Il genere letterario della poesia e anche quello artistico sono agonizzanti, strozzati dalle tante alternative offerte dalla società dell’estetica diffusa, dove una sola canzone di Night Skinny sostituisce e surclassa, per contenuti e ritmo, tutti i più audaci tentativi degli scrittori, e un breve spot pubblicitario vale molto di più di tutte le opere esposte in una Biennale.
In quasi tutti i contesti in cui la poesia è implicata (sono le istituzioni scolastiche a tenerne ancora in vita la leggenda) si continua a respirare un modesto clima di mendicità narcisistica. Ad avvertire il disagio, a porsi umilmente questioni di bruciante attualità o dell’urgenza di una riflessione critica profonda, seria, radicale, sono in pochi.
Tra di loro c’è Ivan Pozzoni, che ne Lo stato Pontificio racconta la sua amarezza, descrivendo la condizione in cui si trovano a r/esistere gli ex-giovani della poesia italiana, nel frattempo diventati maturi, insofferenti e bizzosi:
Senza andare alle corse, correndo come un criceto sulla ruota dell’artista
mi sento chiuso in una gabbia e messo su una ruota come un criceto irredentista
implora l’apparizione in rivista, mantieniti informato sulle linee editoriali,
io sono l’artista, artificiere, e mino le cariche di tritolo sotto il culo dei curiali,
i direttori incompetenti di rivista hanno rotto i maroni, sono dilettanti allo sbaraglio
e chiedono, continuamente, soldi come la donna cannone chiusa in un caravanserraglio,
credono di volare e i budget li inchiodano sull’asfalto, la rivista chiude con la lacrima,
a mantenere in vita questi decerebrati ci vorrebbe il quarto segreto di Fatima.
L’operazione più intelligente che compie Pozzoni è quella di scrivere in prosa, usando la rima come reliquia o citazione ironica, per suggerire come l’essenza del “fattore” poesia sia ormai solo d’inciampo alle esigenze di una scrittura libera, autoironica, non ristretta in ambiti precisi, appartenente al plot universale della comunicazione, in concorrenza con tutti gli altri settori, in uno sfavillare dell’avvento della nuova era, quella della popsophia, voluta e forzata dal consumismo che riduce, tritura, e nella società dello spettacolo teatralizza ogni comunicazione o novità culturale, facendo assurgere a finzione/fiction ogni messaggio, il cui “successo” contribuisce all’instaurazione del vero, a empire il contenente culturale – spesso in modo effimero – (ridicola la paura nei confronti dell’A.I.). Ciò che è, ciò che contribuisce all’attualità, è quel che viene condiviso, ad un’alta velocità di connessione, dall’utenza e, in base alla regola dell’assurda ed equivoca competizione globale, nel comune esercizio di riduzione del mondo (anche interiore) a una superficiale pellicola, in genere coincidente con un’immagine in movimento (per non più di pochi secondi). Il vero (il suo apparire come vincente finzione nel contesto onnisciente globale) incorniciato come un piccolo miracolo che sconvolge e im-mediata-mente scompare, il breve racconto di un reel.
La famiglia dei poeti è diventata in Italia un insieme di confraternite l’una contro l’altra agguerrite, in lotta per una visibilità che ormai è pari a meno di zero: in gara, cricca contro combriccola, per un’illusione, quella del riconoscimento da parte di un Dio che si è dimenticato di loro.
I riot di Pozzoni sono commenti al mondo, sono esternazioni a metà strada tra Marziale e Cossiga, nel tempo in cui tutto è mescolato, il redattore cerca di orientarsi puntando a casaccio il dito contro questo o quell’aspetto del vivere (im)poetico, in una occidentale/accidentale combinazione, nei pressi di una landa desolata del mondo (un poeta, grandissimo e sconosciuto ai più, Lorenzo Leporati, in un appunto sugli ordinatissimi taccuini che componeva, si rammaricava di essere sfortunatamente nato in Occidente).
