Il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di detenzione e al termine del cosiddetto «processo del popolo», Aldo Moro viene assassinato dalle Brigate Rosse. Il suo cadavere viene ritrovato il giorno stesso in una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani, nel centro di Roma.
Comprendere ciò che accade nei 55 giorni del rapimento significa analizzare il contesto in cui agisce e l’indirizzo dell’attività politica di Moro nel quadro italiano e internazionale, senza la quale si rischia di avere una visione parziale.
Qui non ci occuperemo del “Caso Moro” e della sua essenza giudiziaria e “criminale”, né del complesso sistema di narrazioni, misteri e analisi diventato negli anni un vero e proprio intreccio, dotato di un’iconografia propria che ciclicamente si rinnova attorno agli aspetti irrisolti della vicenda.
Vogliamo invece ripercorrere alcuni passaggi della storia politica e umana di Moro ripartendo dalla sua scrittura, un’azione attorno alla quale ruota l’intera vicenda del suo sequestro e del suo assassinio.
Durante la sua prigionia Moro scrive ininterrottamente. Scrive per rispondere agli interrogatori dei brigatisti. Scrive all’esterno, ai familiari e ai colleghi di partito per cercare una soluzione politica e umanitaria, passando attraverso il filtro della censura brigatista e la loro articolata strategia di destabilizzazione politica.
Partire dal logos di Moro, quindi, è indispensabile sia per comprendere il quadro storico in cui si svolgono i fatti, sia per restituire dignità e valore alla sua figura umana e politica.
Lo abbiamo fatto con Francesco M. Biscione, storico, curatore della prima edizione del Memoriale di Moro del 1993, autore del volume Il delitto Moro e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo.
Dove nasce l’esigenza di screditare il pensiero politico di Moro e perchè la sua figura viene sottoposta a una damnatio memoriae? Qual è la partita politica che si interrompe nel momento del suo assassinio? Sono alcune delle domande che abbiamo posto a Biscione ragionando attorno al cosiddetto Memoriale, il corpus di testi elaborati dal presidente democristiano nell’arco della sua prigionia e dell’interrogatorio condotto dal sedicente “Tribunale del Popolo” costituito dai brigatisti.
Spiega Biscione: “Per un ventennio Moro dà forma al conflitto politico orientando la DC sulla via del riformismo e dell’incontro con le altre forze riformatrici. Quello che era in discussione in quel momento è il rapporto con il Partito Comunista. La morte di Moro segna la fine di questo disegno politico. Il percorso della solidarietà si ferma. La DC fa una scelta diversa. Il PCI senza Moro entra in agonia. Moro viene dimenticato perchè il tempo che aveva seguito la sua carriera politica si interrompe.”
Nella comprensione e nella scoperta del senso profondo del Memoriale gioca un ruolo cruciale la sua forma e la sua organizzazione. A questo proposito, Biscione racconta come si è svolto il lavoro dell’edizione critica del 2019: “Il Memoriale lo conosciamo dal 1990, prima nel 1978 nel covo di via Montenevoso fu trovato soltanto un dattiloscritto che era difficile attribuire con precisione. Nel ’90 emerge questo plico di oltre 400 fogli, sono fotocopie, ma indubbiamente la scrittura, il pensiero e l’organizzazione del pensiero sono di Moro. Sono in parte lettere: alcune sono state inviate, altre non sono state inviate e sono del tutto inedite. Poi c’è il cosiddetto Memoriale, in parte le risposte che Moro dà durante il cosiddetto processo, altre sono libere espressioni del suo pensiero. Una minuscola parte del Memoriale era già nota, una lettera a Taviani che fu resa nota durante il sequestro allegato ad un comunicato delle Brigate Rosse. Dopo che il Memoriale fu pubblicato dalla Commissione Stragi nel ’90 io tentai una prima edizione nel ’93, era un lavoro artigianale ma che per la prima volta dava un senso a questo materiale. Naturalmente il tempo ha reso questi primi tentativi di edizione insufficienti e di recente si è costituito un gruppo di lavoro che ha ripreso l’intero materiale dove era stato lasciato. In realtà l’Archivio di Stato di Roma disponeva degli originali, mentre fino ad allora si era potuto lavorare soltanto sulla trascrizione e sulle fotocopie pubblicate dalla Commissione Stragi. C’è stato un insieme di competenze che ha lavorato su questa documentazione, facendo risaltare molte informazioni nuove. Il gruppo era guidato da Michele Di Sivo e ne facevano parte Sergio Flamigni, Miguel Gotor, Ilaria Moroni, Antonella Padova, Stefano Twardzik ed io.”
Il Memoriale testimonia di una ferita che attende ancora una cicatrizzazione, forse anche una guarigione.
Francesco M. Biscione
Qual è il filo che lega questi testi e come possono aiutarci a leggere l’intera vicenda? Prosegue Biscione: ”Il Memoriale è una riflessione ampia sulla storia Repubblicana scritta in un momento particolarmente drammatico. Costituisce in generale una sorta di lettura controintuitiva della vicenda e questo ha fatto si che abbia stentato ad essere apprezzato come documento centrale della nostra epoca, come uno spartiacque della nostra storia. Nel senso che la stessa vicenda drammatica del sequestro, della prigionia e poi dell’omicidio si leggono all’interno di un conflitto storico del Paese, nel quale le Brigate Rosse sono un evento modesto, non irrilevante e non inesistente, ma sostanzialmente modesto. E che l’operazione delle Brigate Rosse cade all’interno di un conflitto, e dentro questo conflitto maggiore l’operazione viene utilizzata.”
cover: © Archivio Flamigni | Parigi, riunione comitato dei ministri del Consiglio d’Europa (12 dicembre 1969)
Francesco M. Biscione
Consulente delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul terrorismo e le stragi (1994-95) e sul dossier Mitrokhin (2004-05), è studioso di storia contemporanea. Tra le sue pubblicazioni: Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano (Coletti, 1993), Il sommerso della Repubblica. La democrazia italiana e la crisi dell’antifascismo (Bollati Boringhieri, 2003) e Il delitto Moro e la deriva della democrazia (Futura/Ediesse, 2012).