestiere di storico” del 21 ottobre 2014 a cura di Brigitte Schwarz