Bisogna minare le basi della mercificazione consumista, piazzare ordigni nei centri di produzione dello spaccio culturale, dove individui senz’alcuna protezione e senz’alcuna coscienza critica rincorrono il successo come postulanti, supplicando l’uscita di un articolo su un quotidiano, un’apparizione televisiva, la pubblicazione con un editore capace di imporre il proprio prodotto con la corruzione. Pozzoni minaccia denunce, esposti alla Finanza e alla Questura, in un lucido testo che ai più apparirà delirante ma che invece è il modo più corrosivo di piazzare un detonatore sotto le regole di un Sistema, di reintrodurre il bastone di chapliniana memoria nell’ingranaggio mostruoso della Fabbrica.
Tra i versi, ogni tanto, illuminazioni accecanti, profetiche (o solamente estratti di notizie):
e i cittadini UE imparano a leggere i budget domestici con l’introduzione di aiuti sussidiari.
ma anche una critica obiettiva e aggiornata, non ancora recepita da poeti e scrittori nel nostro Paese (che forse fanno finta di non capire, dunque la loro malafede è non solo biasimevole, ma disgustosa):
Purtroppo, a vostra ignoranza, col 2008 c’è stato l’ingresso nel tardo-moderno storico, il discorso sull’anti-«forma»-poesia è divenuto, pax doppialinguesca, anacronistico la ποίησις, con Auerbach, da μίμησις si è trasformata in πρᾶξις comiziale non afferrare multilinguismo e mistilinguismo è sintomo di una «poesia» da terza elementare, la strategia anti-seduttiva si è trasformata in tattica di denunce urlate fuori dai rostri se non siete tribùni plèbis, carichi di contiones, siete rimasti vittime di una scrittura da chiostri lordata dall’influsso dell’ontologia estetica moderna, ontologia = metafisica, la musica di Orfeo, col Doppialingua che vorrebbe ostacolare Cookie con una roipnol poetry degna di Morfeo.
Dal 2018, come conseguenza del saggio Il contributo «neon»- avanguardista alla concretizzazione di un’originale anti-«forma-poesia», inserito nella rivista internazionale ungherese Irodalmi Obszervatórium, dove è dimostrata l’inutilità della scrittura nel Tardomoderno, Pozzoni, da sapiente semiologo, rifiuta ogni forma di scrittura e si ritira a studi accademici. Nel 2024 rientra nel mondo artistico e fonda il Kolektivne NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica). Il clima nel frattempo è mutato, e qualcosa si muove, nel postumo caos della defunta poesia, tra cremazioni e vermi che mangiano tranquillamente i cadaveri. Ci sono scrittori avveduti che comprendono come la letteratura sia una piccola branca della testualità, cercando di (r)esistere consapevolmente e criticamente, qualcuno resta fedele alla scrittura tradizionale ma fa della scrittura un luogo dove documentare i problemi sociali, come Alessandra Carnaroli e Carmen Gallo, altri che pongono domande dall’interno del testo cercando di minarne le fondamenta per costruire nuovi orizzonti, come fa appunto Pozzoni, la cui denuncia politica diventa cronaca, attualità:
Pareggiamo i conti, con l’umorismo di Marchesi, e unifichiamo l’opposizione al regime Mondadori e alle sue mille connessioni, camorra (in senso etimologico), con la frotta di occupa-cadreghe, occupa-redazioni, occupa-spazi, venduti a chi acquistava centinaia di falliti senza onori,
La polis è diventata un presente in cui tutte le scritture, diventate documenti, si confrontano, in una corsa alla interpretazione più rigorosamente globale di ciò che si vuole che si imponga all’attenzione. La scrittura, insegna Pozzoni, è una scommessa rivolta al futuro, e chi scommette forse ha già vinto, rispetto a chi cerca ad ogni costo di affermarsi nel presente, ricorrendo ai soliti giochi amichettistici.
In copertina: Ivan Pozzoni